Le spire del drago, il fiore e la nuvola. Il Museo del Tappeto Antico di Brescia guarda alla Cina
La più importante collezione privata di tappeti al mondo ha aperto al pubblico una monografica tutta dedicata alla produzione cinese dal Seicento al Novecento. Da visitare gratuitamente
È una storia lunga e profondamente sincretica quella del tappeto cinese: una tradizione incorporata dall’Asia Centrale attraverso l’attuale Xinjiang, la provincia cinese più occidentale, e giunta fino alla costa pacifica cambiando colori e forme, senza mai dimenticare le proprie origini. Come molte storie di tappeti, anche quella raccontata al MITA – Museo Internazionale del Tappeto Antico di Brescia è la storia di un viaggio.
La raccolta privata di tappeti antichi più importante al mondo
La collezione di Romain Zaleski, diventata attraverso la Fondazione Tassara la Collezione MITA, è considerata la raccolta privata di tappeti antichi più importante al mondo: 1380 pezzi da tutto il mondo, dal Quattrocento al Novecento, raccolti da mercanti e intermediari lungo quella rug belt che dal Portogallo arriva fino al Giappone passando dal Maghreb. Lo spazio museale, un cubo di vetro di 1300 mq progettato da OBR, ne mostra una quarantina alla volta, sempre gratuitamente: ed è proprio una quarantina di pezzi che permettono ne Le trame del dragone. Tappeti cinesi delle dinastie imperiali di ripercorrere la storia del tappeto in Cina dal XV al XIX Secolo.
1 / 7
2 / 7
3 / 7
4 / 7
5 / 7
6 / 7
7 / 7
Il tappeto dello Xinjiang
Due sono le tipologie di tappeti esposti, anche di grandi dimensioni, nel percorso curato da Giovanni Valagussa. La prima è quella a fondo rosso, riccamente decorata con greche, motivi a croce uncinata e a fascia di nubi, con griglie geometriche e campi fioriti. Queste opere, sviluppatesi intorno alle oasi di Kashgar, Yarkand e Khotan, mutuano degli elementi dalle popolazioni nomadiche del deserto incorporandoli però in un contesto culturale cinese: le nuvole a fungo, i fiori e gli elementi taoisti e buddisti, come il grande cerchio centrale che evoca il Buddha seduto. Ogni elemento è convogliato, come richiede la tradizione cinese, in una composizione che privilegia l’armonia.

Il tappeto delle capitali Ming e Qing
La seconda tipologia in mostra è quella che accosta giallo dorato e blu, riconducibile all’area delle due capitali dei regni Ming e Qing, rispettivamente Nanjing e Beijing. Ecco entrare con forza il tema del dragone, l’animale dell’imperatore, affiancato da nuove simbologie come il pipistrello e la carpa, che per omofonia evocano uno felicità e l’altro ricchezza: questi simboli non riscrivono le antiche geometrie ma vi si sovrappongono con eleganza. La rielaborazione è continua: tra una chimera-drago e un cane-leone, l’immaginario cinese sembra offrire infiniti spunti, dagli auguri di buon auspicio alle rappresentazioni allegoriche. Straordinario il tappeto che chiude il percorso, che raccoglie, come se fossero allineati su uno scrittoio, otto gruppi di oggetti simbolici legati a filosofie di pensiero e qualità positive.
Fragranze, musica e parole dal taoismo al MITA
Il percorso espositivo, aperto al pubblico fino a giugno (anche con visite guidate, sempre gratuite), si riflette nel tavolo centrale in vetro, che mostra come in un sunto l’evoluzione stilistica del tappeto nei secoli. Inframmezzato da massime del taoismo sospese su telai di bambù, l’itinerario si sviluppa tra piano terra e superiore ed è intensificato da fragranze create per l’occasione: ora l’aloe, ora la magnolia, ora il loto, così spesso presente nei tappeti cinesi. Anche la musica, una reinterpretazione contemporanea della tradizione sinica, accompagna la visita, completata da grandi vasi, terrecotte d’epoca Tang e Ming e piccole sculture.
Giulia Giaume
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati