Abbiamo intervistato il team di curatori della Biennale di Venezia 2026  

Le sfide, l’allestimento, le conseguenze della morte della curatrice Koyo Kouoh. Il team curatoriale della Biennale Arte 2026 ci racconta come ha portato a termine il lavoro impostato da Kouoh dopo la sua scomparsa di un anno fa

È visibilmente commosso il team della compianta curatrice Koyo Kouoh, durante la conferenza di presentazione alla stampa della 61esima Esposizione Internazionale d’Arte. Sono stati infatti Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Helene Pereira, Rasha Salti, Siddhartha Mitter e Rory Tsapayia portare a termine la mostra pensata da Kouoh, che aprirà ufficialmente le sue porte al pubblico sabato 9 maggio 2026. Con un titolo che è programma: In Minor Keys pone al centro le tonalità minori, in un senso volutamente lato e fortemente poetico. Attendevamo da tempo la possibilità di intervistare il team curatoriale, per comprendere i retroscena di questi intensi mesi di lavoro nell’assenza della curatrice. Mesi in cui, in seno alla Biennale, sono esplose diatribe squisitamente politico-istituzionali. Ma ora che le prime immagini, e le prime opinioni degli addetti ai lavori, iniziano a circolare, è tempo di concentrarsi sulle specificità della mostra. Continuiamo a farlo nell’intervista che segue. 

Biennale 2026 padiglione centrale ph irene fanizza Theo Eshetu
Biennale 2026, Padiglione Centrale Giardini, ph Irene Fanizza

Biennale di Venezia. Intervista al team curatoriale 

Cosa ha significato per voi proseguire il lavoro di Koyo Kouoh? 
Questa Biennale era un suo grande desiderio. Quando ha saputo della nomina, Koyo era molto felice. Abbiamo condiviso molto con lei, e per questo eravamo sicuri di poter provare a realizzare la mostra così come l’aveva immaginata. Lei stessa aveva posto delle solide fondamenta, su cui noi abbiamo potuto edificare quello che vedete oggi. 

Nonostante ciò, immagino non siano state poche le sfide da affrontare dopo la sua scomparsa… 
Le sfide ci sono state e sono state importanti. Siamo stati chiamati ad affrontare la più storica e stratificata tra le grandi manifestazioni d’arte contemporanea. La sfida maggiore è stata certamente la mancanza di Koyo, del suo sorriso, dei suoi abbracci. Del suo confortarci o del suo riportarci sulla giusta via, quando deviavamo.  

Entrando più nel concreto? 
Dal punto di vista organizzativo una sfida rilevante è stata quella del fundraising, in cui siamo stati fortunatamente aiutati da diverse persone che hanno fatto sì che le difficoltà non fossero paralizzanti. Un altro aspetto molto delicato è stato l’allestimento, che speravamo operasse in sinergia con le opere e con il pensiero curatoriale di Koyo. E questo è stato possibile grazie alla considerazione dimostrata dagli architetti dello studio Wolff di Città del Capo, che sono stati interlocutori intimi dall’inizio. 

In che modo si è raggiunto questo equilibrio nell’allestimento? 
Quando Koyo ha invitato Wolff Architects a collaborare, hanno posto una domanda interessante e insolita: invece di chiederle cosa desiderasse o come immaginasse la scenografia, le hanno chiesto dei consigli di lettura. Lei ha suggerito Cent’anni di solitudine di Márquez e Amatissima di Toni Morrison, consentendo loro di allineare l’allestimento al tono immaginato da Koyo e ai suoi riferimenti per questa mostra.  

In Minor Keys, installation view delle Corderie dell?Arsenale, La Biennale di Venezia, 2026. Photo Irene Fanizza
In Minor Keys, installation view delle Corderie dell’Arsenale, La Biennale di Venezia, 2026. Photo Irene Fanizza

Si nota un largo utilizzo del cartone nella creazione dei supporti per le opere. Perché proprio questo materiale? 
Nelle Corderie dell’Arsenale, per esempio, non hanno voluto “combattere” con l’architettura preesistente costruendo pareti che la trasformassero in un white cube. Hanno piuttosto deciso di realizzare delle soglie tra un ambiente e l’altro, che consentissero il passaggio da uno stato emotivo all’altro, da un motivo curatoriale a quello successivo. Invece che innalzare muri hanno preferito costruire totem, e il cartone appariva come un materiale al tempo stesso solido e resistente, ma non invadente: riesce ad amalgamarsi bene con i mattoni circostanti.  

È particolarmente evidente una grande attenzione alle aree di riposo. Possiamo leggerla non solo da un punto di vista meramente funzionale ad una visita meno gravosa, ma anche come invito al raccoglimento? 
Certamente, nella misura in cui il riposo viene letto come estremamente necessario ad una fruizione attiva della mostra e del mondo che ci circonda. Come in altre grandi manifestazioni, la visita può essere molto stancante. E questo diventa spesso una contraddizione, poiché la fatica e la sopraffazione fisica non consentono di riflettere pienamente su ciò che si sta guardando.  

Anche il numero di artisti invitati è in dose più… riposante del passato. 
Sì, il numero degli artisti è ridotto rispetto a passate edizioni, seppur non di certo esiguo: resta comunque una grande mostra, ma che consente di concentrarsi sulle pratiche dei singoli artisti nelle loro diverse conformazioni nel corso del tempo, o nell’attraversare differenti tematiche, tecniche e dimensioni.  

Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza
Biennale 2026, In Minor Keys, Arsenale. Photo Irene Fanizza

Oltre a questo aspetto, come si posiziona In Minor Keys rispetto alle scorse edizioni della Biennale e, in particolare, a quella curata da Adriano Pedrosa nel 2024? 
Abbiamo un profondo rispetto del lavoro svolto da chi ha preceduto Koyo Kouoh alla direzione dell’Esposizione Internazionale. Adriano Pedrosa ha avuto il merito di portare l’attenzione sul modernismo del Sud Globale, fino a quel momento poco considerato in favore della più canonica storia dell’arte occidentale.  

Avete voluto proseguire a dare spazio al sud del mondo? 
Quello che ha cercato di fare Koyo e che noi abbiamo provato a rispettare, è stato cercare di pensare non tanto in termini di nazioni, quanto di pratiche, comunità, laboratori, processi, da diverse prospettive.  

Diversi lavori riflettono sul tema del lutto, ed è difficile non pensare a chi ha lavorato a questa Biennale senza poterla vedere ultimata. Tuttavia, l’atmosfera non è tanto funerea, quanto celebrativa… 
Ci sono tanti modi per elaborare il lutto. Una delle cose che possiamo imparare dalle comunità del continente africano – protagonista come non mai in questa edizione della Biennale – è che non dobbiamo necessariamente interpretare la morte come una rottura tragica, ma piuttosto come una presenza che assume forme diverse. E questa presenza deve essere celebrata.

Nonostante l’impatto significativo delle nuove tecnologie sugli equilibri e sul controllo delle comunità più fragili (penso soprattutto all’intelligenza artificiale), questo non sembra essere centrale nella selezione delle opere in mostra. Per quale motivo? 
Koyo Kouoh era sicuramente interessata alle direzioni che i nuovi media stanno suggerendo per l’arte contemporanea, sia in senso collaborativo, sia in senso critico. È probabile che se avesse potuto portare a termine la selezione degli artisti avremmo avuto modo di valutare questo interesse all’interno dell’esposizione, pur senza voler realizzare un’enciclopedia.  

Quale consiglio vi sentite di dare ai visitatori per visitare al meglio la mostra? 
Scarpe comode. E, come dicevamo, concentrarsi sulle pratiche, più che sulle nazionalità.  
La mostra, inoltre, è stata pensata secondo dei principi di prossimità, è difficile isolare un’opera dall’altra. Questo la rende probabilmente poco “instagrammabile”, ma probabilmente lo scopriremo nei prossimi giorni. Siamo curiosi di scoprire nuove prospettive e connessioni dalle foto che le persone condivideranno, e anche le possibili contraddizioni. Anche questo fa parte del gioco. 

Alberto Villa

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Alberto Villa

Alberto Villa

Nato in provincia di Milano sul finire del 2000, è critico e curatore indipendente. Si laurea in Economia e Management per l'Arte all'Università Bocconi con una tesi sulle produzioni in vetro di Josef Albers (relatore Marco De Michelis) e attualmente…

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