Arte contemporanea ed esclusione: le riflessioni degli studenti dell’Accademia

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Quello dell’arte contemporanea è un sistema chiuso? E perché? Proseguono i dialoghi fra Christian Caliandro e gli studenti del suo corso all’Accademia di Belle Arti di Foggia sul tema dell’arte relazionale

19 gennaio 2022. Tutto il corso sta ruotando attorno all’idea di quest’arte comunitaria e relazionale. A vostro parere, che rapporto ci può essere tra queste forme, che hanno la necessità di costruire una relazione forte con le comunità, in periodi come questo in cui questi rapporti vengono in qualche modo tenuti digitalmente e virtualmente?
Wanda: Credo che, anche prima di questa situazione, tali esperienze si siano basate sulla relazione di persone con competenze diverse e diversi ruoli e soprattutto nella fase primordiale e organizzativa di un progetto relazionale si possa comunque procedere attraverso incontri virtuali, ovvio è, che dopo, in una fase matura, sia fondamentale e necessario l’incontro reale. La relazione ‒ virtuale o reale che sia ‒ resta comunque il nodo cruciale di questa forma d’arte.
Queste forme di arte come si pongono nel momento in cui le condizioni sembrano andare da un’altra parte? Come si fa a mantenere la centralità di queste forme artistiche in un momento in cui viene negato e riarticolato il rapporto?
Rossella: Onestamente non so come un rapporto possa essere articolato in un periodo di completa chiusura, però sono più che certa che, nel momento in cui c’è una riapertura, come già si è visto in passato con il passaggio dalle varie zone arancioni, gialle e poi bianche, ogni singolo individuo avverta maggiormente l’esigenza della relazione.

COLLABORAZIONE, IMPREVISTO E UMILTÀ

Rispetto invece ai contenuti che sono emersi nelle altre lezioni, sono venute fuori delle idee-chiave che poi hanno caratterizzato i vari pezzi della serie di inpratica su “Artribune” dedicata all’arte comunitaria, nata appunto come un collage del dialogo sostenuto nei precedenti incontri. Volendole riassumere, quali sono secondo voi?
R: Il concetto di collaborazione, l’apertura all’imprevisto e saperlo accettare come parte integrante della propria idea e del proprio progetto.
Adriana: Credo che il punto cardine dell’arte relazionale sia l’intervento attivo del pubblico, c’è un’inversione di rapporto tra il pubblico e l’opera, uno scambio di ruoli dove appunto lo spettatore agisce attivamente su quest’ultima.
Letizia: Più che di scambio penso si debba parlare di cessione di ruoli. L’artista cede al pubblico e il pubblico stesso diventa artista.
Sara: C’è una consapevolezza dell’artista nel cedere la propria idea e la propria opera al pubblico, che può cambiarla rispetto all’idea iniziale.
Secondo me l’elemento dell’umiltà che è venuto fuori l’ultima volta merita di essere approfondito.
Wanda: A tal proposito, vorrei infatti dire che, secondo me, non è solo l’artista a cedere al pubblico ma anche il pubblico a offrire il suo intervento all’artista. L’arte relazionale non va intesa come un’opera di generosità da parte del buon artista che permette al pubblico di operare sulla sua opera. Il rapporto tra questi e pubblico è alla pari. All’inizio del corso siamo partiti da un concetto di democratizzazione dell’opera d’arte, pertanto credo che alla base della democrazia ci sia un riconoscimento di uguaglianza tra artista e pubblico, quindi l’operato di entrambe le parti assume lo stesso valore. L’umiltà è la caratteristica principale dell’artista che vuole vivere questo tipo di esperienza, la chiave per comprendere che il proprio ego e la propria idea possano essere, non oscurate, ma migliorate dal contributo di altre parti co-operanti.

ARTE CONTEMPORANEA E CO-AUTORIALITÀ

Infatti questo è un punto abbastanza centrale. (…) Anche storicamente, e questo emerge soprattutto nei testi di Claire Bishop e Miwon Kwon: c’è una differenza sostanziale rispetto ai progetti di tipo partecipativo, collettivo o comunitario a seconda del periodo di riferimento, gli Anni Sessanta, Settanta, Ottanta o Novanta, fino agli ultimi quindici anni. Come si è spesso detto, è il concetto stesso di partecipazione a essere ambiguo e problematico. Ancora oggi, se noi guardiamo attentamente molti di questi progetti collaborativi, persiste un livello di paternalismo, come se l’artista concedesse generosamente al pubblico di “colorare” le parti della sua opera: tuttavia questa è una versione molto decorativa della partecipazione, c’è una certa ambiguità; ecco perché, forse, il termine giusto per definire questo tipo di approccio è co-creazione. Nel percorso creativo di Rauschenberg, che parte dai Combine Paintings degli Anni Cinquanta, verso gli Anni Sessanta si assiste a un’espansione verso il pubblico. Seguendo la musica di John Cage e le coreografie di Marce Cunningham, arriva ad abbracciare più linguaggi, l’happening, la musica e la danza. Rauschenberg, parallelamente a Warhol, negli Anni Sessanta abbandona momentaneamente il medium della pittura. Warhol fa in misura diversa la stessa cosa. In questo caso si tratta di definire quanto la Factory sia stata realmente un laboratorio di co-creazione. Tutti i personaggi strani che sono entrati a far parte di questa “Hollywood Underground” effettivamente rispondono sempre a un codice prestabilito da Warhol stesso, che in realtà non cede niente, anzi, quanto più sembra annullarsi tanto più emerge la sua personalità di super-autore… Siamo quindi ancora in una fase aurorale. Il discorso cambia man mano che ci avviciniamo al presente. (…) Come si fa a creare quindi un’opera che funzioni tutelando questa co-autorialità?
Maria: Io penso che debba essere incluso sempre un pubblico che abbia gli strumenti e che sappia, seppur parzialmente, di cosa si stia parlando.
Questa è una possibilità, ma in tal modo si rinnova una certa esclusione. Il problema dell’arte contemporanea è che è rinchiusa in un sistema, dove di fatto non esiste un pubblico esterno, ma esso stesso è costituito da persone che, in un modo o nell’altro, ne fanno già parte, studiosi d’arte, critici o artisti…

ARTE CONTEMPORANEA ED ESCLUSIONE

Wanda: Va comunque precisato che questa esclusione non è dettata dalla volontà dell’artista, anzi, molto spesso capita che sia il pubblico di “massa” a non riconoscere l’arte contemporanea come tale, spesso snobbandola, limitando quel riconoscimento soltanto all’arte moderna e classica e approcciandosi a quest’ultima attraverso un rapporto di contemplazione. Purtroppo questo deriva anche da un sistema di istruzione nelle scuole dell’obbligo inadeguato, che negli anni ha eliminato sempre di più lo studio della storia dell’arte, subordinandola come materia rispetto ad altre, e che invece dovrebbe essere parte integrante del programma di storia, per comprendere certi passi cruciali dell’evoluzione antropologica e sociale dei popoli. Credo che gli artisti di oggi, seppur dotati di un’impeccabile tecnica, non ritrovino più la propria espressione nel quadro o nella statua canonica e che la massa non abbia gli strumenti per comprendere il cambiamento di linguaggio. Il muro è creato in primis dalle istituzioni, che limitano un’istruzione adeguata soltanto a chi decida di proseguire gli studi in questo ambito. In conclusione, ribadisco che l’esclusione sia dettata più dal pubblico che dall’artista stesso.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).