Provincia Cosmica. Intervista a Serena Fineschi, l’artista che ha spento tutte le luci di Siena

Dopo 12 anni a Bruxelles, Serena Fineschi è tornata a Siena, incidendo sullo spazio pubblico della città con una serie di operazioni collettive. Alex Urso l’ha intervistata per la rubrica “Provincia Cosmica”, dedicata a chi sceglie di fare arte lontano dai grandi centri

Spegnere le luci della città per tre minuti, senza che chi la abita ne fosse al corrente. Oppure accenderle tutte, tanti anni dopo, in un’operazione di arte pubblica dal titolo evocativo: Assistere il buio. Serena Fineschi (Siena, 1973) ha lavorato nel corso degli anni con lo spazio – e con la storia – della sua città, innescando sofisticate operazioni di coinvolgimento della comunità. Dopo anni trascorsi all’estero, nel 2024 l’artista ha fatto ritorno nell’entroterra toscano, facendo sue le parole di Federico Fellini: “Se descrivi bene il tuo campanile, descriverai il mondo intero”.

Serena Fineschi nel suo studio a Siena. Ph: Elena Foresto
Serena Fineschi nel suo studio a Siena. Ph: Elena Foresto

Intervista a Serena Fineschi

Hai compiuto la maggior parte dei tuoi studi a Siena, ma per qualche anno Bruxelles è stata la tua seconda casa. Quanto è stato utile il distacco dalle dinamiche culturali del nostro Paese in termini formativi e di visione del sistema?
È stata Bruxelles a scegliermi. Nel 2012 grazie ad Artiste domicilié, un programma di residenze ideato dalla Galleria Fuori Campo di Siena, sono stata ospite di una collezionista belga per oltre un mese. Di fatto, terminato quel periodo, non sono più rientrata stabilmente in Italia per dodici anni. Probabilmente (e oggi lo posso affermare con serenità) se non si fosse presentato questo inciampo inatteso non avrei mai avuto la sfrontatezza di partire. Certamente, ho trovato il coraggio di restare e la risolutezza per tornare.

Come sei cambiata nel tempo?
Prima di partire avevo negli occhi la luce della mia città, un riverbero aureo che trasforma in oro tutto ciò che sfiora. Nel tempo belga, i tagli decisi della luce del nord hanno adattato il mio modo di vedere e trasformato intensamente la mia pratica artistica.
Gli anni vissuti a Bruxelles mi hanno aiutata anche a comprendere dove si posizionava il mio lavoro, a crescere e confrontarmi con gli stimoli di una realtà nuova e profondamente diversa, dove ho conosciuto il rispetto e la cura nei confronti degli artisti e del proprio fare.

Parlare di sistema dell’arte ha ancora senso? Esiste a tuo avviso un “sistema dell’arte”, e quanto è necessario aderirvi per condurre questo mestiere?
Non so se abbia senso parlare di sistema. Il termine nasce dal greco synístēmi (mettere insieme), un insieme di elementi che interagiscono per formare un organico funzionale. L’arte, così come gli artisti, non rientrano in questa definizione: l’art pour l’art, in cui l’essenza stessa dell’opera risiede nella sua totale inutilità pratica.
Mi interessa molto più parlare di comunità. Quella densità fatta di incontri, affetti, dialoghi e conflitti, dove nascono le più profonde e autentiche relazioni. È in questa fessura che ci dobbiamo muovere. È questo l’organismo a cui aderire. Il sistema, se esiste, compiace sé stesso occupandosi solo marginalmente degli artisti, patrimonio da preservare, difendere e veicolare.

Lo studio di Serena Fineschi a Siena

Cosa ha significato per te, in termini personali e professionali, scegliere di vivere in un contesto di provincia come quello senese? Non c’è il rischio di rimanere inghiottiti dalla storia e dalla tradizione di questa realtà, fortemente ancorata al passato?
Siamo il nostro passato e amo la mia città. Parlare di provincia provinciale è un cliché linguistico, una tautologia apparente che – per me – nasconde un giudizio di valore. Possiamo dire che è l’Italia a essere provinciale, soprattutto in quelle città che tentano di nasconderlo con la loro arroganza ma che vengono smascherate dalla mancanza di autenticità. Mi vengono in mente le riflessioni di Flaiano, nelle quali il vero provinciale è colui che cerca disperatamente di non sembrarlo, o quelle di Federico Fellini, la cui provincia è diventata universale attraverso le sue opere: “Se descrivi bene il tuo campanile, descriverai il mondo intero”.
Certamente, le piccole città portano con sé limiti e sguardi meno aggettanti nei quali, talvolta, diventa complesso imprimere immaginazioni più ampie, ma non per questo non è esente la possibilità di modulare certe inclinazioni. Gli artisti esistono – anche – per questo. Sono le persone a fare i luoghi e credo che qualsiasi zona, se preparata a ricevere nuove prospettive e stimoli, possa diventare il centro di un dialogo. Questo tipo di geografia non ha confini.

In questa città porti avanti un lavoro che punta a introdurre nuove prospettive sul contemporaneo; penso al progetto Assistere il buio, nel quale hai convolto diciassette artisti trasformando le storiche lanterne senesi. Un tentativo di immaginare una nuova geografia urbana attraverso l’intervento su un elemento iconico del passato…
Sono rientrata stabilmente a Siena nell’ottobre del 2024 e, da quel momento, ho iniziato a riflettere su un intervento permanente nella mia città, un dono ai senesi che potesse rimanere nel tempo.
Siena è una città che – in alcuni mesi dell’anno – ha un flusso turistico barbarico e spesso i cittadini si trovano a compiere percorsi alternativi per evitare di esserne travolti. Assistere il buio è nato da queste traiettorie inconsuete, nel tentativo di riscoprire aree meno conosciute del centro storico.
Le lanterne sono elementi distintivi e identitari del centro città, parte integrante del paesaggio architettonico e poetico, essendosi conquistati nel tempo un significativo ruolo emotivo nello spazio urbano. Intervenire in modo permanente sulle lanterne di illuminazione pubblica di una città come Siena è stata una prova di sensibilità per tutti gli artisti invitati. Oggi, questo prezioso intervento collettivo di arte pubblica – attraverso la visione degli artisti – illumina una Siena diversa, offrendo una nuova esperienza e una connessione più profonda con il contesto urbano e con l’anima stessa della città.

Serena Fineschi, Relazioni, 2024. Ph: Claudio Seghi Rospigliosi
Serena Fineschi, Relazioni, 2024. Ph: Claudio Seghi Rospigliosi

Le responsabilità dell’artista nello spazio pubblico

Undici anni prima avevi lavorato a un progetto simile, ma inverso: spegnere, più che accendere, le luci della città per tre minuti. Mi riferisco alla performance Stato di grazia del 2024.
Stato di grazia è una sospensione del tempo, una parentesi, un momento di rottura e ricomposizione dell’equilibrio che ha coinvolto per tre minuti l’intero centro storico di Siena. Tre minuti di interruzione totale dell’illuminazione pubblica, nella quale la città si è coperta temporaneamente di nero, avvolta nel buio di un cortocircuito estetico ed emotivo.
Spegnere le luci della mia città, senza alcuna comunicazione preventiva alla cittadinanza, ha significato intervenire non solo sulla manipolazione architettonica o estetica, ma prendersi cura del presente e delle presenze, per ritornare all’umano e all’urbano. Un’opera monumentale in cui un colpo secco di buio trasforma lo spazio animato e inanimato, nel quale tornare ad ascoltare sé stessi e riflettere sul senso del nostro abitare il mondo, rallentando momentaneamente il tempo del nostro vivere.
Stato di grazia è un melodramma diviso in tre atti emotivi dove spaesamento, tensione e quiete si susseguono nel tempo di un’intera esistenza, moderata e vissuta in pochi minuti. Nascita e morte si comprimono in un tempo brevissimo. Il disordine e lo stupore iniziali, tesi verso il timore di un buio improvviso, si allentano nello scorrere dei secondi e l’oscurità diviene nuova condizione e superficie vitale scandita da un bagliore di quiete che, gradualmente, diviene luce e incanto, metafora di un’alba di rinnovata essenza.

Con i suoi limiti e le sue regolamentazioni, lo spazio pubblico è ancora uno spazio di dialogo? Senti una responsabilità nei suoi confronti, e nei confronti di chi abita la città?
Agire sullo spazio pubblico è responsabilità e terreno di dialogo del presente. È il luogo dove, concretamente, si ha la possibilità di modificarne la struttura, la percezione e la tensione. Si accede ad una zona non protetta dalle pareti di un museo o di una galleria e si entra in contatto con un pubblico la cui dimensione ha complessità straordinarie. In questa superficie senza riparo l’artista ha la responsabilità del proprio operare; una zona nella quale è necessaria una presa di coscienza (o di inaspettata sconsideratezza, oserei dire) dove è possibile, con la propria intenzione, trasformare concretamente sguardo e pensiero.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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