La carriola di Ai Weiwei e il ricordo del terremoto. Una scultura permanente per L’Aquila

Come nasce la scultura pubblica concepita da Ai Weiwei per L’Aquila e quali significati rivela. Un intreccio di racconti personali, dolorose vicende pubbliche, memorie artistiche, poetiche e familiari. Nel segno della ricostruzione

Ha l’eco di una poesia del padre, e il peso di molte storie private e collettive, l’opera pubblica che Ai Weiwei (Pechino, 1957) ha concepito per L’Aquila Capitale della Cultura 2026, installata lo scorso 17 settembre nell’area antistante l’ottocentesco Palazzo dell’Emiciclo, monumentale edificio neoclassico con facciata porticata a esedra, sede del Consiglio regionale d’Abruzzo. Qui resterà stabilmente, in continuità con la mostra Aftershock – appena conclusa al MAXXI L’Aquila – dedicata al grande artista cinese, tra le figure più influenti della scena contemporanea internazionale. Figure and wheelbarrow for L’Aquila, progetto curato da Giacinto Di Pietrantonio, ha avuto il sostegno di Fondazione Carispaq, Regione Abruzzo, Fondazione Terzo Pilastro, Comune dell’Aquila, Comitato di coordinamento L’Aquila Capitale della Cultura 2026 e ANCE L’Aquila, con la collaborazione di Galleria CONTINUA.
Ed è un omaggio alla città in forma di autoritratto questa scultura in acciaio, sintesi plastica in cui convergono la sobrietà del modellato, la severità della patina scura che simula il bronzo e l’intensità espressiva che disegna lineamenti e particolari iperrealistici, nella verità di uno sguardo assorto, volitivo, radicato nel presente e insieme proiettato verso una distanza temporale intima, storica, ideale.

La carriola di Ai Weiwei e il ricordo del terremoto. Una scultura permanente per L’Aquila
L’Aquila, l’antico Palazzo del Gioverno, sede della Prefettura, distrutto dal terremoto del 2009


Il terremoto dell’Aquila e l’idea di una scultura di Ai Weiwei

Il tema del lavoro e dell’urgenza di ricostruire resta al centro, ricordando il disastroso sisma che colpì la città e diversi comuni della provincia nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009, con un successivo sciame di pesanti scosse e un computo dei danni clamoroso, tra morti, feriti e interi centri storici devastati. Un evento che a distanza di 17 anni si traduce in un 96% di effettiva ricostruzione del patrimonio edilizio privato (tra cantieri conclusi e in fase di chiusura) e nel 60% circa di beni pubblici restaurati. Nel solo Comune dell’Aquila sono 80 gli interventi finanziati per oltre 425 milioni di euro, con 33 opere concluse; quattro le scuole completate e 13 i progetti di edilizia scolastica appaltati o in fase di esecuzione, con un investimento complessivo di 59,62 milioni. Diventa dunque un simbolo immediato ed eloquente questa piccola carriola tenuta tra le mani, incarnazione del tempo lungo dell’attesa, dell’impegno per un nuovo inizio e della necessità di custodire fiducia e speranza nel mezzo del lutto e della devastazione.

La carriola di Ai Weiwei e il ricordo del terremoto. Una scultura permanente per L’Aquila
Ai Weiwei, Figure and wheelbarrow for L’Aquila, 2026, particolare


L’idea della scultura – ci spiega Di Pietrantonio – è partita dall’associazione Mu6 ETS dell’Aquila, la quale mi ha invitato ad esplorare la possibilità di realizzare un’opera site specific in occasione dell’Aquila Capitale della Cultura, che è parte del processo di rigenerazione di questa città. Così abbiamo ragionato – io, la presidente Germana Galli e la vicepresidente Antonella Muzzi – su una figura internazionale in grado di parlare all’Aquila e delle questioni aquilane. Ai Weiwei ci è sembrato l’artista ideale. È venuto qui nel 2025, lo abbiamo portato in giro per il centro storico, dove gran parte del patrimonio è stato rigenerato e ricostruito, ma sono ancora tanti i cantieri aperti. In prossimità di uno di questi, a Palazzo del Governo – fra le architetture più fotografate dopo il terremoto, immagine iconica che ha girato tantissimo sui media e sul web – ci siamo imbattuti in alcuni operai al lavoro; vicino a loro c’erano due o tre carriole, vecchie, malandate, appoggiate in un angolo. Ai Weiwei ne ha afferrata una e ha chiesto al suo assistente di scattargli delle foto. Non potevamo sapere cosa stava accadendo nella sua testa, non avevamo idea che da quell’episodio, da quelle immagini nate per caso, sarebbe venuta fuori l’opera per L’Aquila”.

La carriola di Ai Weiwei e il ricordo del terremoto. Una scultura permanente per L’Aquila
Ai Weiwei, Figure and wheelbarrow for L’Aquila, 2026

Ai Weiwei e il terremoto del Sichuan

Ma è la stessa storia artistica e personale di Ai Weiwei a legarsi alla vicenda di un altro terribile terremoto, quello che il 12 maggio del 2008 colpì la provincia del Sichuan, causando 69.000 morti accertati e centinaia di migliaia di dispersi e feriti, oltre a milioni di senzatetto. Una catastrofe che segnò una svolta nel percorso dell’artista, trovatosi a indossare i panni di dissidente politico e di attivista radicale. Le responsabilità del governo cinese rispetto alle conseguenze di quel cataclisma erano palesi quanto il tentativo di occultarle.

Ai Weiwei attaccò senza riserve l’incapacità delle autorità di fare autocritica e la superficialità con cui avevano gestito per anni il tema della rigenerazione urbana, a partire dallo scandalo delle scuole: edifici fragili, costruiti con materiali scadenti, in spregio di qualunque misura antisismica, collassarono su sé stessi come fossero di burro. Il termine coniato per descriverli fu proprio “Tofu-dreg project” o “tofu buildings”, scuole molli come il tofu, in cui la vita di bambini e ragazzi venne sacrificata nel nome della corruzione e dell’avidità; funzionari statali e imprese colluse vennero accusati di aver tratto profitto illecito dal business dell’edilizia, risparmiando sulla qualità e sugli standard della sicurezza pubblica. Ne nacquero aspre proteste che portarono in piazza famiglie, attivisti, intellettuali, professionisti, blogger, mentre il governo sceglieva di reprimere e insabbiare.

L’impegno sociale e politico di Ai Weiwei


Ai Weiwei fu in prima fila in questa campagna di verità e di civiltà. E se il numero esatto delle vittime sepolte tra le aule era un dato che la reticenza del governo rendeva inaccessibile, l’artista coinvolse i cittadini in una straordinaria inchiesta dal basso utile a raccogliere dati, nomi, storie, dando vita a un elenco reale pubblicato sul suo blog (poi oscurato): oltre 5.000 studenti morti, insieme ai loro cari, trovarono la dignità della memoria e del riscatto dinanzi al cinismo e all’indifferenza del potere.
Tutto questo confluì naturalmente in un intenso percorso di ricerca artistica e in una serie di opere divenute celebri in tutto il mondo. Tra queste Remembering, installata sulla facciata dell’Haus der Kunst di Monaco, ovvero un’enorme scritta formata da 9.000 zainetti scolastici colorati, cimeli luttuosi e oggetti di commossa celebrazione, nonché materia prima di un gesto creativo e costruttivo intriso di umanità e di spirito di battaglia; o ancora Straight (2012), monumento alle vittime composto da circa 70 tonnellate di barre d’acciaio arrugginite, recuperate tra le macerie delle scuole crollate e poi raddrizzate fino a farne una superficie armonica, intrisa di dignità e di malinconia. Picchiato dalla polizia, arrestato, detenuto in stato di isolamento per 81 giorni, poi perseguitato e sottoposto a censura, Ai Weiwei scelse infine di abbandonare il suo Paese per trasferirsi in Europa.

La carriola di Ai Weiwei e il ricordo del terremoto. Una scultura permanente per L’Aquila
Ai Quing, Poesie scelte. Selezione di Ai Weiwei, edizioni Damocle, Venezia 2024

In una poesia il ricordo del padre: la Carriola di Ai Qing

Nella scultura per l’Aquila il ricordo del sisma torna dunque in modo gentile, metaforico, né retorico né enfatico, facendosi sottile testimonianza di morte e di vita nuova, di perdita e di ricostruzione, nell’incontro tra storia locale e storia privata e nella sovrapposizione tra luoghi lontanissimi: la distanza geografica si trasforma in prossimità e in comunione di sentimenti, speranze, biografie. Ma non è tutto. C’è un terzo livello che si inscrive sommessamente nell’opera, connesso a una vicenda familiare durissima. Si intitola proprio Carriola la poesia di Ai Qing (1910–1996), tra i maggiori poeti cinesi del Novecento, più volte candidato al Premio Nobel per la letteratura, padre di Ai Weiwei:

Nella terra bagnata dal fiume Giallo,
tra innumerevoli alvei secchi
la carriola,
una ruota soltanto,
stride facendo contorcere la cupa volta celeste
d’uno stridio che solca il freddo e il silenzio
dai piedi di un monte

ai piedi di un altro
riverberando
il dolore del popolo del Nord.
[…]

Tra i versi scorrono visioni di solitudine e di fatica, trasfuse in un paesaggio qui ostile, lì sublime e sconfinato: una misera carriola, i luoghi, gli elementi naturali, persino i suoni, si fanno qui metafora di una condizione umana che è misura del dolore nell’opaca strategia del destino. Il giovane Ai Qing pagò caro il proprio innato spirito critico, che per il regime di Mao Zedong erano sintomo di una pericolosa deviazione da soffocare. Accusato di avere idee occidentali e anti comuniste, per via delle sue dichiarazioni contro la rigida burocrazia maoista e la riduzione all’ordine imposta ad artisti e scrittori, nel ’57 venne confinato in un campo di rieducazione tra le gelide steppe dello Xinjiang settentrionale; deportata anche la famiglia, la moglie Gao Ying e il piccolo Ai Weiwei appena nato. In quell’inferno Ai Quing venne condannato al silenzio, mentre il tempo scorreva lento e amaro tra i lavori agricoli forzati e la disciplina militare. Furono vent’anni di umiliazioni, insulti, soprusi, un interminabile buco nero cessato con la riabilitazione che il Partito gli concesse nel 1978, quando aveva ormai compiuto 68 anni.

Nei giorni ghiacciati dal freddo
nello spazio tra un povero villaggio e l’altro
la carriola,

una ruota soltanto,
intaglia solchi profondi sullo strato di terra ingiallita
solca la vastità e la desolazione
da una strada

a un’altra strada
intessendo
il dolore del popolo del Nord.

Così si chiude Carriola, poesia composta nel 1938, quando l’orrore della prigionia era ancora lontano, ma lo sguardo del giovane poeta poteva nutrirsi delle feroci tensioni che attraversavano il Paese: erano gli anni della prima sanguinaria guerra civile, quando Mao si affermava come leader del PCC, preparando la strada all’instaurazione del regime comunista e alla nascita nel 1949 della Repubblica Popolare Cinese. Quell’oggetto qualunque, umile attrezzo da lavoro sospinto da migliaia di anonime mani, nei versi di Ai Qing restituiva il segno e il passo di un popolo dedito al duro lavoro, stremato dai conflitti, stritolato tra la difficoltà di immaginare un futuro e la necessità di ricostruire il presente.

Con la sua unica ruota, con le sue tracce incise tra “la vastità e la desolazione”, con il suo equilibrio fragile e lo stridore metallico sulla terra brulla, la carriola diventava simbolo della possibilità di attraversare le strade impervie della storia senza smettere di raccontare, di denunciare, di dare corpo, voce e parola al dramma degli uomini e dei popoli. Una maniera di esistere, una postura ideale e una scelta di linguaggio che accomunarono il padre e il figlio nei loro giorni difficili. Mentre la pratica artistica e la scrittura si facevano strumento di resistenza e di testimonianza, oltre che di meditazione intorno al mondo, alla natura, ai sistemi sociali e al senso delle relazioni umane.

Helga Marsala

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Helga Marsala

Helga Marsala

Helga Marsala è critica d’arte, editorialista culturale e curatrice. Ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Palermo e di Roma (dove è stata anche responsabile dell’ufficio comunicazione). Collaboratrice da vent’anni anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo,…

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