Ecco perché la traduzione letteraria può essere un gesto politico (e favorire la rivoluzione femminista) 

“Tradurre da femminista significa complottare per sabotare il patriarcato nella lingua, nella scrittura, nella letteratura e, se possibile, oltre”. Lo spiega Noémie Grunenwald, traduttrice, in questo suo testo per Artribune, in attesa del suo intervento in occasione del festival Babel di Bellinzona

Tradurre significa costruire senso, ma anche interpretare la novità della parola. Con queste premesse la traduzione non è un gesto passivo, ma offre diverse chiavi per interpretare il mondo, per favorire la comprensione dei “rapporti sociali e individuare fatti e soggettività cancellate dall’industria editoriale o dalla traduzione patriarcale”. Ne parla Noémie Grunenwald, classe 1987, traduttrice dall’inglese al francese di testi e autrici quali Dorothy Allison, bell hooks, Joan Nestle, Sophie Lewis, Silvia Federici e molti altri nell’ambito di Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, diretto da Lara Ricci e Anna Schlossbauer.

Chi è Noémie Grunenwald, traduttrice femminista

Fondatrice della casa editrice Hystériques & AssociéEs e autrice del saggio narrativo Sur les bouts de la langue. Traduire en féministe/s, Lille, La Contre-Allée, 2024, dal quale è tratto il testo seguente (qui tradotto da Silvia Armali, Sara Conz, Elena Gennuso, Federico Mazzucchielli, Ines Noussa Nouri, Elisa Rosa-Gastaldo (Laurea magistrale in Traduzione e Mediazione culturale, Università degli Studi di Udine), Grunenwald si confronterà a Bellinzona, presso l’Officina Nephos, il 19 settembre alle ore 17.30 con la scrittrice Carla Demierre e con Johnny L. Bertolio, sul tema Traduzione femminista e letteratura fluida. Si può fare?. In questo testo anticipa i contenuti del suo intervento.

La traduzione femminista secondo Noémie Grunenwald

Come riportare il senso? Esiste forse un senso al di là delle parole nelle quali è inscritto? Personalmente, non ho alcun pensiero che sia indipendente dai termini che lo formulano. Nella vita di tutti i giorni, raramente so cosa penso di un argomento prima di averne parlascoltato con diverse persone. Il senso è un processo collettivo che esiste solo nella sua espressione concreta.

Quando scrivo, non so in anticipo ciò che voglio dire precisamente. Mi ingarbuglio in parole che costruiscono il discorso mano a mano. Non scrivo al servizio di alcun senso precostituito che sarebbe sepolto in modo coerente non so dove nel mio cervello. A partire da qui, non ha molto senso ricercare il significato profondo di un testo sperando di trascriverlo in un’altra lingua. […] Come se, nella stessa lingua, ci si capisse davvero, […] come se ognuno di noi conoscesse tutti i sensi di ogni parola (Marie-Hélène Dumas, Journal d’une traduction, 2016). Non esiste un senso profondo. Non sono altro che parole accostate le une alle altre. Se le parole sono il materiale grezzo della scrittrice e dello scrittore, allora si possono considerare gli strumenti primari della traduttrice e del traduttore. La loro scelta rappresenta quindi un elemento essenziale del nostro lavoro. Ma in una determinata parola ciò che si intende si lega al modo di intendere (Walter Benjamin, Il compito del traduttore 2007). Ecco il motivo per cui le equivalenze non esistono. La traduzione è un fallimento costante.

Cosa significa tradurre un testo

Riportare il senso interpretando la parola giusta. Da un lato, il senso ci dice che la parola giusta non è per forza quella fisicamente più somigliante. Dall’altro lato, non si può nemmeno trascurare l’aspetto fisico della parola, poiché la sua forma concreta influisce sul senso che può assumere in quanto tale e in un determinato contesto: nella frase, nel paragrafo, nel capitolo, nel mondo. Una traduzione che riportasse un senso estratto a fatica, ma che deformasse eccessivamente l’inscrizione fisica delle parole, non sarebbe per forza più soddisfacente di una traduzione letterale.

Interpretare il senso. Provare a capire quello che dice veramente. Superare le mie reticenze e le mie certezze che si alimentano a vicenda. Il mio punto di partenza non è che capisco un testo e quindi posso tradurlo, è che non capisco un testo e quindi voglio tradurlo per cercare di capirlo meglio. Il processo traduttivo è al cuore della mia comprensione intima. La traduzione non è il risultato di una comprensione, ma è, in sé stessa, lavoro di comprensione. Un lavoro sempre in fieri, che si conclude non in ragione di un’interpretazione definitiva, ma perché bisogna consegnare il manoscritto alla data convenuta.

Traduzione e femminismo

Tradurre la rivoluzione femminista vuol dire anche interpretare la novità della parola e del senso. La ricchezza della letteratura e della teoria femminista ci obbliga a stravolgere i termini, le regole, le abitudini di comprensione e di scrittura, a utilizzare parole che ancora non esistono.

Qualunque sia la nostra padronanza della lingua, il processo di traduzione rivela problemi di comprensione che non vengono sempre identificati durante la lettura. Allo stesso modo, la recensione di un libro o la trasmissione di una conoscenza richiedono di identificarne con precisione la forma, il contenuto e tutto ciò che li collega. Una cosa è leggere Judith Butler, un’altra è insegnare o spiegare Judith Butler. Probabilmente è per questo che alcune e alcuni dicono che le traduttrici e i traduttori parlano bene delle opere che hanno tradotto. La traduzione non è solo una lettura, è uno studio approfondito. Significa passare ore a perdersi nei libri, su internet, nel catalogo o tra gli scaffali della biblioteca, saltando di riferimento in riferimento per scegliere una parola talvolta lunga appena una sillaba. Significa leggere e, a ogni termine, domandarsi perché quello piuttosto che un altro. Significa dubitare costantemente delle proprie scelte e delle proprie competenze. “E se mi fosse sfuggito qualcosa?”

Interpretare le parole e i testi

Un giorno ho avuto la pessima idea di usare i miei lavori come materiale per un intervento in un seminario di traduttologia. Mi sono ritrovata a confrontare passi di una mia traduzione con gli stessi passi del testo scritto in inglese dall’autrice. Nonostante la traduzione fosse stata ben accolta, quando ho messo le due versioni fianco a fianco sono stata travolta dalla vergogna. Dalla pubblicazione era passato appena un anno, ma la mia pratica era talmente cambiata che avrei voluto richiamare tutte le copie in circolazione e correggere praticamente ogni frase. Non racconto questo per penitenza, né per modestia né per falsa modestia. Non credo che quella traduzione fosse peggiore di altre. Parlo semplicemente della precarietà delle scelte che mettiamo nero su bianco e la cui responsabilità ricadrà per sempre su di noi, ma che in gran parte passano inosservate, persino alle editrici e agli editori, che esaminano da vicino le traduzioni prima che vengano rese definitive.

Interpretare la parola. Quasi cinematograficamente. È come essere un’attrice, ma in versione low cost, senza le paillettes. Impregnarsi di una scrittura, di una parte, di un pensiero, di un modo di esprimersi. Imparare un vocabolario preciso, assorbire certe formule scelte. Adattarsi anche alle ripetizioni e ai tic. Sottomettersi. Abbeverarsi. Le mie traduzioni mi riempiono. Dopo diversi mesi passati a tradurre bell hooks, ho imparato che si possono esprimere concetti complessi con frasi brevi e parole precise, e che questo, al di là di una possibilità sintattica, è una responsabilità politica. Dopo diversi mesi passati a tradurre Silvia Federici, ho imparato nuovi metodi per far dialogare citazioni, riferimenti e corpus. Dopo diverse settimane passate a tradurre Sara Ahmed, ho imparato che si potevano formulare idee in un registro tanto accademico quanto letterario, e aggiungervi addirittura dell’umorismo. Dopo diverse settimane passate a tradurre Dorothy Allison, ho capito che dire una verità in modo semplice richiedeva molto lavoro.

Il mestiere della traduzione

Non credo che interpretare significhi annullarsi. Al contrario. Dico che tradurre non significa diventare trasparente, ma collaborare con l’autrice e l’editrice, le correttrici, le grafiche, le altre traduttrici, autrici, ecc. Lavorare insieme verso un ideale comune. È per questo che dico che non saprei tradurre una persona che mi è ostile. Quando parlo di traduzione femminista, parlo di amore, ma di amore lesbico, in senso politico e molto concreto, non parlo di amore-potere ma di amore-complicità. No, non di amore: di complicità. Tradurre da femminista significa complottare per sabotare il patriarcato nella lingua, nella scrittura, nella letteratura e, se possibile, oltre. Uso il termine “femminismo” nel senso di bell hooks perché, come ho appena detto, le mie traduzioni alimentano pienamente il modo in cui scrivo. Lei non parla di una ricerca di pari opportunità, ma di una lotta per porre fine all’oppressione sessista, per sradicare l’ideologia della dominazione e di un impegno per riorganizzare la società (Feminist Theory. From Margin to Center, 1984).

Tradurre da femminista significa scegliere testi che ci offrano chiavi per interpretare il mondo. Per comprendere i rapporti sociali e individuare fatti e soggettività cancellate dall’industria editoriale o dalla traduzione patriarcale. Quando le persone hanno un potere sociale molto limitato, possono farcela solo organizzandosi collettivamente, complottando. Non è la vecchia dicotomia della traduzione come annullamento o appropriazione a essere in gioco qui, ma piuttosto una nuova configurazione in cui la complicità modella ogni tappa. Perché non si tratta solamente di creazione o di arte, ma di necessità e di lotta.

Noémie Grunenwald

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Redazione

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