Provincia Cosmica. Tra bar e studio, ovvero la vita punk di Jacopo Benassi 

Per il nuovo appuntamento di Provincia Cosmica, la rubrica che esplora le modalità di fare arte lontano dai grandi centri, il protagonista è l’artista Jacopo Benassi. Che dopo anni di lavoro a Milano se n’è tornato alla sua La Spezia

Artista, performer, testimone della cultura underground italiana. Nato nel 1970, e cresciuto in pieno clima punk, Jacopo Benassi ha lasciato anni fa Milano per ritrovarsi nella sua città natale, La Spezia. Quando non è in studio è al bar, ma le sue opere viaggiano per il mondo. 

Jacopo Benassi. Photo Pietro Greco
Jacopo Benassi. Photo Pietro Greco

Intervista a Jacopo Benassi 

Sei spesso descritto come un artista punk. Una definizione che va al di là del vestire giacche con borchie, chiodi e magliette dei Ramones. È un’espressione che ti rappresenta? Cosa vuol dire per te essere punk? 
Per me il punk è soprattutto la scena inglese, quindi direi Crass. Le borchie lasciamole a Vivienne Westwood! Essere punk, per come la vedo io, è svegliarsi la mattina e non stare lì a pensare a cosa ti metti addosso.  

La provincia è punk? 
La provincia arriva sempre in ritardo su tutto, ma quando arriva resiste più delle grandi città. Oggi la provincia è solo punk, non potrebbe essere altro.   

Sei legato in maniera viscerale a La Spezia, città in cui sei nato e dove sei tornato dopo anni spesi a Milano. Hai lasciato una città cosmopolita, un lavoro ambito (eri fotografo per Rolling Stone), per accogliere le incertezze di un mondo “minore”. Mi dici qualcosa su questa sterzata? Cosa ti ha spinto a tornare in provincia? 
Non ho mai detto di vivere la mia città in modo viscerale. Diciamo che sono un camaleonte nostalgico. Amo molto la vita semplice: bar, casa, studio. Cerco di non frequentare artisti, anche se li amo tutti. Da Milano sono scappato perché mi stava cambiando: stavo diventando solo un bravo fotografo e stavo perdendo tutto quello che mi aveva formato fino a quel momento. Così sono tornato alla matrice.   

Jacopo Benassi. Photo Pietro Re
Jacopo Benassi. Photo Pietro Re

Jacopo Benassi e l’esperienza del B-Tomic 

A La Spezia hai ricostruito il tuo mondo, impossessandoti nuovamente dei tuoi interessi, forse prendendo confidenza con la tua vera identità di artista. Che rapporto hai con la città? 
Ho semplicemente ripreso in mano la mia vita, ripartendo da zero e tornando su una strada diretta. Più che la città in sé, per me contano il quartiere, piazza Brin, il mio bar, il bar tabacchi sotto i portici. È lì che mi rimetto sempre in carreggiata. Ho bisogno di viverlo. Studio e bar sono la mia vita, ovunque siano.   

Qui hai creato nel 2011 il club underground B-Tomic, dove hai sviluppato la tua carriera artistica e fotografica, mescolando musica e performance. Un locale iconico, come tanti posti simili che oggi non esistono più… 
Il B-Tomic è stato fondamentale: lì mi sono riappropriato del mio passato. Ho ricominciato a fare seriamente cose che negli anni Ottanta facevo in modo più superficiale. La provincia ti guarda sempre da fuori, e questo è importante. 
In questo periodo sto pubblicando un libro di disegni e testi di una persona che mi ha formato tantissimo. Uscirà a breve. Da giovanissimi eravamo punk: lui era il cantante dei Fall Out, una band importantissima della scena punk italiana degli anni Ottanta. Si chiama Renzo Daveti, alias Benzo. 
Il libro si intitola Scritti per nessuno. Per me è davvero un genio. 

Sei scappato e sei rientrato, dicevamo. È più importante partire o tornare? 
È importante stare sempre in movimento, come in una partita a flipper. 

Alex Urso 

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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