300 fotografi per raccontare una Sicilia mai vista: un libro ricostruisce un secolo di immagini
È un vero e proprio prisma culturale quello che emerge dal volume della storica dell’arte e della fotografia Monica Maffioli che ci ha raccontato come, attraverso gli sguardi di 300 fotografi, sia riuscita a comporre un’ampia panoramica della Trinacria, un’isola affascinante dalle molteplici identità
La Sicilia classicista di von Gloeden, quella verista di Verga, Capuana e De Roberto, la Sicilia accogliente di Gaetano D’Agata, quella futurista di Luigi Pirrone, la Sicilia autentica di Fosco Maraini e quella disturbante di Letizia Battaglia. Monica Maffioli nel suo studio Fotografi siciliani del Novecento (Giunti, giugno 2026) prova a descriverla tutta, questa “isola plurale”, come la chiamava Bufalino. Protagonisti sono 300 fotografi, nonché la fotografia siciliana. Un’opera che colma un vuoto, restituendo all’Italia un prisma culturale mai raccontato per intero sulla Trinacria. Maffioli, storica dell’arte e della fotografia, vicepresidente della SISF, già curatrice delle collezioni Fratelli Alinari, si cimenta in un’impresa titanica che indaga contraddizioni, stereotipi, compromessi e dinieghi di una terra che della fotografia ha fatto mezzo di suggestione e denuncia. L’abbiamo incontrata per farci guidare nella sua ricerca.

Intervista a Monica Maffioli, storica dell’arte e della fotografia
Lei ha messo ordine in un patrimonio visivo non solo complesso e multiforme, ma anche in gran parte sconosciuto. Da dove viene l’idea di realizzare un’opera così imponente e unica?
L’idea del libro è nata insieme all’amico Giovanni Chiaramonte, che purtroppo è venuto a mancare nel 2023. Aveva curato una mostra nel 2003, La Nuova Scuola di Fotografia Siciliana esponendo 7 fotografi siciliani, consapevole che fossero troppo pochi. Mi disse: “solo tu avresti la pazienza e la costanza di realizzare un’opera completa sulla fotografia del Novecento siciliano”. Conosco bene la Sicilia e decisi di intraprendere questa ricerca per omaggiare sia l’isola sia lui. Il lavoro di ricerca è durato 5 anni ed è partito dal patrimonio della Biblioteca Nazionale di Firenze che ha una quantità enorme di materiali sulla Sicilia. Vorrei sottolineare che non sono siciliana e, dunque, il mio sguardo non è stato condizionato da nessun campanilismo.
Nel libro richiama due tesi opposte sulla cultura siciliana: quella di Giovanni Gentile di una cultura “indigena” e quella, meno diffusa, di una Sicilia aperta ed europea.
I due fili conduttori dell’intera ricerca sono proprio questi, ed è altrettanto vero che ci sono moltissime difficoltà nell’affrontarli: da una parte la Sicilia nascosta e chiusa, dall’altra la Sicilia progressista, che vuole uscire, che si concede ai non-siciliani, che viene esaltata, indagata e spesso stereotipata. Inoltre, la cultura fotografica italiana non si è ancora avvicinata a sufficienza a quella siciliana. Questo lavoro mi ha permesso di confermare ciò che già percepivo: l’esistenza di una cultura fotografica siciliana sconosciuta e quindi negata all’Italia. Possediamo, purtroppo, una visione nord-centrica della storia della fotografia nazionale.

Eppure, la fotografia siciliana ha una storia lunghissima che parte, come lei spiega, dall’Esposizione Nazionale di Palermo del 1891, passando poi per la scuola di Taormina e per il grande contributo dei fotografi amatoriali…
Fin dagli esordi, la fotografia siciliana vive attraverso un doppio sguardo dei fotografi stranieri che scoprono l’isola, e dei fotografi siciliani che producono immagini della Sicilia per farla conoscere prima di tutto agli italiani e poi al resto del mondo. L’Esposizione non riscosse il successo auspicato in termini di affluenza nazionale, ma rese comunque noti alcuni fotografi professionisti siciliani come i palermitani Giuseppe Incorpora, Francesco Paolo Uzzo ed Eugenio Interguglielmi. Negli Anni Venti del Novecento, però, le cose cambiarono: in parallelo ai fermenti futuristi che iniziavano a percorrere l’isola, nasce a Palermo la Gazzetta della Fotografia, diretta dal critico Arturo Valle, figura molto legata alla rivista Luci ed Ombre di Torino. Valle importò in Sicilia il pittorialismo piemontese e permise il lancio della fotografia siciliana oltre lo Stretto, coinvolgendo nomi come Angelo Maltese e Gaetano D’Agata. Tuttavia, si riscontrano i primi limiti ideologici: quello turistico e quello folcloristico.
Nel libro racconta anche del Club futurista catanese e della Palermo di Pippo Rizzo, curatore di mostre con Depero, Balla, Tato ed Enrico Prampolini.
Sì, esatto. Inoltre, il Movimento Futurista siciliano era molto vicino a Marinetti, il quale presentò alcuni fotografi a Roma e a Trieste nell’ambito delle note mostre dell’avanguardia artistica negli Anni ‘30-‘32. Il Fondo Marinetti di Yale contiene alcune interessanti fotografie che documentano un’escursione intrapresa nel 1925 da Marinetti sull’amata Etna; su questo tema, poco conosciuto, invito a leggere un eccellente lavoro pubblicato da Andrea Parasiliti nel 2020 dal titolo All’ombra del vulcano. Il futurismo in Sicilia e l’Etna di Marinetti. Tra i fotografi dell’epoca è stata una scoperta il lavoro del catanese Luigi Pirrone, esponente della fotografia futurista, ignorato dalla storia della fotografia italiana, mentre alcune sue opere, dal 1984, sono conservate al J. Paul Getty Museum, provenienti dalla collezione dell’americano Daniel Wolf.

Quando passa la fotografia siciliana al modernismo?
Il passaggio avviene probabilmente grazie a fotografi come il palermitano Eugenio Bronzetti con la campagna fotografica realizzata nel 1940 per l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano. Reportage che illustrò un articolo di Carlo Emilio Gadda, pubblicato sulla rivista Le Vie d’Italia, dedicato alla consegna ai contadini dei primi 8 borghi rurali realizzati. Bronzetti ritrae, con un linguaggio formale rigoroso, il passaggio dalle prime abitazioni campestri a quelle funzionali, progettate dagli architetti del regime fascista. Le immagini sono impaginate a vivo e lo sfondo è composto da paesaggi aridi di terre inospitali. L’assalto al latifondo fallì per diverse cause, tra le quali si celava un ritorno alla mezzadria e allo sfruttamento agricolo. In quegli anni, la Sicilia cattura lo sguardo realista di Carlo Levi e l’attenzione del periodico Il Politecnico che consegnò – tramite la fotografiamodernista – un meridione non più paludato dal pittorialismo o idealizzato da stereotipate immagini di genere turistico.
Tra tutte le riviste citate, ce n’è una in particolare che l’ha colpita?
Sicuramente la rivista trimestrale Sicilia edita da Flaccovio per l’Assessorato al turismo e allo spettacolo della Regione siciliana, una delle pubblicazioni del secondo Dopoguerra meno conosciute. Un prodotto editoriale raffinato per contenuti e grafica difficilmente eguagliabile da altri dell’epoca. Nata nel 1953, fu un incredibile laboratorio di arti visive unico nel suo genere. Il pittore e grafico Bruno Caruso coinvolse – in qualità di direttoreartistico – i più eccellenti fotografi della cultura visiva siciliana. Caruso soggiornò, tra il 1949 e il 1950, a Parigi e Londra, entrando in contatto con alcune delle maggiori personalità della cultura letteraria e artistica dell’epoca, Picasso, Sartre, Camus, Chagall, Matisse, Cartier-Bresson, Brassaï, coinvolgendoli successivamente nella rivista. Ebbe l’audacia di avvicinare una fotografia di Herbert List scattata alle catacombe del Monastero dei Cappuccini di Palermo con una porzione del quadro simbolista Confessioni palermitane di Fabrizio Clerici. Alla rivista contribuirono molti importanti autori siciliani come Enzo Sellerio, Ferdinando Scianna, Giuseppe Leone e Melo Minnella.

Le riviste del secondo Novecento diffondono da una parte una Sicilia accogliente e turistica, e dall’altra una Sicilia mafiosa, violenta e abbandonata.
La Sicilia di Partinico fotografata da Enzo Sellerio, quella denunciata da Danilo Dolci, disturba i siciliani. Fotografi come Calogero Cascio, che dal dal ’61 al ’70 realizza servizi sulla mafia per editori stranieri, suscitano sdegno. Le fotografie di Nicola Scafidi e di Letizia Battaglia nel quotidiano palermitano L’Ora sono incompatibili per la loro crudezza con la fotografia turistica. La convivenza non è affatto facile.
Guardando alle quasi trecento schede biografiche di fotografi raccolte nel libro, se dovesse scommettere su un nome ancora poco conosciuto ma destinato a essere riscoperto, chi indicherebbe?
Adele Gloria è una delle figure che più mi hanno colpito. Aeropittrice, poetessa e fotografa, è una giovane catanese che vive la stagione siciliana delle avanguardie futuriste come l’occasione per affermare liberamente la propria autonomia creativa al di fuori delle strette convenzioni della società di provincia. Nelle sue Composizioni riprende alcune fotografie di famiglia in cui è ritratta e le destruttura ritagliandole in porzioni geometriche irregolari, frammenti della propria individualità. È una delle figure che secondo me richiamerà maggiore interesse nel prossimo futuro.
Martina Tolaro
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