I dimenticati dell’arte. La storia dell’artista Valeria Alberti
Sono poche le donne che riuscirono a partecipare agli ambienti artistici italiani del secondo Novecento, e ancora meno sono quelle che hanno avuto il dovuto riconoscimento. Valeria Alberti fu un’artista che la storia ha ingiustamente dimenticato
Coraggiosa, ribelle, anticonformista ma davvero talentuosa. La carriera artistica di Valeria Alberti (1930-2011) è durata pochi anni, ma ha avuto un’intensità notevole, per poi scomparire del tutto. Si deve alle recenti ricerche del giovane studioso Manuel Barrese la prima ricostruzione del percorso fulminante di Valeria Alberti, unica donna in un gruppo di artisti e intellettuali che ruotava intorno al poeta Emilio Villa e alla Galleria Appia Antica, autentico vivaio di giovani talenti che solo di recente ha avuto il giusto riconoscimento.
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Il contesto culturale di Valeria Alberti
Suo padre, di origini aristocratiche, era un lontano discendente di Leon Battista Alberti, la madre era nata Sansaini, una famiglia di tipografi ed editori per il Vaticano e suo cugino era il poeta spagnolo Rafael Alberti. La ragazza cresce in un ambiente agiato e intellettualmente stimolante, in una casa al quartiere Aventino dove si ritrovavano a cena personaggi del calibro di Giuseppe Ungaretti, Giuseppe Capogrossi, Corrado Cagli e Giulio Turcato. Ed è proprio grazie a questi ultimi due che Alberti fa il suo timido ingresso nel mondo dell’arte, mentre continuava a collaborare con l’ambiente del cinema, dove intorno alla metà degli Anni Sessanta incontra il regista americano John Houston, venuto a Roma per girare il kolossal La Bibbia (1966), coinvolgendo come consulente storico Emilio Villa e come collaboratore alla scenografia Corrado Cagli. Tra John e Valeria, che aveva già avuto un figlio, nacque presto del tenero: l’artista gli fornì diversi riferimenti visivi per alcune scene del film, tratte dalla propria edizione della Bibbia illustrata da Gustave Dorè.

Gli esordi artistici di Valeria Alberti
In quegli anni Alberti aveva già sviluppato una ricerca artistica da autodidatta nell’ambito della pittura astratta, grazie alla vicinanza con Cagli, che aveva già introdotto diversi giovani nell’ambiente della Galleria Appia Antica. Valeria Alberti espose i suoi dipinti nel 1957 insieme ad Alberto Sartoris, presentati da un testo di Villa alla Galleria San Marco e poco tempo dopo cominciò a collaborare con il ceramista Mario Molli, inserito nel programma della galleria, che prevedeva la valorizzazione delle arti decorative come la ceramica. In questo ambito non sorprende che la Alberti abbia fatto parte del gruppo di artisti contemporanei coinvolti nell’arredamento dei transatlantici italiani, veri e propri “musei galleggianti”. Alberti realizzò – probabilmente attraverso Cagli – alcuni pannelli dipinti per la sala bar della Leonardo Da Vinci, arredata dagli architetti Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, e collocò altri due pannelli per la turbonave Michelangelo, varata nel 1966, oggi conservati alla Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Valeria Alberti e il sistema artistico maschile degli Anni Sessanta
Dopo l’esordio all’Appia Antica, Alberti espose nel 1957 alla galleria Ferro di Cavallo con Ettore Sordini, in una mostra curiosa ed originale che riuniva una serie di pizzi e merletti incorniciati, intesi come trame e orditi “da cui ricavare agili arabeschi” sottolinea Barrese. Nel 1960, grazie ai contatti dell’amico Sordini con l’ambiente milanese, Alberti partecipò ad una collettiva alla galleria Azimuth, ed ottenne da Piero Manzoni, che aveva conosciuto anni prima in occasione dei suoi soggiorni estivi ad Albissola, il Certificato d’autenticità n.26, datato 24 aprile 1961, in occasione dell’apertura della sua mostra insieme ad Enrico Castellani a La Tartaruga: oltre ad Alberti tra le sculture viventi certificate da Manzoni c’erano Emilio Villa, Franco Angeli e Mario Schifano. Negli Anni Sessanta la Alberti inizia a realizzare una serie di sculture in metallo dalle forme geometriche, di rarefatta e minimale eleganza, che tagliava da sola nel suo laboratorio: unica donna in un mondo tutto al maschile, che l’ha dimenticata in un batter d’occhio.
Ludovico Pratesi
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