Com’è la mostra internazionale della Biennale di Venezia? Recensione di “In minor keys” di Koyo Kouoh
Una mostra ben articolata, con un allestimento efficace ed opere intriganti, si rispecchia tra Arsenale e Giardini. Il progetto – testamento della curatrice svizzera camerunense - è un inno alla vita, alla solidarietà, all’amicizia
Non si può certamente definire, malgrado il titolo, una mostra in chiave minore, questa Biennale che tra polemiche (spicca l’assenza del nome del Presidente nel colophon all’ingresso in Arsenale), dimissioni e fuochi incrociati apre le porte al pubblico dell’arte, in attesa di accogliere i visitatori dal 9 maggio. Fuochi che tuttavia si spengono di fronte all’impianto espositivo ben pensato da Koyo Kouoh e articolato dal suo team (Rory Tsapayi, Siddharta Mitter, Marie Helene Pereira, Gabe Beckhurst Feijoo e Rasha Salty), come di consueto tra i Giardini e le Corderie dell’Arsenale, con opere che si equivalgono tra forza e bellezza e un buon equilibrio di voci, che spesso ricorrono tra le due sedi, e tematiche affrontate. Non si può tuttavia fare a meno di pensare, anche per la naturale prosecuzione di alcuni temi, alla Biennale curata due anni fa da Adriano Pedrosa, con l’inequivocabile titolo Stranieri ovunque, che tuttavia viene meno di fronte al progetto della compianta curatrice svizzera-camerunense per allestimento e qualità della selezione delle opere.

La Biennale di Koyo Kouoh
A un anno dalla sua scomparsa, in una mostra fatta di rispecchiamenti, ciclicità, coincidenze fauste e infauste (Kouoh è infatti mancata lo scorso 10 maggio 2025) l’assenza della direttrice artistica si sente eccome e il suo ricordo torna nelle parole, nei gesti, nei fatti, così come in un progetto che tuttavia è un inno alla vita in tutte le sue forme.
I Giardini
Si parte dai Giardini, come sempre scenario della porzione di mostra più avvincente. “Non c’è un percorso da seguire”, spiega il team curatoriale; si può anzi scegliere di costruire una propria e personale avventura visiva in un’esposizione policentrica che sembra in effetti aprirsi come una corolla. Ogni singolo petalo contribuisce e collabora al risultato finale e nessuno prevale: di fatto l’intero impianto agisce e risuona in armonia, come un organismo pulsante (anche aiutato dallo splendido riallestimento del Padiglione Centrale e dal lavoro degli architetti che hanno realizzato il display). L’accoglienza è festosa, con l’opera di Big Chief Demond Melancon come prima introduzione, mentre all’esterno sventolano le bandiere che richiamano all’eternità della vita dell’artista canadese giapponese Alexa Kumiko Hatanaka (Toronto, 1988).
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Etica ecologica alla Biennale
Temi che ritornano nella affermazione di una nuova etica ecologica che abbraccia insieme persone, animali e piante, con la celebrazione dell’albero come luogo di memoria e tradizioni. Avviene dunque che una artista monumentale come Maria Magdalena Campos Pons (Matanzas, Cuba, 1959) dialoghi con le infiorescenze vibranti di Kamaal Malak. O negli immaginari surreali dell’artista svizzero Sabian Baumann, così come nei ricordi di Hala Schoukair (Beirut, 1957), dove la natura è simbolo di un legame affettivo, familiare e una connessione con il mondo dell’infanzia. L’ecologia è intersezionale con le istanze femministe nei ricami di Annalee Davis (Barbados, 1963) presente anche con una installazione arborea inedita e site specific all’Arsenale. O si compie con affascinante minuzia nell’”erbario” pittorico di Mohammed Z. Rahman.
Arte, artigianato e memoria
Le opere in mostra chiedono ascolto: tramandano storie oralmente, anche attraverso la restituzione di tecniche artigianali antichissime che tuttavia non lasciano spazio allo spettro della nostalgia. Le 14 tavolette di argilla di Philip Aguirre Y Otegui (Schoten, 1961) raccontano storie nuove con metodi ancestrali, Raed Yassin (Beirut, Libano, 1967) recupera la storia di un Andy Warhol sul viale del tramonto in una sua visita in Kuwait (mentre all’Arsenale, in un progetto di grande poesia, mette in evidenza la storia personale del padre stilista misteriosamente ucciso). Godfried Donkor (Accra, 1964) rielabora l’immaginario sul corpo nero nella rappresentazione iconografica contemporanea.
L’Arsenale
Diversamente dai Giardini, le Corderie si offrono a un percorso espositivo tracciato e l’occasione, dicono i curatori, per srotolare “la mostra come una processione”. E la processione e il carnevale come luoghi di memoria e di protesta, di conservazione delle tradizioni e dell’identità al di là delle oppressioni (ad esempio Melancon) sono tra le tematiche affrontate in mostra dove forse si sente maggiormente l’assenza degli artisti italiani (seppur colmata egregiamente fuori Biennale dal progetto curato da Caroline Corbetta, Kunsthaus Paradiso). Musica (Crone Music, Pauline Oliveros), poesia, profumi, aromi naturali, giochi di ombre sono la cifra più interessante dell’Arsenale dove il dialogo tra opere è meno collaborativo, ma si registrano le installazioni più avvincenti (i fiori luttuosi di Dan Lie, la “stanza rossa” di Alfredo Jaar, le profondità marine in dialogo con la tecnologia di Michael Joo, il planetario tra meteoriti e archeologie di Dawn Dedeux).
Le installazioni alle Corderie
Si apre “nel segno dell’amicizia”, con Issa Samb e Khaled Sabsabi, ma anche pensando a Kouoh, proseguendo con la monumentale installazione della filmmaker Cauleen Smith (Riverside, 1967), che tra letteratura, suoni, immagini in movimento, ombre cinesi e parole, offre anche ai visitatori un luogo partecipativo in cui sostare e immergersi. Tra le opere più appariscenti c’è senz’altro quella di Carrie Schneider (Chicago, 1979), una enorme bobina fotografica lunga un chilometro che riprende un segmento di otto secondi de La Jetèe di Chris Marker, l’unico che effettivamente conserva delle immagini in movimento. Evocativo è l’albero rotante di Theo Eshetu (Londra, 1958), unico artista italiano alla Biennale, un giardino che è laico, che è cristologico, che è un luogo dove pensare, dove ricordare, dove incontrarsi, sotto il quale ristorarsi e nutrire l’assenza e la dissidenza.
Attualità e storia alla Biennale
Nonostante la cronaca incalzasse e la geopolitica fosse già impietosa, nella Biennale di Pedrosa si è spesso avuta l’impressione che la storia restasse fuori dalla porta. In In minor keys le cose si svolgono in maniera diversa. Le parole chiave diaspora, migrazione (si pensi alla splendida “Guernica” di Lampedusa di Werewere Liking (Camerun, 1950) esposta ai Giardini e nelle opere della stessa artista e scrittrice all’Arsenale), genocidio (con una presa di posizione effettiva sul conflitto nella Striscia di Gaza), guerra tornano a più riprese in mostra senza però diventare ospite scomodo e ingombrante. Guadalupe Maravilla (San Salvador, 1975) riporta all’attenzione, in una installazione complessa la storia del bimbo di cinque anni arrestato e detenuto dall’ICE negli Stati Uniti. Sawangwongse Yawnghwe richiama in People’s Desires, installazione composta da innumerevoli statuette di argilla, il massacro dei rifiugiati Rohingya nel Myanmar. Walid Raad (Chbanieh, Libano, 1967) recupera una affascinante storia e traccia una linea di continuità tra la guerra in Libano e il conflitto in Jugoslavia negli Anni Novanta.
Le scuole, le residenze e i progetti di collaborazione
Diversi i progetti di collaborazione e le scuole chiamate in causa dalla mostra In minor keys. Ai Giardini, adiacente al bookshop c’è Chimera, progetto di Denniston Hill, collettivo fondato da John Letourneau, kara lynch, Jessica Rankin, Beth Stryker, Robin Vachal, Paul Pfeiffer, Julie Mehretu nel 2004, residenza artistica e spazio di sperimentazione culturale, che ripropone qui in chiave antimperialista il gioco surrealista del cadavere squisito in un display partecipativo progettato da Koray Duman. Si narra la vicenda del Nairobi Contemporary Art Institute fondato nel 2020 con lo scopo di promuovere l’arte contemporanea in Africa, ripercorrendo la storia e la cronologia della Makerere University di Kampala (fondata nel 1922, nel 2022 la prima volta dell’Uganda in Biennale) con otto dipinti provenienti da artisti formatisi nelle sue classi. Tra questi Sam Joseph Nitro, diplomatico e fondatore della prima facoltà d’arte in Tanzania, e Josephine Nitro, pittrice che trasforma il trauma politico in allegoria. Mentre all’Arsenale c’è G.A.S – Guest Artist Foundation, fondata in Nigeria come no profit dall’artista Yinka Shonibare CBE RA, con una installazione multimediale, nata dal programma di residenza della GAS, che trae ispirazione dal cortile Yorùbá come spazio di incontro, riflessione e scambio e unendo le tracce e le voci degli ex residenti. Anche qui il confronto con la Biennale di Pedrosa appare inevitabile; anche se manca vistosamente un progetto monumentale come il Disobedience Archive curato da Marco Scotini, corpo in movimento e comunque indipendente da quell’impianto. Restano comunque alcune domande sospese: nella sua manifestazione talvolta ai limiti del folcloristico erano più “vere” le opere esposte nella scorsa edizione, o nel loro essere più equilibrate e ragionate, ma anche più rispondenti ad un gusto occidentale (una buona percentuale di artisti sono comunque educati o residenti in Europa all’estero), lo sono maggiormente le proposte di Kouoh e del suo team? L’Europa non è più al centro della Biennale e forse dell’arte contemporanea – questo è chiaro – ma gli Stati Uniti dominano ancora? Siamo veramente pronti ad accogliere un’arte che non risponda più ad istanze imperialiste, che sia davvero decoloniale, libera e in chiave minore?
Santa Nastro
Venezia // fino al 22 novembre 2026
In minor keys. 61° Biennale d’Arte
GIARDINI DELLA BIENNALE, ARSENALE
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