Nicolas Ballario racconta il suo primo romanzo (ambientato nel mondo dell’arte contemporanea)
Approda per la prima volta alla prosa Nicolas Ballario, che nel suo romanzo per i tipi di Mondadori, Come un cavallo appeso al soffitto, in uscita il 15 settembre, racconta e sbeffeggia attraverso lo sguardo di un giovane giornalista precario, il mondo dell’arte. L’intervista
Un giornalista precario viene inviato dalla sua rivista, Controcampo, a seguire l’allestimento della Biennale Arte di Venezia. Dorme in una squallida stanza a Mestre, si imbuca agli opening con un badge intestato a Maurizio Cattelan, parla con Yoko Ono, assiste a un dialogo improbabile tra Mark Rothko e Michelangelo Antonioni, vede una turista inglese franare nel Vantablack di Kapoor e per ripicca verso questo mondo che percorre come uno sgangherato David Foster Wallace, crea un profilo Instagram dall’inequivocabile nome Cucù, dove svela scoop, scandali e diffonde pettegolezzi.
Il libro di Nicolas Ballario
Quanto c’è di vero e quanta autobiografia c’è in Come un cavallo appeso al soffitto. Una storia verosimile dell’arte contemporanea, in libreria dal 15 settembre per Mondadori, lo abbiamo chiesto al suo autore Nicolas Ballario, in questa intervista. Classe 1984, nato a Saluzzo, in Piemonte, è giornalista, divulgatore, curatore e molto altro ancora. Nel suo romanzo, tra satira, storie serie e aneddoti paradossali, e il grande amore per Cattelan e Oliviero Toscani, racconta un’arte contemporanea da romanzo che, tuttavia, può decollare solo se torna alla vita vera, liberandosi dall’idea di “club” e abbracciando la trasversalità. Il libro sarà presentato per la prima volta nello studio di Valerio Berruti, ad Alba (Ballario è direttore artistico di Alba Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2027) il prossimo 27 settembre.

Intervista a Nicolas Ballario
Partiamo dagli inizi: come nasce questo libro e perché hai sentito il bisogno di cimentarti con la prosa, invece che con la saggistica, per raccontare il mondo dell’arte?
È nato tutto più o meno 5 anni fa, quando Mondadori mi ha chiamato per chiedermi di fare un libro insieme. All’inizio ero restio. Ho pensato: “non sono un accademico, cosa mi metto a fare? Di libri di divulgazione ce ne sono tanti, non sento il bisogno di fare un altro saggio”. La risposta mi ha spiazzato. Mi stavano chiedendo un romanzo che parlasse d’arte, per aiutare le persone a entrare nel mondo dell’arte. Da parte mia è stata più una questione di vanità che di esigenza: essere contattato da Mondadori mi ha lusingato. Conta che avrei dovuto consegnare il libro nel 2022 e invece lo abbiamo dato alle stampe a giugno del 2026…
Quattro anni di gestazione.
La verità? Sei o sette mesi, perché ho provato a scriverlo più volte. Lo buttavo, non ero mai soddisfatto, non andava bene. All’inizio di quest’anno ho trovato una chiave che è quella che poi ho usato. Un giovane personaggio agli esordi che attraversa il mondo dell’arte. E così sono riuscito a scriverlo, anche piuttosto velocemente. Questa è la sua genesi, l’editore mi ha dato dei consigli che ho seguito ed eccoci qua.
È tutto vero o c’è qualcosa di inventato? Cioè quanto è romanzo e quanto è autobiografia?
L’autobiografia in senso stretto è poca. Chi lo leggerà noterà che non c’è mai il nome del protagonista, proprio perché non voglio che sia identificabile. Sicuramente ci sono tante cose vere, sia della mia adolescenza che della mia giovinezza.
Ad esempio?
Alcune cose che hanno a che vedere con la vita della mia famiglia o alcuni momenti di difficoltà economica del protagonista, ma anche la sua grande voglia di rivalsa attraverso un mondo che sembra così alto e lontano come quello dell’arte. Da questo punto di vista è molto autobiografico. In realtà ho usato soprattutto storie di artisti e la maggior parte di queste sono vere, magari adattate. Ad esempio, è proprio vero che qualcuno è cascato nel buco nero di Anish Kapoor. Qui ho semplicemente ripreso la storia.
Altri aneddoti?
A un certo punto il protagonista incontra Yoko Ono. E il modo in cui il protagonista del libro ha conosciuto Ono è in realtà il modo in cui si sono conosciuti Yoko Ono e John Lennon! Sono tante storielle vere che ho adattato. Oppure la vicenda di Loredana Bertè con Madonna.
Ovvero?
Ho scritto quell’episodio perché ho letto per caso un’intervista di Loredana Bertè. Diceva che Madonna le aveva rubato un giubbotto. Ho quindi rubato questo aneddoto che mi aveva colpito e l’ho riadattato in maniera estemporanea. Bertè nel libro presta la giacca a Madonna, ma la pop star americana non gliela restituisce mai.
Il libro di Nicolas Ballario: la struttura
Quindi è una sorta di collage tra cose vere, cose che hai letto, cose che hai sentito raccontare e cose ovviamente che hai prodotto con la tua fantasia.
Esatto. E cose verosimili! Le opere di cui parlo sono invece tutte vere. Naturalmente faccio un volo pindarico e metto insieme cose che non sono successe nello stesso periodo. Non si capisce mai bene quando questo libro sia ambientato, in che anno in che periodo.
Spiegaci meglio.
Trovi nella stessa Biennale Mark Rothko e Maurizio Cattelan. Ovviamente non si sono mai incontrati. Cattelan aveva nove anni quando Rothko è morto. Ho quindi forzato la mano sulla realtà ispirandomi a cose che ho davvero incontrato e studiato nella vita.
Creando anche degli incontri impossibili. Parliamo dei tuoi esordi, invece. Come sono stati?
Più o meno come quelli del protagonista, sono stato un ragazzo che si trova per una serie di colpi di fortuna ad avere a che fare con dei giganti. Ho studiato fotografia, forse all’inizio avevo la velleità di fare il fotografo.
Il fotografo?
Non lo so, avevo voglia di raccontare cose. Ho studiato all’Accademia di Fotografia più che altro per capire la fotografia. Appena ho terminato gli studi ho avuto l’occasione di lavorare nello studio di Oliviero Toscani. Allora avevo 22 anni. Ero uno dei suoi collaboratori più stretti e grazie a lui ho avuto l’occasione di incontrare e conoscere dei giganti verso i quali mi sentivo… Insomma, da ragazzino ero veramente spavaldo. Mi sentivo in cima al mondo, un figo pazzesco. Con gli anni ho imparato a sentirmi inadeguato.
Vieni dal mondo dell’arte? La tua famiglia lavorava nel mondo dell’arte?
Assolutamente no. La mia famiglia assomiglia molto a quella che racconto nel romanzo. Non c’era alcun interesse per l’arte. Vengo da una famiglia operaia. Sono stato il primo che ha cominciato a interessarsi al mondo della creatività e della cultura.
E come?
Leggevo molto. E sono debitore a quel ragazzo spavaldo che voleva giocare a fare l’intellettuale e che pertanto ha letto tutti i classici che oggi probabilmente non leggerei più. Inoltre, avevo una grande passione per il cinema. Forse volevo davvero scrivere per il cinema. In seguito, ho scoperto Toscani, i suoi libri, il suo mondo – ad esempio Colors – e mi sono appassionato alla fotografia e al mondo della comunicazione. L’arte è arrivata dopo, perché mi è sembrato a un certo punto che fosse la più alta forma di comunicazione umana. Ci sono arrivato dal mondo dei giornali, della fotografia, della grafica, del graphic design, tutte cose che mi interessavano molto. Dal mondo della pubblicità, che era poi il nostro settore.
Il ruolo di Oliviero Toscani
Certo va anche detto che la generazione dei nati negli Anni Ottanta (Nicolas Ballario è del 1984) è stata visivamente e concettualmente influenzata dalla comunicazione di Toscani, tra i primi ad affrontare in maniera così evidente temi dirompenti come l’AIDS, il sesso, i disturbi alimentari, portandoli nel mondo della pubblicità. Un approccio che ha molti legami con l’arte…
Lo penso anch’io. Toscani è stato un grande artista. Ho soprattutto imparato da lui che l’arte e la cultura si possono applicare a qualunque mezzo. Che è quello che, come sai, faccio per vivere. In modo anche poco ortodosso e accademico, a volte anche poco serio. Ho visto Toscani parlare della guerra in Bosnia, dei morti di AIDS negli Stati Uniti, dell’anoressia attraverso i cartelloni pubblicitari, e ho capito grazie a lui che si poteva fare tutto. Che poteva essere giusto anche non rispettare le regole degli ambienti in cui ci si trova. Poi figurati, ho potuto iniziare a frequentare Toscani grazie alla politica.
La politica?
Sì, mi sono trasferito a Roma mentre frequentavo l’Accademia di Fotografia e lavoravo per Radio Radicale. Ero un militante del Partito Radicale e un membro della direzione. Di fatto sono cresciuto a fianco di Toscani, da una parte, e di Marco Pannella, dall’altra. E questo mi ha influenzato davvero nella vita.
E lo sei ancora un radicale?
Direi. Una volta Pannella mi definì il “radicale corrente De Mita”. Per far capire che in realtà avevo spesso, nonostante le convinzioni politiche, un approccio democristiano. Forse adesso sono un radicale corrente democristiana. Ogni tanto ho un approccio un po’ democristiano nelle cose e questo aiuta anche a fare quelle più esplosive, saltuariamente puoi permetterti anche di sparare qualche scemenza ed è divertente. Però ecco, radicale lo sono tendenzialmente in una cosa: nell’amore per la battuta. Sarei disposto a sacrificare qualunque cosa pur di fare una battuta. Sempre nel rispetto. In soldoni anche questo libro che ho scritto è un grande impulso ironico che ho cercato di sfogare.
La comicità è uno degli aspetti fondamentali del libro.
Ho coinvolto in una gag comica anche Miuccia Prada. E questo mi è servito anche per studiare. Miuccia è una protagonista del mondo dell’arte contemporanea molto più di altri, ma soprattutto una donna di moda. Ho lavorato molto sul suo personaggio e ho scoperto che è un’intellettuale straordinaria e nel romanzo ho rielaborato in termini narrativi alcuni frammenti presi dalle sue interviste, cercando di restituire parte del suo pensiero o quello che credo di aver capito, il suo approccio alla moda che sarei felice se nel mondo dell’arte ci fosse di più. Spero anche che questo libro possa essere l’occasione per conoscere Miuccia Prada.
Il sistema dell’arte secondo Ballario
Sei nel mezzo del cammin di nostra vita, arrivi alla maturità con un romanzo. Dici di avere un approccio disinvolto nel tuo modo di operare nell’arte, quasi irrituale che ti porta poi a collaborare con figure importanti, penso a Maurizio Cattelan ad esempio. Quale pensi che sia oggi la percezione del tuo lavoro all’interno di questo settore?
Ho sempre la percezione di essere fuori posto. Ma non lo dico in termini positivi della serie, “io sono il figo che infrange le regole”, tutt’altro. Soffro molto della sindrome dell’impostore, anche se devo dire che mi interessa sempre meno. All’inizio mi interessava frequentare la gente giusta, farmi vedere con la gente giusta, – una cosa che peraltro non credo interessi solo a me -. In questo momento invece sono più affascinato dall’idea di usare l’arte come porta per entrare in altri mondi. Mi chiedo spesso come venga percepito da questo ambiente. So che c’è chi mi considera un cialtrone e chi, invece, comprende ciò che voglio comunicare e mi ritiene simpatico. E sono molto grato dell’amicizia di alcuni grandi personaggi.
Come Cattelan.
Certo. Ancora non mi sembra vero di poter chiacchierare con lui, confrontarmi con lui. Di potergli scrivere per un consiglio. E poi ci sono tanti piccoli segnali.
Ad esempio?
Credo che il miglior curatore al mondo in questo momento sia Massimiliano Gioni. E quando ha curato il public program di Paris Internationale a Milano e mi ha chiesto di moderare uno dei panel – peraltro, ero l’unico della discussione a non essere curatore di mestiere – ho avuto un moto di orgoglio e gioia. Ma penso anche ai progetti con Patrizia Sandretto, ad Alba…Ad ogni modo di cosa pensi di me il resto del mondo dell’arte me lo chiedo in continuazione e francamente penso che la maggior parte delle persone mi reputi un mezzo deficiente.
Guarda che io lo scrivo proprio così.
Certo, scrivilo. E non voglio sembrare superiore dicendo che non me ne frega niente, perché invece me ne frega, eccome. Mi dispiace quando le persone non apprezzano, perché ti assicuro che anche quando propongo le mie boutade sono serissimo.
In effetti, tornando al romanzo, il giovane giornalista protagonista – nel quale, mi pare ovvio, c’è molto di te – è una sorta di spettatore con il piede dentro, un etnografo che gira in questo mondo accompagnando il lettore come un Virgilio, un mondo che gli piace, lo attira, ma che a volte non lo convince fino in fondo.
È un po’ come mi sento io, uno che va alla festa della birra e a un certo punto si mette alla spillatrice e a vender bevande. Qualcuno che riesce a stare allo stesso tempo in platea e sul palco. Uno che non ha un contratto per stare nel mondo dell’arte, senza il posto fisso. E infatti vivo costantemente nella sana paura che tutto questo un giorno finisca, senza darmi il tempo di rendermene conto.
Nella selezione degli artisti di cui parli ti sei dato delle regole?
Sì ho cercato di non parlare di persone che conosco direttamente. L’unico è Cattelan perché l’idea è partita dal suo “asino” e quindi era necessario che ci fosse. Va detto che anche se Maurizio ed io ci frequentiamo da tanto tempo non posso dire di essere una delle persone che lo conosce meglio, ammesso che ci sia qualcuno che conosca per davvero Cattelan. Questo è anche il motivo per il quale ci sono pochi artisti italiani. Gli internazionali sono tutte persone che più o meno hanno significato qualcosa per me, compresi coloro che non ci sono più. Con questo sistema ho evitato di entrare nel gioco della citazione e di strizzare l’occhiolino agli amici.
A parte Cattelan, non c’è proprio nessuno che conosci realmente?
L’unico è Mauro Lorenzon, l’oste co-protagonista del libro, il barista del Bar Luce. Lo conosco realmente ed è esattamente come lo descrivo.
Quale ritratto emerge del mondo dell’arte dal libro?
Un mondo troppo spesso fatto di persone convinte che esista un pubblico dell’arte contemporanea. Ed è il nostro vero grande errore come categoria professionale. Esiste un pubblico che ha curiosità verso tutti i linguaggi in maniera trasversale – teatro, cinema, danza, etc. -, il pubblico della cultura e delle cose belle. Invece il “sistema dell’arte” – e dobbiamo smetterla di chiamarlo così – crede di far parte di un club esclusivo che in realtà non esiste.
Forse si chiama “sistema” proprio perché vuole essere un club esclusivo.
Un club esclusivo è un club che può escludere qualcuno. Nel nostro club invece non ci vuole entrare nessuno, e prima ce ne accorgiamo e meglio è. I grandi musei che riescono ad avere delle aperture reali verso pubblici diversi sono quelli che costruiscono un ecosistema. Non voglio dire che bisogna smettere di fare ricerca ovviamente. Mentre mi fai questa intervista sono all’Hamburger Bahnhof di Berlino e la cosa più interessante che ho visto non viene dal mondo dell’arte contemporanea, ma dalla musica con la retrospettiva dedicata a Ryuichi Sakamoto. E infatti nel libro celebro come un eroe David Byrne. Per me è davvero il simbolo di una cultura trasversale che l’arte dovrebbe sposare un pochettino di più.
Il romanzo riporta il mondo dell’arte a una dimensione umana. Estrapoli dal mito figure apparentemente intoccabili e le riporti ad essere umane…
Dobbiamo riportare il mondo dell’arte ad una dimensione umana, un luogo che il pubblico percepisca come tale, fatto di persone che fanno le stesse cose che fanno gli altri. C’è da dire che di solito si comportano da intoccabili solo i mediocri, mentre invece i grandi sono sempre coloro che offrono una sponda. Ad esempio, ho inserito una serie di personaggi che avrei davvero voluto conoscere, come Antonioni e Rothko. Conoscere le loro vite, i carichi che hanno… Mi interessano molto le storie dietro alle opere.
L’account Cucù
A proposito di progetti irriverenti, nel libro si parla di Cucù, con un’altra piccola concessione all’autobiografia…
Non si tratta tanto di una marchetta o di una citazione dello studio di comunicazione che ho aperto un paio di anni fa, ma di un omaggio. C’è un grande assente in Come un cavallo appeso al soffitto che però è presente nel mio modo di lavorare, in me, nel mio cervello, nel mio cuore, nei polmoni, nel mio fegato ed è proprio Oliviero Toscani. Cucù, che qui nel libro è il profilo Instagram irriverente e anonimo che mette a nudo il mondo dell’arte con rivelazioni, pettegolezzi, scoop e insight, era una specie di società che avevano messo in piedi lui ed Elio Fiorucci insieme tantissimi anni fa. Quando Oliviero era già molto malato andai a trovarlo e gli confidai che volevo aprire un mio studio. Gli chiesi se fosse disponibile a regalarmi il nome Cucù. Naturalmente mi disse di no, ma in realtà era molto contento e acconsentì. Quindi Cucù è un omaggio a Oliviero, non al mio studio. Perché dentro alla finzione del libro in quell’account c’è tutta l’attitudine a voler fare i terroristi. Un po’ come era Toscani.
Pensi che qualcuno se la prenderà, come dici nei ringraziamenti finali?
Sicuramente. Non credo le persone che sono citate nel libro. Qualcuno probabilmente si riconoscerà nei personaggi negativi dei quali non faccio nomi tuttavia. Persone che ho realmente incontrato e che hanno avuto comportamenti che non apprezzo che qui vengono raccontati come personaggi di finzione.
Fammi un esempio.
C’è un personaggio negativo e tossico che è il capo del protagonista e che nasce dalla crasi di un paio di persone che ho realmente incontrato. Un uomo che approfitta della sua posizione di potere per ottenere favori spacciandosi per un grande esperto. A un certo punto nel libro racconto che questa persona, dopo aver detto a tutti di essere un grande amico di Cattelan, va a stringergli la mano in una occasione pubblica, rimediando un umiliante “piacere Maurizio”. Questo episodio è avvenuto realmente ed io ero lì. Nel nostro mondo ci sono diversi individui del genere che attaccano gli altri solo per un tornaconto personale e non perché abbiano davvero una posizione critica. C’è la propensione al pettegolezzo, la frustrazione, ma anche la consapevolezza che parlar male del tuo vicino ti farà apparire più intelligente. Ad ogni modo l’ultima cosa che voglio per la vita di questo libro è che qualcuno si senta offeso. Spero anzi che possa essere uno stimolo all’autocritica per riconoscere i propri limiti. Dal canto mio me ne riconosco moltissimi, anzi una valanga!
Santa Nastro
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