Far incontrare arte contemporanea e gioco per creare meraviglia. Intervista all’ideatore del Balloon Museum

Roberto Fantauzzi è il fondatore e CEO di Lux Entertainment che nel 2021 ha dato vita al Balloon Museum. Ci ha raccontato cosa sono per lui l’arte e l’intrattenimento tra esperienze interattive, emozioni e progetti futuri

Dalla sua fondazione nel 2021 a oggi, Lux Entertainment ha intercettato l’evoluzione del modo in cui il pubblico vive l’arte – legandola, cioè, all’intrattenimento e allo spettacolo. Al centro di questa visione c’è Roberto Fantauzzi: imprenditore nel mondo dell’arte (o il contrario, come dice scherzando lui), è il fondatore e CEO della società. Il loro progetto più noto è senza dubbio il Balloon Museum che, nato guardando al mondo dell’Inflatable Art, è diventato un’esperienza internazionale dove le installazioni interattive sono diventate un linguaggio espositivo. In questa intervista Fantauzzi racconta la nascita di questo modello, cos’è l’arte per lui e il prossimo progetto del Balloon Museum.

Un'installazione al Balloon Museum
Un’installazione al Balloon Museum

Intervista a Roberto Fantauzzi

Nel suo processo come nasce un’idea e come viene trasformata in un’esperienza concreta?
Un aspetto importante da cui partire, anche facendo un’azione introspettiva e retrospettiva rispetto a quella che è la mia carriera, è il mondo imprenditoriale, che nella mia vita parte fondamentalmente da un approccio artistico. Per cui, c’è sempre qualcosa che prima nasce da dentro, dalla pancia, e poi viene trasformato in espressione artistica. A quel punto, può diventare un business. Non penso a un business e poi lo condisco con qualcosa di artistico che lo elevi: è esattamente il contrario. Credo, in questo senso, che il mio lavoro sia un po’ come quello degli stilisti, che creano tendenze e influenzano. Devi provare a fare qualcosa e poi, a distanza di un paio d’anni, ti accorgi che quel tuo sentimento ha convinto anche la gente, portandola a fare cose: comprare vestiti o vivere nuove esperienze. Non è mero protagonismo, ma soddisfazione nel trasmettere qualcosa in cui credo alle persone.

E, infatti, la condivisione e il coinvolgimento dello spettatore sono centrali nell’attività di Lux Entertainment che, in accordo con le tendenze degli ultimi anni, trasforma il visitatore in protagonista. Com’è nato il tutto?
Circa dieci anni fa sentii l’esigenza di comunicare a uno specifico tipo di pubblico, spinto da esperienze legate alla genitorialità. Gli eventi che creavo nascevano per soddisfare i bambini ed erano probabilmente, anzi sicuramente, ispirati anche dal fatto che avevo una figlia piccola, perché vedevo che riuscivo a trasmettere a mia figlia e ai suoi amici una forma di divertimento. Dialogando con l’arte contemporanea e gli artisti, volevo portare i bambini a giocare con qualcosa che, normalmente, era loro vietato, perché se pensiamo ai musei, una delle cose più frustranti per un bambino è proprio non poter toccare. Le mie esperienze, invece, permettevano di farlo: in una delle prime mostre che creammo, c’era addirittura un cartello all’ingresso con la frase “Forbidden not to touch”, cioè “Vietato non toccare”. Oltre che coinvolgere i bambini, volevamo far vivere agli adulti un’esperienza che li riportasse in qualche modo all’infanzia. In ogni caso, il punto centrale è l’interattività. Non amo quando le nostre esperienze vengono definite immersive: immergersi significa entrare in un mondo e subirlo; le nostre esperienze, invece, le definirei interattive, perché si entra in un mondo e se ne diventa parte.

La sensazione di stupore e meraviglia che caratterizza le esperienze dei bambini è centrale nelle vostre operazioni, che legano arte, intrattenimento e spettacolo. Per lei esiste ancora un confine tra l’arte in senso stretto e l’intrattenimento?
Credo che con le nostre iniziative siamo riusciti a superare un confine che sembrava invalicabile. Da una parte c’era l’entertainment, con il teatro, i musical, il cinema e la musica; dall’altra c’erano i musei di arte contemporanea. La nostra grande forza è stata quella di avvicinare questi due mondi e, a un certo punto, fonderli. C’è un libro che mi ha ispirato molto dal punto di vista creativo e si intitola Strategia oceano blu. L’idea di base è che, nel mondo dell’entertainment e dell’arte, sia stato ormai fatto più o meno tutto e che la vera abilità di chi vuole creare nuovi mondi consista nell’inserirsi nell’oceano blu.Gli oceani rossi sono quei luoghi in cui tutti competono: chi vuole realizzare il quadro più bello, il museo con l’artista più importante, il playground più innovativo del mondo. Si compete con altri che fanno la stessa cosa, cercando di fare meglio o peggio.La nostra idea, invece, era entrare in uno spazio di fusione tra questi due mondi, cioè creare un oceano blu, qualcosa di nuovo. Oggi anche i grandi musei del mondo si stanno muovendo verso forme sempre più interattive, esiste questa tendenza, ma un museo non potrà mai essere completamente interattivo, così come un luogo di divertimento non potrà mai sconfinare del tutto nel mondo dell’arte.Noi ci siamo creati una nuova nicchia di mercato, che in qualche maniera fa convivere il divertimento con l’arte.

Le opere e gli spazi di Balloon Museum

La progettazione dello spazio, oltre all’opera in sé, mi sembra un aspetto centrale…
Sì, con molti nostri progetti l’idea è quella di creare un contesto in cui vivere un’esperienza.Per esempio,Christmas World è nato durante il periodo del Covid, quando le persone non potevano viaggiare, ma prosegue ancora oggi. Abbiamo ricreato varie città del mondo in miniatura, con le loro tradizioni e mettendo in gioco il mondo dell’arte, della cucina, dei balli, delle musiche tipiche… In questo modo portavamo le persone a vivere il Natale di 67 città del mondo senza doverci andare fisicamente.Un altro elemento importante legato allo spazio che caratterizza i nostri progetti dentro al Balloon Museum è proprio la grandezza delle opere.Le nostre installazioni principale sono gli Hypercosmo e gli Hyperstellar, che abbiamo realizzato in diverse versioni: sono gigantesche piscine di palline all’interno delle quali sono presenti proiezioni, luci, suoni e odori.Da Roma a Berlino, fino a New York e Singapore, quindi parliamo di culture completamente diverse, succede sempre qualcosa di straordinario in questi spazi: quando ci si trova davanti a uno spazio così, di 2000 metri quadrati, l’espressione di stupore è sempre la stessa, ovunque ci si trovi.E per suscitare questo stupore, la grandezza dell’opera è un elemento fondamentale che caratterizza i nostri progetti.

Come avviene il processo di selezione? Andate sul sicuro, scegliendo un lavoro a priori, oppure c’è un dialogo con l’artista per orientarlo verso il vostro progetto?
Questo è un discorso molto importante che si è sviluppato in parallelo al nostro percorso. Inizialmente eravamo percepiti come un playground divertente, quindi, l’avvicinamento al mondo dell’arte è stato una scalata reputazionale.All’inizio abbiamo scelto alcune opere di artisti mediamente riconosciuti che ci interessavano per le loro caratteristiche, ma la possibilità di esporle non era scontata, perché gli artisti sono molto attenti al contesto in cui vengono esposti e agli altri artisti con cui condividono lo spazio. Un momento chiave della nostra ascesa è stato quando Didier Fusillier, esponente della cultura francese e presidente della Grande Halle de la Villette di Parigi, ci chiese di portare il Balloon Museum nella capitale francese.Questo passaggio ci permise sia di uscire dai confini italiani, sia di beneficiare della sua credibilità per coinvolgere artisti di un livello superiore, come Philippe Parreno. Da quel momento, man mano che il format cresceva, diventava più facile selezionare opere adatte al progetto, cercando di far comprendere agli artisti il valore di un approccio interattivo. Un artista non è davvero indirizzabile, ma si tenta di fargli capire che portare un adulto o un bambino a giocare con l’opera e viverla in maniera interattiva non è un sacrilegio.

C’è qualche artista in particolare che non era molto convinto di quest’approccio?
Alex Schweder, un artista statunitense che ha esposto anche al MoMA, aveva creato un grande letto gonfiabile che si modificava in base alla presenza e ai movimenti dei visitatori. Il messaggio artistico era legato alle oscillazioni tra depressione ed eccitamento come tendenze generali del mondo e, la prima volta che esponemmo quest’opera al Grand Palais di Parigi, Schweder si trovò davanti un’orda di bambini che utilizzavano il letto come un trampolino. Ricordo la sua espressione disperata, mentre oggi è un nostro sostenitore. Quell’approccio apparentemente dissacrante, in realtà, era un modo per esplorare l’opera in un altro modo, portandola in un altro mondo che si apriva, così, anche all’artista. Ci sono ovviamente anche persone che desiderano vivere le opere nel modo in cui sono state concepite e la presenza dei bambini può interferire con questa esperienza. Così, nel Balloon Museum abbiamo delle fasce orarie in cui i bambini non sono ammessi. Il rispetto dell’arte in sé non è venuto meno: abbiamo semplicemente ampliato le possibilità di approccio, tenendo conto di sensibilità ed esigenze differenti.

"This is Wonderland" di Balloon Museum
“This is Wonderland” di Balloon Museum

Il futuro di Lux Entertainment e dell’arte secondo Roberto Fantauzzi

Ma oltre a pubblici vari con esigenze diverse, lei deve far convivere anche le due sue anime: quella istituzionale del CEO di un’azienda e quella di creativo, più libera…
Sì, da un anno sono il volto pubblico dell’azienda, non perché prima non volessi rappresentarla, ma perché io non mi occupo di numeri. Non voglio dire che non mi interessino i soldi, ma, come ho già detto, non sono la spinta primaria che mi porta a fare questo lavoro. Circa otto-nove mesi fa è entrato nel nostro capitale sociale un importante fondo di investimento legato allo Stato, attraverso la CDP. A quel punto, avendo compreso che avrei dovuto rappresentare la guida ideologica di Lux Entertainment, ho accettato di diventarne il CEO. Ma in un’azienda che vende arte, intrattenimento ed emozioni, il CEO non deve essere necessariamente visto come uno che si occupa soltanto di numeri: è in primis colui che ne rappresenta la visione. Per tutta la parte economica, che è naturalmente fondamentale, è stato creato un team dedicato, incaricato di seguirne i dettagli. Non dobbiamo dimenticare che, alla fine, si tratta anche di un grande business. Oggi mi sento soprattutto il direttore artistico e creativo di questa azienda, più che un CEO nel senso classico del termine: diciamo che sono un artista prestato al mondo dell’imprenditoria e non un vero e proprio imprenditore, anche se di questa visione ho fatto un’impresa. Ed è una cosa bella, perché ho dato a circa 150 ragazzi che oggi lavorano con me la possibilità di esprimersi e di mettere in pratica anche alcuni dei miei valori, come credere che nulla è impossibile, lavorando tutti per un obiettivo comune.

Come direttore artistico, immagino abbia sempre in mente quel che può arrivare dopo, per portare avanti il progetto. Come si immagina l’esperienza culturale del futuro, sia nello specifico del Balloon Museum che in generale?
L’esigenza che sento oggi e per il futuro è di comunicare un’idea di libertà, anche in senso spaziale. Tendenzialmente i musei vengono vissuti attraverso dei percorsi: entri e, seguendo un itinerario, incontri le opere. Nei grandi musei si trovano normalmente percorsi molto studiati, nei quali si cerca di determinare anche il picco emotivo delle persone. La mia visione per il futuro, invece, è quella di far entrare le persone in mondi e ambienti completamente aperti, nei quali le opere d’arte siano distribuite nello spazio, senza muri e senza percorsi obbligati, ma legate da un filo conduttore, da un concetto forte. La prossima mostra del Balloon Museum, che verrà prodotta dal 2027, si chiamerà White Out. Il bianco è inteso come una luce totale, per cui si entra in uno spazio in cui sentire ciò che si ha davanti, ma senza vederlo. Sarà un mondo totalmente bianco, senza un percorso prestabilito, nel quale le opere, distribuite nello spazio, potranno essere vissute seguendo ciò che si sente. Per me, le persone hanno bisogno di vivere l’arte in libertà, senza che qualcuno ne predetermini il percorso o il significato. Quindi, non c’è in gioco soltanto interattività, ma anche la libertà, ossia la possibilità di vivere l’arte liberando completamente la propria energia, senza incanalarla in un percorso prestabilito.

Forse, allora, la strada per il futuro è quella che già nel 1967 Susan Sontag tracciò in Contro l’interpretazione: “Oggi non abbiamo affatto bisogno di assimilare ulteriormente l’Arte al Pensiero, o (ancora peggio) alla Cultura”…
Sì, credo che non debba essere il curatore o il direttore a indirizzarti: è l’opera stessa che deve attrarti. Io vado verso l’opera perché qualcosa mi richiama. Non imporre un modo di vivere l’arte significa renderla ancora più protagonista.

Vittoria Caprotti

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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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