Gibellina è Capitale dell’Arte Contemporanea. L’intervista al direttore artistico 

Gibellina può andare oltre la propria memoria? Per rispondere a questa domanda abbiamo parlato con Andrea Cusumano, direttore artistico di Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026. L’obiettivo è riattivare una città costruita con l’arte senza ridurla a monumento, attrazione turistica o auto-celebrazione

Gibellina non è una città neutra. Per chi, come me, è cresciuto nella Sicilia occidentale, appartiene a una geografia familiare e insieme irrisolta: il terremoto, il trasferimento, la ricostruzione, il Grande Cretto, le opere e le architetture chiamate a restituire una forma collettiva a ciò che era stato distrutto. Qui l’arte non è arrivata alla fine, come un ornamento. È entrata nel progetto della città, ne ha occupato le piazze, gli edifici e l’immaginario. Proprio questa storia rende la nomina di Gibellina a prima Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea qualcosa di più di un riconoscimento. È una verifica: capire se quel patrimonio possa ancora generare progetto oppure sia destinato a sopravvivere come racconto di una stagione irripetibile. Con Andrea Cusumano, direttore artistico di Gibellina 2026, non ho voluto ripercorrere il programma mostra per mostra. La questione era un’altra: che cosa può produrre oggi l’arte in una città che dall’arte è già stata trasformata e che continua a misurarsi con spopolamento, fragilità strutturali e memoria?

Gibellina è Capitale dell’Arte Contemporanea. L’intervista al direttore artistico 
© Battiti al Cretto, 2026

Intervista ad Andrea Cusumano

Gibellina è stata raccontata per decenni come la città rinata attraverso l’arte. Quale parte di questo racconto rischia oggi di diventare retorica?
Questo racconto ha senso se riesce a stimolare qualcosa nel presente e, soprattutto, se diventa una progettualità futura. Può farlo in continuità con quanto è avvenuto, ma anche in discontinuità o perfino in antitesi. L’importante è che ciò che arriva dal passato mantenga una dimensione valoriale e trovi una funzione nel progetto di oggi. Gibellina ha un patrimonio permanente immenso, ma quel patrimonio ha incontrato anche difficoltà nel rapporto con la vita economica e sociale della popolazione. Il problema è capire come riattivare quel rapporto.

Portami il futuro è un titolo molto esigente. Che cosa significa applicarlo a Gibellina?
Gibellina è un modello nella storia dell’arte italiana. Non soltanto come luogo fisico, ma come origine di un rapporto tra arte contemporanea e trasformazione della città. Dopo il terremoto, una comunità che aveva perduto quasi tutto ha ricostruito anche la propria identità attraverso la presenza degli artisti. Il progetto guarda a questa storia non per ripeterla, ma per capire che cosa possa ancora produrre.

Lei ha parlato dell’arte contemporanea come “arte della presenza”, non soltanto come arte del presente. Qual è la differenza?
L’arte contemporanea, almeno nella linea che abbiamo seguito, non è soltanto l’arte del presente. È soprattutto arte della presenza. Significa che l’artista entra in un contesto di relazioni, si confronta con le persone e con i problemi del proprio tempo. Gibellina può raccogliere questo tipo di istanze e diventare nuovamente un luogo nel quale l’arte attiva un ragionamento.

Molti piccoli centri della Sicilia e del Sud perdono popolazione e giovani. Quale conseguenza concreta può avere un progetto culturale di un solo anno?
Non si può pensare che un progetto di questo tipo riporti da solo la popolazione o risolva problemi così grandi. E non credo nemmeno che l’obiettivo principale debba essere trasformare Gibellina in una destinazione turistica per l’arte contemporanea. Si possono però riattivare strutture, costruire attività con istituzioni nazionali e internazionali, avviare percorsi formativi e sperimentali. La presenza di giovani che vengono a studiare e a lavorare può mettere in moto un processo. Non è un risultato immediato: richiede tempo e continuità.

Come si interviene su una ferita senza farne una scenografia culturale?
Bisogna trovare un uso degli spazi che sia utile e integrato nella città. Il Teatro di Consagra, le piazze e la Chiesa di Gesù e Maria non devono essere soltanto luoghi da mostrare. Il lavoro consiste nel riattivarli e nel riportarli dentro una dimensione vissuta. Alla Chiesa di Gesù e Maria, per esempio, il recupero riguarda anche gli appartamenti che potranno essere destinati alle residenze. Il festival previsto tra settembre e ottobre, dedicato a musica, cinema e arte contemporanea e realizzato anche con il Conservatorio di Palermo, nasce con la stessa intenzione: rileggere una storia straordinaria e permettere alla comunità di tornare ad abitare quei luoghi.

Il Grande Cretto di Burri è una presenza enorme. Rischia di oscurare tutto il resto?
Non bisogna ridurre la complessità della presenza di Gibellina nel mondo. Il Cretto è senza dubbio centrale, ma la città non può essere raccontata attraverso una sola opera. Non mi interessano le classifiche su quale sia l’opera più importante del Novecento: entreremmo in una valutazione che non serve. Gibellina è fatta di opere, architetture e vicende diverse, e questa complessità deve emergere.

Nel programma convivono mostre temporanee, nuove opere e interventi che sembrano pensati per durare. Che cosa resterà davvero dopo il 2026?
La permanenza non coincide necessariamente con l’aggiunta di un’altra opera alla città. Ci sono progetti che intervengono sull’ecosistema e sugli spazi, come il lavoro di Stalker sul laghetto progettato da Ungers e l’opera-giardino di Lucia Veronesi tra il Teatro di Consagra e Palazzo Di Lorenzo. Sono interventi che possono continuare come processi. Anche gli artisti sono stati scelti per la qualità e la profondità del loro lavoro, ma con l’idea di innestare rapporti che non si esauriscano con la conclusione del programma.

Partecipazione e comunità sono parole ormai ricorrenti nel linguaggio dell’arte. Dove avete incontrato il limite più evidente?
Nel tempo necessario a costruire il dialogo. Gibellina non è soltanto un museo e non è soltanto una città: tiene insieme una dimensione architettonica e artistica eccezionale con la vita quotidiana di un centro dell’entroterra. Mettere in comunicazione questi livelli richiede un lavoro continuo. Era uno degli obiettivi più importanti, ma non posso dire che sia stato pienamente raggiunto in un solo anno di attività.

Il patrimonio di Gibellina è più grande delle possibilità ordinarie del Comune. Che cosa deve accadere perché il progetto non finisca il 31 dicembre?
Serve una gestione che coinvolga più istituzioni. Sono già stati avviati rapporti con gli artisti, con le accademie e con altri soggetti nazionali e internazionali; c’è anche un’interlocuzione con la Conferenza dei direttori delle Accademie di Belle Arti. Una forma particolare di tutela per Gibellina potrebbe essere utile, ma da sola non basterebbe. Il recupero degli spazi, le residenze, i laboratori e la formazione devono poter continuare. Alla fine del mandato una parte della responsabilità passerà all’amministrazione e ai soggetti che saranno coinvolti nella gestione futura.

Fra dieci anni, come vorrebbe che fosse ricordato il 2026?
Vorrei che Gibellina fosse ancora un luogo di ricerca, di studio e di formazione, capace di tenere insieme la comunità locale e le persone che arrivano da fuori. Sarebbe importante poter parlare del 2026 non come di una parentesi, ma come di un passaggio che ha riattivato la capacità della città di pensare e produrre una nuova utopia.

Antonino La Vela

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Antonino La Vela

Antonino La Vela

Antonino La Vela (Marsala, 1971) è artista, scrittore e ricercatore indipendente. Vive e lavora a Torino. La sua ricerca attraversa arte contemporanea, politica, ecologia, genere, identità e tecnologie, con particolare attenzione ai rapporti tra visibilità, potere e responsabilità. Scrive di…

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