Ma vanno salvati per forza? E se il destino dei piccoli paesi fosse semplicemente morire?
Salvare i piccoli paesi e investire risorse economiche nella speranza di ripopolare un Comune ormai abbandonato è sempre la scelta giusta? E se il nostro rapporto con questi territori fosse dettato solo dalla nostalgia? Una riflessione sul confine tra sentimentalismo e progettualità
Qualche anno fa, in un articolo-indagine del The Guardian dedicato allo spopolamento delle aree interne italiane, il giornalista Lorenzo Tondo raccontava i festeggiamenti che nel paesino di Acquaviva Platani, in Sicilia, accompagnano ogni nuova nascita. Qui, come in migliaia di altre realtà sparse per la Penisola, l’arrivo di un bambino è una rarità così anomala da mandare in visibilio l’intera comunità: alla notizia del nuovo arrivato suonano le campane, al bar si brinda in onore del nuovo cittadino, e anche i più estranei (ma quanto estranei si può essere in un paese di poche centinaia di abitanti?) partecipano alla festa per quel piccolo +1.

Perché vogliamo salvare i paesi?
Il destino delle cose però non si decide al bar, e il futuro di un paese spesso comporta verità scomode, che è necessario accettare se vogliamo che il dibattito sulle aree interne sia efficace e veritiero, e che abbandoni la sua patina romantica a favore di una visione forse meno idealistica ma più concreta. Mentre le curve demografiche continuano a scendere (al 1° gennaio 2026 i cittadini residenti in Italia erano 58,9 milioni, circa 1,7 milioni in meno rispetto al 2016) e i piccoli Comuni faticano a garantire i servizi necessari a una vita dignitosa, sembra infatti necessario porsi una domanda: e se alcuni piccoli paesi dovessero semplicemente morire? Non essere salvati o ripopolati; non essere trasformati in alberghi diffusi, borghi turistici o set cinematografici. Semplicemente finire.
La retorica della sopravvivenza applicata ai borghi
La domanda è in parte provocatoria, ma è utile per una riflessione sul perché attribuiamo alla sopravvivenza dei paesi un valore morale. Perché consideriamo la morte di un paese una tragedia, pur non avendoci mai messo piede? Perché ci sta così tanto a cuore questo tema, pur adottando nel nostro quotidiano scelte etiche e sociali che magari favoriscono proprio questo flusso di eventi e di dinamiche di mercato, dove il pesce grande semplicemente mangia il pesce più piccolo?
Il punto è che molto spesso parliamo delle località “minori” (piccoli Comuni montani, aree interne e cittadine distanti dai grandi centri) con un coinvolgimento emotivo che finisce per alterare la percezione della realtà. Così come tendiamo a “umanizzare” gli animali, anche ai paesi tendiamo ad attribuire una dimensione umana. Lo si vede già nel lessico con cui descriviamo borghi, borghetti e Comuni di montagna: diciamo che un paese è “ferito”, “abbandonato”, “in agonia”. Parliamo di “salvare i borghi” come se avessero un diritto naturale alla sopravvivenza.

I paesi oltre la retorica romantica
Le ragioni di questo attaccamento romantico ai luoghi spesso sono sottili, coincidono con un mondo idealizzato che rimanda alla nostra infanzia, a un’epoca meno compromessa da consumismo e tecnologie. Secondo questa associazione, il borgo in collina rappresenta il nostro tempo bello e spensierato, il riflesso di un mondo che abbiamo conosciuto e che ora non c’è più: i vecchietti seduti sull’uscio della porta, le case con le chiavi attaccate al portone, i gerani sul davanzale e i ristorantini col menu “locale” ci ricordano un modo di vivere che abbiamo perso o che abbiamo scelto di abbandonare (lo abbiamo scelto, nessuno ce lo ha imposto). Forse quello che ci addolora quando pensiamo alla scomparsa dei paesi, dunque, è il dolore per la scomparsa di ciò che rappresentano nella nostra testa. Non c’entra l’urbanistica né la sociologia. È pura nostalgia, ed è una piaga del nostro tempo.
Rigenerazione ed “effetto nostalgia”
Nell’epoca della nostalgia, quella in cui viviamo (fatta di revival e remake), questo tema non è secondario. Molte delle recenti misure messe in atto dal governo per salvare le aree interne italiane spingono spudoratamente verso questa idealizzazione, mancando il punto della questione. Raramente si parla infatti di vere politiche di ripopolamento, di misure concrete per sostenere la natalità o di incentivi abbastanza forti da convincere persone e famiglie a trasferirsi stabilmente nelle aree più remote, mentre abbondano i finanziamenti per strutture ricettive e interventi turistici chiaramente a favore di chi “arriva” più che di chi “resta”.
Così Carmela Chiapperini, Emanuela Montenegro e Gianfranco Viesti in merito alla discussa misura del PNRR: “Non si tratta di un intervento di politica economica che mira a contrastare lo spopolamento di tanti Comuni italiani migliorando la qualità della vita di chi li abita, soprattutto mettendo a loro disposizione gli essenziali servizi di istruzione, salute, mobilità e favorendo così anche flussi di nuovi residenti; ma di un’operazione che parte da luoghi fisici, per quanto meritevoli di recupero, per esaltarne le valenze turistiche”. Da queste scelte traspare la contraddizione di fondo che si innesca ogni volta che pensiamo alle aree interne: che cosa stiamo davvero cercando di salvare? Comunità reali e luoghi con le loro difficoltà e i loro bisogni concreti, oppure l’immagine che abbiamo costruito di quei posti, nella speranza di conservare qualche angolo di “autenticità” da fotografare durante una gita fuori porta? In questa differenza si gioca il futuro dei paesi. E tante volte sarebbe meglio che l’agonia di questi posti finisse per sempre, piuttosto che essere trasformati in cocktail di marketing e nostalgia.
Alex Urso
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