Nonostante la crisi il sistema dell’arte continua a far finta di niente. Perché?

L’arte in questo momento storico sembra quasi sempre fuori, e mai dentro le cose; al tempo stesso, è chiusa ermeticamente all’interno dei suoi codici e dei suoi riti sociali ed espositivi. Ecco perché

E così, mentre nel mondo dell’arte si intensificano e si rinnovano gli scricchiolii, i segnali di crisi strutturale e sistemica, come la chiusura di Air de Paris e la riduzione drastica di organico di Pace Gallery, con addirittura l’ad Marc Glimcher che parla esplicitamente di “un sistema che non funziona più”, “impossibile da riparare”, l’aspetto che come sempre colpisce di più è la volontà diffusa di far finta di niente.
Di proseguire come se nulla stesse accadendo.

Arte e realtà: la reazione del settore

Per me, questa indifferenza fa il paio – ed è, in fondo, la stessa identica indifferenza, voglio dire unica – con l’altra grande indifferenza dell’arte contemporanea: quella per il contesto. L’arte sembra proprio viaggiare sui suoi binari, che corrono infinitamente paralleli a quelli della realtà. Questo si fa, se possibile, ancora più evidente quando un’opera o un gruppo di opere che appartengono a un certo gusto globalizzato costruitosi nell’arco di un venticinquennio si ‘occupano’ di ‘temi attuali’: lo sguardo è infatti quasi sempre concentrato e focalizzato su questa operazione dell’occuparsi, come se in fondo la vita collettiva fosse un fenomeno del tutto estraneo, da osservare appunto dall’esterno, da un punto di vista in qualche modo privilegiato. L’arte, cioè, in questo momento storico sembra quasi sempre fuori, e mai dentro; al tempo stesso, è chiusa ermeticamente all’interno dei suoi codici e dei suoi riti sociali ed espositivi.

Il dibattito sulla critica d’arte

Intanto, periodicamente riemerge nel nostro Paese il dibattito sulla critica d’arte, o sulla sua scomparsa, o sulla sua inesistenza, o sulla sua inadeguatezza. E giù botte ai poveri critici (che, in effetti, o non ci sono o sono del tutto minoritari), con le accuse di rito e le rimostranze…ma come potrebbe, come avrebbe potuto sopravvivere questa attività in un ambiente tanto ostile? Prima infatti la si asfissia, la si erode, la si fa sparire perché di fatto infastidisce – e poi si fanno le filippiche perché non c’è più la critica. Ma non c’è più, cari signori, perché evidentemente non doveva esserci più. Non c’è più perché non sapevate che farvene, della critica d’arte.

Ma è un problema solo del sistema dell’arte contemporanea?

Continua a venirmi in mente, ancora e ancora, come il “proseguire come se nulla stesse accadendo” sia il tratto caratteristico non solo del sistema artistico oggi, ma anche di tutti gli altri sistemi. E come sia diventato la condanna di tutti questi sistemi.
L’indifferenza è solo una parte del problema. C’è proprio una dimensione legata al non voler vedere attorno, al non voler guardare osservare indagare le storture del mondo attuale e delle società edificate nel corso dell’ultimo quarantennio ‘postmoderno’, per timore forse che questa osservazione, se prolungata e condotta come si deve, possa portare a una sorta di effetto domino.

E non stiamo parlando qui, lo dico per l’ennesima volta, di artivismo – peraltro invecchiato malissimo, come estetica e come postura, nel giro di pochissimi anni. Il quale è un’arma spuntata, come si è sempre potuto verificare, al tempo stesso troppo semplicistico e troppo decorativo per poter esercitare qualche effetto minimamente rilevante. È una sensazione come al solito impalpabile e indefinibile, la sensazione che l’arte tutta potrebbe essere qualcosa di più, oggi: non sono tempi ordinari, questi (sono tempi terribili, inquietanti, straordinari), eppure per uno stranissimo e stregato rapporto inversamente proporzionale ci becchiamo l’arte più ordinaria degli ultimi secoli.

L’artivismo, un’arma spuntata

E continua a interpellarci in questo senso Carla Lonzi, sia con Autoritratto (1969) che con le sue intuizioni anche successive a proposito di creazione e creatività: “I discorsi qui raccolti non sono stati fatti con l’intenzione di dimostrare quanto sopra, ma per iniziarmi a un’attività e a un’umanità verso cui mi sono sentita attratta, nello stesso tempo che trovavo ridicola la pretesa affidatami dall’Università di fare il critico di una umanità e di un’attività che non mi appartenevano. Cercare di appartenervi e vedere crollare il ruolo di critico, è stato tutt’uno. Cosa rimane, adesso che ho perso questo ruolo all’interno dell’arte? Sono forse diventata artista? Posso rispondere: non sono più un’estranea. Se l’arte non è nelle mie risorse come creazione, lo è come creatività, come coscienza dell’arte nella disposizione al bene.”

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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