Dio si può dipingere? Il libro che ripercorre le origini del monoteismo
La diaspora africana, i conflitti storici, la questione coloniale: parlano di questo e altro gli “uomini liberi” che l’artista Roberto Diago ha portato a Venezia per il Padiglione Cubano alla Biennale. L’intervista
Il titolo di questo libro, “L’invenzione del monoteismo. Genesi storica e culturale dell’idea di trascendenza” uscito per le edizioni dell’Asino d’oro, non nasconde certo le intenzioni degli autori (il libro a cura di Giampiero Minasi con testi di Gigliola Fiorenza, Carlo Menna, Giampiero Minasi, Anna Persieri, Pietro A.F. Sabatelli, Domenico F.M. Trimboli). Per invenzione si intende qualcosa che è un frutto buono o cattivo architettato dall’intelligenza umana, mentre la pretesa delle tre grandi religioni monoteiste è esattamente opposta: essere esito dell’iniziativa di Dio stesso, che entra in comunicazione con gli uomini attraverso la scrittura e i suoi testimoni. Il libro è frutto di una ricerca che ha coinvolto una decina di studiosi, tutti spettatori nel dicembre 2013 alla presentazione di una ricerca sull’epopea di Gilgamesh, in cui si stigmatizzava “l’annullamento che la tradizione culturale occidentale aveva per secoli operato sulla grande civiltà mesopotamica, al fine di imporre la Bibbia quale proprio fondamento”. Su quella provocazione si è sviluppato un lavoro che ha seguito due filoni di scavo sulle origini del monoteismo, quello di matrice religiosa e quello di matrice filosofica.
I fondamenti del monoteismo occidentale
Quindi da una parte in particolare la Bibbia dall’altra la riflessione filosofica nella Grecia di Senofonte e poi soprattutto di Platone. Proprio Platone, secondo gli autori, con la figura ordinatrice del Demiurgo emerge come il vero fondatore del monoteismo occidentale. Siamo nel quinto secolo avanti Cristo e ci si può chiedere le ragioni del declassamento della Bibbia, la cui narrazione risale a molti secoli prima. La ragione è spiegata nel primo capitolo del libro, firmato da Gigliola Fiorenza e Giampiero Minasi, in cui viene affrontata e messa in discussione la questione della storicità del racconto biblico per evidenziarne la natura di costruzione a posteriori. Nel libro sacro l’opzione monoteista appare salda fin dall’origine, invece dal punto di vista storico è solo con l’esilio babilonese tra 586 e 539 avanti Cristo che emerge con chiarezza come “una risposta alle domande esistenziali poste da eventi così sconvolgenti da richiedere nuove categorie interpretative, nuove argomentazioni e strumenti teologici del tutto inediti”. Gli autori riconoscono che l’esito è un “vertiginoso edificio mentale, una costruzione teologica nuova, destinata a segnare in modo decisivo il cammino verso il monoteismo”.
Il libro “L’invenzione del monoteismo”
E si chiedono anche “da dove gli esuli traessero quella forza e quella fierezza identitaria”. Il testo sacro diventa “un territorio di parole”, una patria trasportabile, capace di resistere alla frammentazione della diaspora. (Il suggerimento è di leggere questo libro in parallelo con il magnifico saggio di Edward Said dedicato al “Mosé e la religione monoteista” di Freud, appena pubblicato da Meltemi),
Naturalmente la preminenza della parola scritta è totale. Il Dio monoteista si palesa nella storia attraverso il libro sacro e per questo la tentazione di rappresentarlo in immagini viene considerata dalla Bibbia, come anche dal Corano, come idolatria: Cambierà naturalmente tutto con il cristianesimo, perché l’affermazione del Dio che rompe il velo di separatezza e si fa persona in un momento e in un luogo preciso della storia implica un naturale desiderio da parte di chi lo segue di riaverlo davanti in forma di immagine. Il Concilio di Nicea II del 787 sdoganerà definitivamente la questione, affermando la liceità della rappresentazione dei protagonisti della storia sacra. Naturalmente le ricadute per la storia dell’espressione artistica furono incalcolabili. Ma non è la sola anomalia che il cristianesimo introduce nel sistema monoteistico: il Dio cristiano si fa in tre come affermato con il dogma della Trinità. È un Dio che, come disse papa Francesco in uno dei dialoghi con Eugenio Scalfari, non ha una natura assoluta ma ha una natura di relazione.
L’anomalia del cristianesimo
Peccato che nel volume certamente ricco di spunti interessanti ogni tanto ci si imbatta in cadute di stile dettate da una foga partigiana, come accade nel saggio finale quando si dice che “l’invenzione del monoteismo, ben lungi dal rappresentare un’evoluzione spirituale, costituisce piuttosto il risultato di un processo traumatico di alienazione della realtà̀ umana, volto a inibirne lo sviluppo nella sua naturale uguaglianza e diversità̀”. Non vorremmo che questa opzione storico-critica che porta a una rivalutazione delle esperienze politeiste prendesse un connotato fondamentalista proprio di certe derive del monoteismo.
Giuseppe Frangi
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