I 10 migliori padiglioni da vedere alla Biennale d’Arte di Venezia 2026. La top ten di Artribune

Sono ben 100 le partecipazioni nazionali alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte, tra gli storici padiglioni ai Giardini, l’Arsenale e il giro nel centro storico di Venezia. Abbiamo selezionato i progetti più convincenti. Compreso un padiglione negato

Con un numero record di partecipazioni nazionali – 100 contro le 86 del 2024 – la Biennale 2026 che ruota attorno alla mostra In Minor Keys di Koyo Kouoh si scopre non solo tra gli storici padiglioni ai Giardini e all’Arsenale, ma anche in diversi spazi dislocati in città, da Cannaregio a Castello, a Dorsoduro, fino all’isola di San Servolo. Quest’anno, con un colpo di scena dell’ultimo secondo dettato dalle tensioni e dalle polemiche che hanno accompagnato la gestazione della rassegna (che si fanno sentire anche nei giorni inaugurali, con le proteste per la partecipazione di Russia e Israele e la serrata solidale dei padiglioni), i Leoni saranno assegnati dal pubblico, dopo le dimissioni rassegnate in blocco dalla giuria.
La nostra prima ricognizione ha già portato a segnalare alcuni dei progetti che saranno più chiacchierati – Austria in testa, con le performance ideate da Florentina Holzinger, ma anche il Lussemburgo, con La Merde  – e a evidenziare alcune incongruenze rispetto allo scenario culturale e politico internazionale (si veda il padiglione degli Stati Uniti incapace di confrontarsi con la realtà, e disertato dal pubblico nei giorni di preapertura; o i party danzanti al padiglione della Russia).
Qui, invece, ecco una ristretta selezione dei padiglioni da non perdere, tra conferme e qualche sorpresa.

Grecia – Giardini

Biennale 2026 - Grecia. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Grecia. Photo Irene Fanizza

Sono diversi i padiglioni interattivi e immersivi, più o meno riusciti, che si vedono quest’anno in Biennale. La Grecia, con una buona intuizione e una realizzazione efficace, mette in scena la ricostruzione di un’escape room ideata dall’artista e architetto Andreas Angelidakis (la curatela è di George Bekirakis), che proietta il pubblico in una grotta platonica contemporanea, in cui il piano della realtà e quello del gioco si confondono. L’approccio ludico è funzionale, però, a denunciare la nuova ascesa del populismo nazionalista, scandagliando il ruolo ideologico dei padiglioni nazionali, la loro storia e la necessità di superare la funzione di rappresentanza che li ha generati. Non ultima, l’allerta su un presente in cui il mondo delle immagini è saturo di illusioni e repliche digitali.

Belgio – Giardini

Biennale 2026 - Belgio. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Belgio. Photo Irene Fanizza

All’interno del padiglione belga – curato da Caroline Dumanline – si balla! IT NEVER SSST è l’installazione che Miet Warloop, forte della sua lunga ricerca sul movimento e il linguaggio, ha concepito come una scultura vivente e sonora, attivata da performer attraverso rituali fisici e scultorei che sembrano voler esorcizzare la difficoltà di connettersi – per davvero! – in un mondo iperconnesso che però non crede più nell’energia delle relazioni umane. Si parla soprattutto di linguaggio insomma. E anche chi visita il padiglione finisce per essere coinvolto in questa attivazione, per condividere un’esperienza emotiva che restituisce spazio all’umanità. Bella la collaborazione con gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Venezia impegnati a produrre gli elementi in gesso e terracotta che poi verranno agiti dai performer.

Canada – Giardini

Biennale 2026 - Canada. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Canada. Photo Irene Fanizza

Il padiglione-serra del Canada lascia lo spazio del racconto al mondo naturale, pur non precludendosi l’opportunità di esplorare temi quali l’identità indigena, la diaspora e la memoria. Con il progetto Entre chien et loup, l’artista iraniano Abbas Akhavan, che oggi lavora tra la città canadese di Montreal e Berlino, ha fatto crescere a Venezia grandi ninfee Victoria, che ora galleggiano sullo stagno artificiale che occupa gran parte dello spazio. Dietro c’è una storia di colonialismo: questa varietà di ninfee, originarie del Sud America, fu importata in Europa nell’Ottocento attraverso le reti botaniche dell’Impero britannico (il nome è un omaggio alla Regina Vittoria). E i semi delle piante esposte in mostra – fatti germinare all’Orto Botanico di Padova e poi trasferiti a Venezia – arrivano dai Kew Gardens di Londra. Citazione nella citazione, il padiglione in questo suo allestimento finisce per evocare un Wardian Case, il contenitore brevettato nell’Ottocento per trasportare le piante tra i territori dell’Impero britannico.

Germania – Giardini

Biennale 2026 - Germania. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Germania. Photo Irene Fanizza

Come altre volte in passato (si ricordi la demolizione di Hans Haacke nel ’93), il punto di forza della Germania consiste nel lavorare in modo convincente sulla struttura del proprio padiglione, ora completamente rivestito, esternamente, di un mosaico a piccole tessere, che simula il rivestimento di un complesso residenziale prefabbricato situato in Gehrenseestraße a Berlino Est, già dormitorio per lavoratori vietnamiti nella DDR e ora destinato a essere demolito. Si conferma, poi, la capacità di riflettere sulle fratture della propria storia nazionale – qui il titolo del progetto di Henrike Naumann e Sung Tieu, per la curatela di Kathleen Reinhardt, è non a caso Ruin – sempre con una buona complessità di analisi, che pure è anche il limite di una proposta senza sorprese.

Polonia – Giardini

Biennale 2026 - Polonia. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Polonia. Photo Irene Fanizza

Liquid Tongues è il titolo del progetto che la Polonia porta a Venezia per centrare l’attenzione sulle modalità di comunicazione alternative e “non umane”. L’installazione audiovisiva ideata da Bogna Burska Daniel Kotowski e curata da Ewa Chomicka e Jolanta Woszczenko dà spazio, quindi, con originalità, alla cultura sorda: con l’ausilio del collettivo Choir in Motion, composto da performer udenti e sordi, vengono interpretati i codici comunicativi e i canti delle balene, in inglese e nella Lingua dei Segni Internazionale. E il racconto alterna storie di perdita e ricostruzione: dalla rinascita delle culture delle balene ai tentativi contemporanei di recuperare lingue marginalizzate.

Italia – Arsenale

Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, Padiglione Italia. Photo Irene Fanizza

È la capacità di risolvere a vantaggio dell’efficacia del progetto complessivo il rapporto con l’immenso spazio delle Tese la qualità immediatamente percepibile del lavoro di Chiara Camoni, curato da Cecilia Canziani. Ci si avvicina al progetto in due passaggi distinti ma complementari: prima a confronto con la sacralità maestosa, ma non soverchiante, del bosco di figure antropomorfe plasmate nell’argilla, dove il ritorno alla natura, il gesto, la matericità della creazione si affermano evidenti; e poi nella seconda tesa, che mette al centro la relazione: tra artisti, discipline, con il pubblico chiamato a partecipare ai workshop e alle attività di un ricco public program.

Timor Est – Arsenale

Biennale 2026 - Timor Est. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026 – Timor Est. Photo Irene Fanizza

Nella Repubblica democratica di Timor Est, colonia portoghese fino al 1975 (poi occupata dall’Indonesia e indipendente solo dal 2002), l’identità culturale passa attraverso la stratificazione di idiomi e linguaggi che coesistono nella quotidianità. Da qui la scelta di attribuire centralità alla parola e alle sonorità del linguaggio (Across Words è il titolo del progetto curato da Loredana Pazzini-Paracciani), che in un piccolo spazio vengono esplorate, con attitudine e mezzi diversi, da Veronica Pereira Maia, Etson Caminha Juventino Madeira. Il grande tais sospeso tessuto da Pereira Maia, artista e attivista 95enne, fa appello alla parola per non dimenticare le vittime del massacro di Santa Cruz, consumatosi nel 1991. Dietro va in scena la vita per le strade di Timor-Leste, vista attraverso gli occhi e i ricordi di una giovane donna, tra spezzoni di video, suoni, parole che si intrecciano.

Kazakhstan – Museo Storico Navale

Biennale 2026 - Kazakhstan
Biennale 2026 – Kazakhstan

Alla sua terza partecipazione alla Biennale Arte, quest’anno il Kazakhstan ha selezionato curatore e artisti chiamati a rappresentare il proprio padiglione attraverso una open call nazionale. E il progetto scelto è un inno al silenzio, che permette di mettersi in ascolto. Percorrendo le sei sale del Museo Storico Navale che ospitano la mostra, si intraprende quindi un viaggio sensoriale, dove i suoni della città di Venezia vengono contrapposti e gradualmente sostituiti da Dübir, evocazione acustica della steppa kazakha. Il termine qoñyr, che dà il titolo al progetto curato da Syrlybek Bekbota, riassume “una forma di silenzio che non parla mai ad alta voce ma contiene tutto”. Davvero spettacolare l’installazione iniziale all’interno di una sala altissima, con le teste di cavallo in stoffa dell’artista Smail Bayaliyev installate nel mezzo e visibili anche dall’alto dopo aver affrontato molte rampe di scale. Il resto della mostra si svolge poi lassù in alto, solo per chi è pronto ad affrontare la scalata.

Portogallo – Fondaco Marcello

Biennale 2026 - Portogallo
Biennale 2026 – Portogallo

Per il padiglione del Portogallo, che torna negli spazi Fondaco Marcello dopo diversi anni di assenza (era accolto in Palazzo Franchetti), Alexandre Estrela ha costruito un ambiente digitale e immersivo che trasforma le sollecitazioni del mondo fisico in sequenze visive e sonore. RedSkyFalls cala così lo spettatore in una condizione di equilibrio precario, osservatore di un ecosistema artificiale che reagisce in tempo reale a eventi vicini e lontani di scala geofisica. La tranquillità di un normale salvaschermo da computer proiettato su uno schermo gigante viene perturbata da spaventose scosse telluriche sollecitate dalla reale attività dei terremoti in corso nel mondo mentre tutto attorno le altre proiezioni sono influenzate dai comportamenti animali. Davvero interessante il lavoro sul public program del padiglione con incontri, concerti, letture e approfondimenti sui temi naturali e universali sollecitati da Estrela.

Sudafrica, il padiglione negato – Chiesa di Sant’Antonin

Tra i casi politici di questa Biennale, c’è anche la parabola del Sudafrica, che dopo aver rinnegato il lavoro di Gabrielle Goliath – inizialmente scelta per rappresentare il Paese a Venezia – perché “altamente divisivo”, ha rinunciato a partecipare con un suo padiglione. L’artista, invece, ha scelto di presentare in Laguna una mostra indipendente del suo progetto performativo ElegyE per fortuna! L’installazione video multicanale allestita nella Chiesa di Sant’Antonin (Castello) è una tappa da non perdere per chi visita la Biennale, anche se visibile solo fino al 31 luglio 2026. Potente è la restituzione nell’aula unica dell’edificio a pianta quadrata della ricerca su cui l’artista sudafricana lavora da oltre un decennio, con performance presentate in città come Johannesburg, Città del Capo, Parigi, Amsterdam e San Paolo, che ruotano intorno al respiro condiviso e al canto: un lamento rituale collettivo che attraversa storie di violenza e perdita. Altrettanto potente, l’attivazione messa in scena nelle giornate di preapertura, con il reading di poesie declamato nello spazio pubblico, all’esterno della chiesa, con la partecipazione di numerose voci femminili a comporre un’elegia corale.

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