Natura bucolica e violenza umana nella mostra di Andriu Deplazes a Reggio Emilia

Burning Green, verde che brucia, sembra un ossimoro, ma rende molto bene l’idea della mostra alla Collezione Maramotti. Questo giovane artista svizzero riflette sull’uomo e sul suo rapporto con se stesso e con la natura

È giovane (classe 1993), è svizzero ed è alla sua prima mostra monografica in Italia. Andriu Deplazes (vive tra Marsiglia e Zurigo) è stato scelto dalla Collezione Maramotti di Reggio Emilia che ora ospita circa trenta opere facenti parte di un progetto pensato e realizzato appositamente per l’occasione, tanto che, come racconta ad Artribune la direttrice Sara Piccinini, alcuni dei dipinti sono stati ultimati appena prima dell’opening. E quando si parla di progetto, non si parla solo di tele e disegni, ma anche di un allestimento che ha previsto una profonda revisione degli spazi della Pattern Room. Per questa mostra l’ambiente non si presenta più come un grande open space, ma ha divisori che conducono il visitatore, passo dopo passo, nell’universo figurativo di Deplazes. Universo che accoglie le persone già fuori dall’ingresso, dove stanziano alcuni piccioni in bronzo che tra l’altro sono tra le prime sculture realizzate dall’artista. L’incipit del percorso è dedicato alla musica: figure in divisa militare suonano di fronte all’autorevole ufficiale con basco, mostrine, scettro e… null’altro, visto che il corpo nudo e un po’ sfatto, privo di qualsiasi trionfalismo, si staglia su un paesaggio che evoca immediatamente i laghi svizzeri. Immagini visionarie? Fino a un certo punto: Deplazes ha un rapporto molto stretto con la musica: in un’intervista ha dichiarato che avrebbe voluto diventare clarinettista.

Andriu Deplazes, Körper auf gelbem Stuhl (Body on yellow chair), 2023. Courtesy of the artist and Galerie Peter Kilchmann, Zurich. Photo David Giancatarina

Andriu Deplazes, Körper auf gelbem Stuhl (Body on yellow chair), 2023. Courtesy of the artist and Galerie Peter Kilchmann, Zurich. Photo David Giancatarina

LE OPERE DI ANDRIU DEPLAZES A REGGIO EMILIA

Un nucleo di dipinti e disegni – da cui fanno capolino i maestri del giovane pittore come Kirchner, Bacon e l’inevitabile Schiele – riflette sulla percezione di sé e del proprio corpo, ma anche sulla dimensione familiare: “L’artista colloca le sue alienate figure-umanoidi, spesso isolate, diafane e dai tratti indefiniti, in stranianti ambienti domestici o in contesti dominati dalla forte presenza della natura”, si legge nel foglio di sala. Ma è soprattutto l’esperienza personale a risuonare tra pennellate di colori sgargianti, ulteriormente accese da cromie fluo: la permanenza in Emilia-Romagna, ad esempio, lascia tracce nelle opere dedicate agli allevamenti di bovini, gli stessi animali che nell’immaginario collettivo popolano i verdi pascoli della Svizzera.

Andriu Deplazes, Two fluorescent balls, 2023. Courtesy of the artist and Galerie Peter Kilchmann, Zurich. Photo David Giancatarina

Andriu Deplazes, Two fluorescent balls, 2023. Courtesy of the artist and Galerie Peter Kilchmann, Zurich. Photo David Giancatarina

LA MOSTRA DI DEPLAZES ALLA COLLEZIONE MARAMOTTI

Il climax della mostra si raggiunge tuttavia nelle ultime sale, dove campeggiano enormi tele dal grande impatto visivo e comunicativo. La natura imponente sembra essere dominante, giocosa e trionfante – il cagnolino che tiene tra i denti una pallina colorata, due possenti mucche che guardano l’osservatore con aria mansueta, le Alpi inondate della rosa luce del tramonto ‒, ma quegli sfondi bucolici e sereni accolgono anche elicotteri da guerra, o neonati fluorescenti sorretti da un uomo solo, forse disperato, o ancora altri militari che sembrano suonare un requiem per i ghiacciai che si stanno sciogliendo. Ecco allora che la concezione romantica tra uomo e natura viene sovvertita dalla violenza umana e da un tragico destino che si comincia a intravedere dietro la crisi climatica.

Marta Santacatterina

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Marta Santacatterina

Marta Santacatterina

Giornalista pubblicista e dottore di ricerca in Storia dell'arte, collabora con varie testate dei settori arte e food, ricoprendo anche mansioni di caporedattrice. Scrive per “Artribune” fin dalla prima uscita della rivista, nel 2011. Lavora tanto, troppo, eppure trova sempre…

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