La crisi dell’arte di oggi: lo scherzo amaro del capitalismo più spietato
Ad essere messa in discussione è l’idea stessa del lusso così come si è venuta costruendo nell’arco dell’ultimo secolo almeno, il suo funzionamento e la sua logica interna: che cosa fa di un determinato oggetto (opera d’arte compresa) un oggetto di lusso?
Quando arriva una crisi riaffiorano alcuni ricordi
Che credevo persi
Cosa penso di me cosa voglio da te
Dove sono cosa sono e perché
Bluvertigo, La Crisi (in Zero, 1999)
Biennale/i in crisi, musei d’arte contemporanea in crisi, e ovviamente mercato dell’arte in crisi: questo uno dei mantra dell’ultimo anno. Chiaramente, questa crisi, se esiste (ed esiste), è di tipo strutturale e sistemico: non può essere superata e/o risolta con dei minimi aggiustamenti, timide riforme, toppe per i buchi oppure per foderare un’intelaiatura che ha cominciato da tempo a rivelare crepe notevoli. Allora, la crisi va innanzitutto conosciuta e riconosciuta, guardata da vicino, soppesata, considerata, analizzata e indagata.
Che cosa è la crisi del mondo dell’arte
Va messa in parallelo, per esempio, con le altre crisi che hanno nel frattempo investito altri settori vicini e contigui come la moda, il food, il design: e ci si accorge allora che queste crisi non sono altre ma sono semmai declinazioni della stessa, medesima – con aspetti e riflessi analoghi, peraltro. Ad essere messa in discussione è l’idea stessa del lusso così come si è venuta costruendo nell’arco dell’ultimo secolo almeno, il suo funzionamento e la sua logica interna: che cosa fa di un determinato oggetto (opera d’arte compresa) un oggetto di lusso? E il concetto di status symbol ha ancora senso, oppure quella dimensione simbolica si sta trasformando e sta perdendo la connessione con lo status? Queste sono alcune delle domande che bisogna evidentemente cominciare a porsi per capirci qualcosa. Forse, è proprio l’idea e la pratica dell’arte contemporanea come bene rifugio che sta tramontando – il che se da un lato ha conseguenze negative per qualcuno dall’altro invece può essere estremamente positivo.
Le crisi negli altri settori culturali
Tra rifeudalizzazione, turbocapitalismo, guerre culturali e ideologiche, pressioni finanziarie e politiche, mutazioni e singolarità tecnologiche (con l’ascesa apparentemente inarrestabile dell’AI), il sistema artistico contemporaneo e le sue istituzioni sembrano singolarmente impreparati alle gravi sollecitazioni esterne del presente. Oppure, al contrario, sono preparatissimi: e dunque alle medesime sollecitazioni rispondono con una chiusura sempre più ermetica, per cui i fattori di turbolenza non divengono mai elementi e agenti di cambiamento e trasformazione radicale (e anzi vengono prontamente disinnescati appena provano timidamente a diventarlo), ma rimbalzano sistematicamente sul muro di gomma dell’elitismo.
Perché questa sembra proprio la dimensione che, lungi dall’essere ridotta o erosa, viene proposta come quella assolutamente più giusta ed efficiente. Alle istanze di volta in volta inquietanti o entusiasmanti (o entrambe le cose, insieme) che emergono e che premono dal mondo reale, il pianeta separato dell’arte contemporanea ha deciso platealmente di rispondere con una separazione ancora più netta, più decisa, più profonda. Che vuol dire, in pratica: più esclusione, più sperequazione, più disparità (negli accessi, nelle opportunità, ecc. ecc.).
Il muro di gomma dell’elitismo
Desta stupore allora, in una prospettiva del genere – ma forse, a conti fatti, non dovrebbe –, considerare un aspetto che inevitabilmente salta all’occhio. Perché, di fatto, una delle domande più importanti da farsi oggi è: come è possibile che nell’ultimo quindicennio il sistema di estrazione capitalistica più spietato, nichilista, colonialista, patriarcale e paternalista abbia deciso – sul proprio versante artistico-mercantile – di investire proprio nelle nicchie artistiche più sinceramente impegnate sul versante contenutistico/cronachistico/didascalico, tra legittime rivendicazioni postcoloniali e altrettanto giuste istanze politiche di genere, tanto impegnate da aver rigidamente optato per una riduzione estrema della ricerca linguistica e della sperimentazione stilistica, che in certi casi piuttosto grotteschi giungono ad essere addirittura bandite in favore di una comprensibilità e leggibilità e digeribilità dello statement?
Non sembra uno scherzo un po’ troppo amaro e cinico persino per i tempi che corrono?
Christian Caliandro
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