Uno dei movimenti poetici più radicali del Novecento era siciliano. Lo racconta il nuovo libro di Simona Squadrito
Ci sono narrazioni che non soltanto meritano di essere trasmesse, ma che sembrano chiedere di essere reinterpretate. Vicende che non ritornano come reperti da museo, ma come materiali viventi, capaci di interrogare il presente con una forza quasi superiore rispetto al loro tempo originario. Inchiostro e dinamite. Antigruppo siciliano (Postmedia Books, 2025), il saggio che Simona Squadrito (Catania, 1985) dedica a uno dei movimenti poetici più radicali del Novecento italiano, appartiene a questa categoria. La storia dell’Antigruppo si presenta come un episodio marginale che si trasforma in strumento critico, metodologia e postura, rivelando la propria attualità nel modo in cui continua a riverberare sino a oggi. Il collettivo, fondato nel 1968 da Nat Scammacca, Ignazio Apolloni, Crescenzio Cane, Pietro Terminelli ecc, si sviluppò attraverso performance condivise, poesia murale, editoria autonoma, spazi pubblici trasformati in testi e una rete transnazionale che collegava Sicilia, Mediterraneo e Stati Uniti. L’Antigruppo non rappresenta soltanto un capitolo trascurato della storia culturale italiana, ma un laboratorio di pratiche che, grazie a questa ricerca, tornano a emergere nella loro urgenza civile e nella loro capacità di generare aggregazione, tensione e immaginazione politica. Il volume non propone una lettura nostalgica perché l’autrice chiarisce fin dall’inizio che il materiale documentario si chiude con interrogativi aperti e che l’indagine non mira a celebrare un passato, ma a trasformarlo in un campo di possibilità. Nel complesso l’obiettivo è quello di riattivare metodologie, forme di associazione e pratiche collettive che possono ancora produrre attrito, dissenso e immaginazione civile.

Il libro di Simona Squadrito sull’Antigruppo siciliano
Tra le pagine del progetto editoriale emerge la forma di un organismo composito, costruito attraverso testimonianze dirette, contributi teorici, fonti archivistiche, componimenti poetici, immagini fotografiche e materiali documentali, una struttura che rende visibile la natura stratificata della ricerca e la sua capacità di tenere insieme piani differenti della produzione culturale. Questa struttura riflette l’essenza stessa del movimento, descritto da Mariella Bettarini come una modalità alternativa di concepire la creazione poetica, radicata nella trasmissione orale, nella conflittualità sociale e nella circolazione diffusa dei testi. Squadrito, da siciliana, sceglie di guardare a questa storia dal margine geografico e politico che l’ha generata, un margine che non è periferia ma posizione epistemica, un luogo da cui si vede diversamente, si produce diversamente e si immagina diversamente. Affiora così una postura dichiaratamente politica, ecofemminista e antimilitarista in cui la ricerca non è mai separata dalla pratica. Lo dimostra anche la scelta della copertina, la fotografia dal titolo Aurora di Luca De Leva, dove l’immagine introduce una prospettiva decentrata perché inscrive un movimento prevalentemente maschile entro lo sguardo di una minore e produce così uno slittamento interpretativo che non riguarda soltanto la composizione visiva, ma la posizione da cui il materiale storico viene configurato. L’intervista a Simona Squadrito approfondisce questi temi e mostra il progetto come dispositivo, la marginalità come metodo, la distanza dal Gruppo ’63, la pluralità dei pubblici, la dimensione internazionale del movimento e la trasformazione dell’indagine in pratica contemporanea, fino alla costruzione di nuove comunità poetiche e politiche.

Intervista a Simona Squadrito
Nel libro scrivi che la tua ricerca sull’Antigruppo “si chiude con una serie di domande aperte” e che non si tratta di una rievocazione nostalgica, ma di un dispositivo per attivare nuove pratiche. In che modo questa postura evita la trappola della celebrazione memoriale e diventa invece uno strumento operativo per il presente?
È già rintracciabile nella scelta dell’immagine di copertina, realizzata dall’artista Luca De Leva: la fotografia di una bambina sdentata e sorridente, che porta il titolo Aurora. Una scelta che ho dovuto motivare al mio editore, che mi ha chiesto perché inserire una fotografia che non ha nulla a che fare con il movimento poetico siciliano. L’Antigruppo è costituito per lo più da uomini e, ascoltando i testimoni diretti, ho avvertito spesso un certo maschilismo. Non voglio dire che fossero misogini, ma certamente non erano femministi. Pubblicare oggi un libro su questo movimento attraverso lo sguardo di Aurora assume il valore di una dichiarazione d’intenti: un movimento prevalentemente maschile restituito al presente e spero anche al futuro attraverso il corpo e lo sguardo di una bambina. Questa storia, inoltre, mi riguarda da vicino perché è anche la mia storia: sono siciliana e sento di appartenere a una cultura che, per molto tempo, è stata considerata periferica rispetto ai grandi centri di produzione culturale, in un certo senso si tratta di una storia che il potere culturale centrale mi ha negato Recuperarla non è per me un gesto nostalgico, ma un atto di riappropriazione. Per me la ricerca, la scrittura e la condivisione pubblica di questa vicenda fanno parte di una stessa pratica. Quando porto l’Antigruppo in “tour”, diventa un’occasione per sperimentare alcune modalità proprie di quegli autori: il reading come pratica collettiva, l’uscita del testo dal libro, l’uso dello spazio pubblico, l’incontro tra poesia e corpo. Non mi interessa soltanto sapere cosa è stato l’Antigruppo, ma capire cosa può ancora accadere mettendo quelle pratiche in relazione con il presente.
Dichiari che l’Antigruppo “non chiede nostalgia. Chiede una presa di posizione“. Quale presa di posizione chiederebbe oggi, nel 2026, a chi lavora nella cultura?
Non me la sento di parlare in generale per il “mondo della cultura”. Posso parlare del mio punto di vista. “Il personale è politico” continua a essere per me un principio fondamentale: sono ecofemminista, antirazzista, antimilitarista e le mie scelte lavorative sono guidate da queste convinzioni. La presa di posizione riguarda anche il modo in cui si produce e si fa circolare cultura: la critica al potere culturale, la scelta di una produzione indipendente, dell’autoproduzione. Non si trattava soltanto di dire cose diverse, ma di cercare forme diverse per produrre e condividerle. Ti faccio un esempio concreto quando l’Archivio Conz di Berlino, partner nel progetto di REPLICA, Antigruppo siciliano: uno studio translocal, vincitore di Italian Council, ha tentato di silenziare le poesie dell’Antigruppo scritte in solidarietà con il popolo palestinese, io e Lisa Andreani non ci siamo limitate a interrompere la collaborazione con l’archivio in questione. Abbiamo denunciato pubblicamente l’accaduto, bypassato la censura e organizzato, tra le tante cose, un reading pubblico in un parco di Berlino. Anche questo significa prendere posizione: non pensare che il lavoro culturale possa essere separato dalle convinzioni politiche di chi lo porta avanti e quindi agire di conseguenza.
Definisci anche la riappropriazione della storia dell’Antigruppo come “un atto epistemico”. Che cosa cambia quando si guarda alla storia culturale italiana da un margine geografico e politico come quello siciliano?
Guardare all’Antigruppo da siciliana cambia molto le cose. La sua storia racconta una marginalizzazione in parte accettata dagli stessi membri del movimento, ma anche prodotta dall’establishment culturale, che tendeva a snobbare ciò che accadeva in Sicilia. Questa forma di snobismo l’ho riscontrata anch’io nel proporre questa ricerca. Ho sempre in mente le parole di bell hooks quando parla della marginalità come «un luogo radicale di possibilità, uno spazio di resistenza, un luogo capace di offrirci la condizione di una prospettiva radicale da cui guardare, creare e immaginare alternative e nuovi mondi». Non mi interessa portare l’Antigruppo dal margine al centro, come se il riconoscimento consistesse nel suo ingresso tardivo nel canone. Mi interessa capire che cosa possiamo vedere proprio perché ci troviamo lì. La riappropriazione della storia diventa così un atto epistemico: non significa aggiungere un capitolo mancante alla storia della poesia e dell’arte italiana, ma interrogare il modo in cui quella storia è stata costruita, quali soggetti sono stati riconosciuti e quali pratiche sono state lasciate ai margini.
La struttura segue macro-tematiche che attraversano poesia, praxis, editoria indipendente e piazza come spazio di produzione culturale. Come hai deciso l’ordine dei capitoli e quali tensioni hai dovuto gestire tra rigore storico e energia narrativa?
La prima domanda è stata: che cosa poteva tenere insieme, e per così tanto tempo, un movimento così eterogeneo e caotico, che rivendicava il proprio essere “felicemente disunito”? Al di là delle divergenze, tutti condividevano la convinzione che la poiesis dovesse essere in relazione con la praxis, con l’azione militante e concreta. Da qui nasce una delle macro-tematiche. La seconda domanda: quali erano gli strumenti della loro “guerriglia artigianale”? Ciclostilati, libri in forma cooperativistica, riviste, piazza, recital. E poi poesie scritte su maglie, camicie, tovaglie, pietre, bicchieri. La poesia poteva comparire ovunque. Era una pratica che il pubblico siciliano non si aspettava: la poesia arrivava dove non era mai stata invitata. Un caso che ci fa capire molto è quello della visita dei poeti dell’Antigruppo ad Aliminusa, il primo novembre, giorno dei Santi. I contadini erano quasi tutti nei campi, in piazza c’erano ragazzi e vecchi, e nessuno credeva che i poeti sarebbero davvero arrivati. Eppure, arrivarono, affissero ai muri cartoni con poesie di Cane, Scammacca, Buttitta. Quei contadini, scrive Apolloni, curvarono le schiene per la prima volta per un fatto di cultura, quelle stesse schiene abituate a curvarsi soltanto per lavorare la terra. E poi c’è l’altra faccia: settembre 1971, al Palermo Pop Festival, tra la folla che aspettava i Black Sabbath, Scammacca, Apolloni e Vira Fabra giravano con camicie ricoperte di poesie scritte a mano e ciclostilati da distribuire. Lo stesso principio di Aliminusa, in un contesto completamente diverso: intercettare un pubblico impreparato e che non ti aspetta. L’ordine dei capitoli non nasce da una successione cronologica, ma dal tentativo di seguire le pratiche attraverso cui l’Antigruppo ha costruito la propria esperienza.
Perché era importante chiarire la distanza esplicita dal Gruppo ’63? In che modo questa distanza definisce l’identità dell’Antigruppo?
Quell’“Antigruppo” veniva spesso rivendicato anche come un anti-Gruppo ’63. La distanza era soprattutto nel modo di intendere la funzione della letteratura. La neoavanguardia affidava alla sperimentazione formale una funzione critica nei confronti della cultura borghese. L’Antigruppo, però, vedeva in quella ricerca il rischio di un nuovo elitarismo. Scammacca lo dice chiaramente: “Non c’è scrittore nella storia che abbia potuto da solo creare un nuovo linguaggio; il popolo, invece, può farlo”. C’è un passaggio di Nat Scammacca che trovo particolarmente significativo. Raccontando un suo incontro negli Stati Uniti, osserva: “E io non capisco a questo punto come egli possa parlare di scelte giuste e legare in Italia con Adriano Spatola. Cosa ha in comune la poesia di Paul con quella di Adriano Spatola?”. E poco dopo aggiunge: “Critica Lawrence perché prende atteggiamenti da spirito eletto […] e poi assume gli stessi atteggiamenti nei riguardi degli altri”. La polemica non era soltanto contro una forma di sperimentazione linguistica, ma contro la costruzione di gerarchie nel campo poetico: contro l’idea che esistano pochi eletti capaci di stabilire che cosa sia poesia. Non soltanto che cosa si dice, ma chi è autorizzato a parlare e chi può essere ascoltato.
L’Antigruppo metteva al centro “i pubblici, sempre al plurale”. Come hai lavorato, nel libro, per restituire questa pluralità senza ricadere in una narrazione unitaria o semplificata?
Inchiostro e dinamite è un libro corale, costruito cucendo insieme le testimonianze raccolte da me e Lisa Andreani nell’ambito del progetto Antigruppo siciliano: uno studio translocal. Nel volume, oltre ad un ricchissimo apparato iconografico, trovano spazio i testi di L. Andreani, il contributo di A. Contiliano, membro effettivo dell’Antigruppo, di G. Cipolla, fondatore di Arba Sicula, rivista bilingue dedicata alla cultura siciliana, e di C. Mazzucchelli, professoressa di letteratura italiana e italoamericana all’Università della Florida Centrale. Mi interessava far convivere la voce di chi ha vissuto quell’esperienza, di chi l’ha studiata e di chi la osserva oggi da un’altra posizione. Il libro nasce anche come prima introduzione al movimento, accessibile a chi non lo conosce e a chi si avvicina per la prima volta a questa storia.
Il movimento aveva una forte dimensione internazionale: dagli Incontri fra i Popoli del Mediterraneo alle reti transatlantiche con l’editore Barkan. In che modo questa apertura globale contraddice l’idea di un movimento “locale” e come l’hai restituita nel libro?
L’essere passato per tanto tempo come un fenomeno marginale e trascurabile è soprattutto un fatto italiano. Scammacca racconta in Sikano l’Amerikano di girare gli Stati Uniti con più di cinque chili di poesia in borsa. Scrive: “La Sicilia, una volta tanto, era approdata nella baia di San Francisco non per dare braccia da utilizzare, ma per offrire poesia, poesia, poesia”. Le serate americane sembrano scene di Antigruppo trapiantate dall’altra parte dell’oceano: Scammacca legge le poesie di Cane, Calì, Diecidue, Certa, Pirrera; attorno a lui si crea un recital improvvisato con Ferlinghetti e Hirschman. Ma anche lì, in America trova le stesse dinamiche di potere che conosceva bene. C’è poi la dimensione mediterranea, gli Incontri dei Popoli del Mediterraneo organizzati a Mazara del Vallo da Rolando Certa costruirono relazioni reali con poeti del Meghreb. Questa rete è ancora in gran parte da esplorare, e sarà al centro del progetto che porterò a Tunisi in ottobre. Più si guarda fuori dall’Italia, più ci si accorge che l’Antigruppo non era affatto isolato.
Hai una serie di progetti in corso e in arrivo: SITU Festival (agosto), Tunisia (ottobre), poi Milano e Venezia. In che modo questi appuntamenti proseguono la ricerca sull’Antigruppo e la trasformano in pratica contemporanea?
Sono da poco rientrata da Brolo, da SITU Festival. Nonostante l’atmosfera quasi apocalittica dovuta alle condizioni meteorologiche, è stata un’esperienza molto gratificante e arricchente, inoltre ad accompagnarmi in questo progetto è stato Vito Ancona. Quello che sto facendo è un lavoro di restituzione pubblica di un patrimonio che abbiamo, di una tradizione poetica underground da rendere nuovamente visibile.
Un tuo desiderio che riguarda l’intera questione?
Uno dei miei desideri è portare l’Antigruppo nelle scuole siciliane.Lo suggerisce un passaggio di Scammacca che continua a tornarmi in mente. All’Università di Taos, in New Mexico, si erano radunati un centinaio di studenti messicani e indiani. La facoltà era di letteratura anglosassone e, scrive, “mi venne in mente l’università siciliana di Palermo, dove molti siciliani si ritrovavano a studiare letteratura italiana. Anche a Santa Fe, dunque, come a Palermo, si ignorava la cultura locale, plagiando i giovani come vuole il potere centrale”. Scelse le poesie più arrabbiate, di Diecidue, Certa, Apolloni, Cane, Navarra. Quando lesse la poesia di Santo Calì «Non parlo con te, professore borghese», quasi tutti gli studenti indiani si alzarono applaudendo mentre i professori anglosassoni cercavano di frenare l’entusiasmo. “Credo che sia stato il mio più grande successo in America”, scrive Scammacca, “ero felice che la Sicilia, attraverso me, aveva potuto comunicare con gli studenti indiani e messicani”. Il progetto in Tunisia nasce dall’invito di Chullu Agency, che in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura di Tunisi presenta la seconda edizione di Shluq, intitolata Moving Archives, dedicata all’archivio contemporaneo attraverso il suono, l’editoria e il video. Ad accompagnarmi sarà Giulia Currà, con cui porto avanti una ricerca poetica e performativa. Racconteremo l’Antigruppo cercando di riattivarne alcune pratiche, lavorando collettivamente con la parola e interrogandoci su ciò che viene censurato, taciuto o reso invisibile. In fondo qualcuno scrisse che le parole sono pietre.
Quale forma di comunità stai cercando di costruire oggi attraverso questi progetti? È una comunità “antigruppo” o qualcosa di nuovo? Quando penso alla mia idea di comunità, mi rifaccio a quella formulata dal filosofo Michail Bachtin: “una comunità di anime non fuse tra loro”. Non mi interessa una comunità fondata sull’omogeneità, ma una capace di tenere insieme le differenze senza annullarle, una comunità capace di accogliere il conflitto. Le comunità, per come le intendo, sono soggetti collettivi provvisori: si formano intorno a un progetto, a un desiderio comune, e poi possono trasformarsi o dissolversi.
Giuseppe Amedeo Arnesano
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