Provincia Cosmica. Chiara Camoni, dalle Alpi Apuane ai successi della Biennale 

Chiara Camoni è l’artista ospite del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Non tutti sanno che il suo studio si trova in un piccolo paese sulle Alpi Apuane. Come si può essere al centro del sistema e contemporaneamente così distanti? Glielo abbiamo domandato

Di fronte alle opere di Chiara Camoni (Piacenza, 1974) non è difficile intuire lo stretto rapporto che intrattiene con la natura. Ad alimentare questo dialogo è anche il contesto nel quale abita. Protagonista del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia nel 2026, l’artista vive in una piccola località nel mezzo delle Alpi Apuane. Una posizione mediana, che le permette di essere profondamente al centro del sistema, pur mantenendosi defilata.

Chiara Camoni, Work in progress, Ph Camilla Maria Santini
Chiara Camoni, Work in progress, Ph Camilla Maria Santini

Intervista a Chiara Camoni

Erbe, bacche, fiori; e poi terre, argilla, ceneri. La tua arte si nutre di elementi naturali. Quanto il territorio in cui vivi determina la tua produzione artistica? C’è un legame tra il contesto paesaggistico che hai intorno e la tua ricerca?
Il legame c’è, ed è fortissimo, perché gran parte dei materiali che introduco nelle mie opere proviene dai luoghi che abito. Spesso la giornata di lavoro inizia con una passeggiata di esplorazione e raccolta: posso raccogliere materiali vegetali come fiori, piante ed erbe selvatiche, ma anche materiali lapidei, scarti, legni consumati dal tempo e, talvolta, ferro. Buona parte delle strutture interne delle Sisters sono infatti realizzate con pezzi di ferro abbandonati, che recupero in una sorta di burrone non lontano da casa.

Abiti in una piccola frazione di Seravezza, sulle Alpi Apuane. Non sei originaria di questo luogo, ma qui ti sei stanziata e hai scelto di creare il tuo studio.
Sì, vivo oramai da vent’anni in un paesino sulle Alpi Apuane. È davvero un piccolo borgo in mezzo ai boschi, rivolto verso il mare. Per entrare in paese bisogna lasciare la macchina e arrivare a piedi, la mia casa è l’ultima, poi comincia il bosco.

Per la gioia dei corrieri che vengono a ritirare le tue opere…
Esatto! Da qualche anno ho preso anche uno studio a valle, ma si tratta di una scelta molto recente. Negli ultimi quindici anni tutto veniva realizzato a casa: i materiali dovevano essere trasportati, portati e riportati continuamente; una situazione che può sembrare piuttosto bizzarra, soprattutto se si considera che gran parte delle mie opere sono sculture.
Tuttavia, questa condizione ha influenzato profondamente il mio lavoro, determinando forme, decisioni e scelte progettuali. Mi ha portato a sviluppare una costante attenzione nel valutare cosa portare e cosa lasciare, cosa fosse davvero indispensabile e cosa, invece, potesse essere escluso. Anche questo processo di selezione è diventato parte integrante del modo in cui le opere prendono forma.

Lo studio di Chiara Camoni sulle Alpi Apuane

Cosa ti ha spinta a porre le basi in un posto così appartato?
All’inizio è stato quasi un caso. Ero andata a trovare un altro artista, Luca Bertolo, che poi è diventato mio marito! Inizialmente pensavamo entrambi che saremmo rimasti lì solo per un breve periodo, probabilmente qualche settimana. Poi, però, quella scelta si è consolidata nel tempo e, alla fine, sono passati quasi vent’anni.
Oggi abbiamo due figli e siamo profondamente radicati in questo luogo. Attorno al mio lavoro si è formata una comunità di persone che collaborano con me quotidianamente e che rappresentano un nucleo molto forte. In un contesto così rarefatto, dove le persone che abitano lì sono pochissime, ci siamo concessi il tempo dell’incontro, della conoscenza e di una crescita professionale reciproca. Proprio questa dimensione di vicinanza e condivisione ha reso possibile la costruzione di legami importanti, sia umani che lavorativi.

Raccolta piante per stampa vegetale con Chiara Camoni, Ph Camilla Maria Santini

La vita di paese, in qualche modo, invita ad ascoltare gli istinti e a rispondere ai bisogni essenziali. In che misura questa dimensione si riflette nella tua ricerca artistica?
Sono molto grata alle grandi città, in particolare a Milano, dove ho studiato, mi sono formata e dove ho iniziato a lavorare. Proprio perché ho vissuto un primo periodo così importante, probabilmente mi sono poi potuta permettere una scelta radicale: quella di andare a vivere e lavorare in un luogo marginale.
Quello che ho ottenuto in cambio è stata una grande pulizia, soprattutto nel lavoro. Per me probabilmente si era concluso un ciclo e ne stava iniziando un altro. Le dinamiche e le situazioni che spesso caratterizzano il sistema dell’arte mi arrivano comunque, ma questa distanza mi permette di compiere delle scelte con maggiore lucidità. È come se avessi più chiaro ciò che è davvero importante e ciò che, invece, posso lasciare andare.

Anche se, come dicevi, non si tratta di una scelta di isolamento. Il tuo studio si estende al paese, e il paese entra nello studio. La vostra casa nel tempo è diventata un luogo di incontro per tanti colleghi e studenti…
Spesso siamo in viaggio per lavoro e visito mostre con rinnovato interesse. Allo stesso tempo, accogliamo frequentemente ospiti: amici artisti, curatori, giovani studenti provenienti dall’estero, partecipanti a programmi Erasmus. Vivendo qui semplicemente è cambiato il tempo dell’incontro. Non si tratta di studio visit di un’ora: chi arriva fin da me spesso si ferma due giorni, una settimana o anche un mese. Siamo attrezzati con una piccola casa dedicata agli ospiti. Per questo gli incontri assumono una durata diversa: il tempo trascorso insieme si allunga e diventa più intenso.

Il Padiglione Italia e il rapporto con il sistema dell’arte

“Con te, con tutto” è il titolo del tuo Padiglione Italia alla Biennale di Venezia, curato da Cecilia Canziani. Quando hai compreso di poter occupare una posizione centrale all’interno del sistema, senza dover rinunciare a una dimensione più intima e autentica?
Io credo profondamente che sia proprio a partire dalla propria esperienza personale che si possa arrivare a parlare di questioni universali. Quanto più scendiamo in profondità dentro noi stessi e nelle nostre istanze più autentiche, tanto più ciò che mettiamo in circolo può assumere valore anche per gli altri. Per questo non ho mai vissuto come una contraddizione il fatto che la mia ricerca personale possa trovare una risonanza ampia. Al contrario, credo proprio che in quel nucleo poetico, così autobiografico, risieda la possibilità di incontro con l’altro. Quando accade, la risposta delle persone non si manifesta tanto sul piano razionale, quanto piuttosto su quello emotivo e inconscio. È lì che capisco che un’esperienza individuale è riuscita a diventare qualcosa di condiviso e universale.

Alex Urso

Gli episodi precedenti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

Scopri di più