Provincia Cosmica. Intervista a Eugenia Vanni: ovvero abitare Siena senza subirne il passato

Nel nuovo numero della rubrica “Provincia Cosmica” l’artista Eugenia Vanni riflette sul rapporto tra Siena, la pittura e la scelta di vivere lontano dai grandi centri dell’arte. Rivendicando il valore del confine come spazio di ricerca

Lo studio di Eugenia Vanni si trova poco fuori Siena, vicino al casolare in cui vive. È qui che l’artista (nata nel 1980) porta avanti la sua produzione: un processo di lavoro nel quale la pittura viene messa in discussione, fungendo a sua volta da strumento per confutare – come in un gioco di scatole cinesi – la realtà che descrive. Insieme a Francesco Carone (Siena, 1975) ha dato vita dieci anni fa al Museo d’Inverno, un luogo speciale in cui fruire l’arte, coinvolgendo altri artisti e innescando dialoghi tra epoche e linguaggi.

Eugenia Vanni, Museo d'Inverno, veduta della mostra "Maurizio Nannucci featuring James Lee Byars" 2016. Foto Cinzia Jovine
Eugenia Vanni, Museo d’Inverno, veduta della mostra “Maurizio Nannucci featuring James Lee Byars” 2016. Foto Cinzia Jovine

Intervista all’artista Eugenia Vanni

Hai vissuto Siena prima come giovane artista in fuga, poi come pittrice e operatrice culturale matura, con una visione molto consapevole del luogo. Che contesto hai intorno a te?
Vivo a Siena, la mia città natale, luogo dove sono tornata per scelta e dove ho deciso di vivere con la mia famiglia. Da piccola città quale è, paradossalmente, non può nemmeno essere considerata provincia, non nel senso con cui i francesi definivano “provincial”. Anzi, anche a livello di immaginario non è nemmeno periferia dell’“impero”. Grazie alla sua bellezza e alla sua storia, infatti, è riconosciuta e riconoscibile in ogni parte del mondo.

Se non è provincia, cos’è?
Diciamo che potrebbe essere confine, non zona di esclusione ma luogo ben definito, una condizione culturale da cui osservare il mondo da una posizione forse defilata ma non marginale. Non un luogo di fuga, ma un luogo con le proprie peculiari dinamiche storiche, sociali e ovviamente culturali. Detto questo, è normale che Siena venga percepita come una realtà al di fuori dei circuiti del sistema dell’arte contemporanea. Non mi stupisce, e penso che questa sia una caratteristica di moltissime città italiane e non solo. Infatti il punto è parlare di come questi territori non completamente al centro del sistema abbiano sviluppato, spesso partendo da zero, una nuova progettualità. Attualmente non posso dire che Siena sia una città senza un contesto artistico, anzi. Casomai c’è più un problema di pubblico, perché quest’ultimo è costituito principalmente da addetti ai lavori, che qui oggettivamente sono pochi, il che rende tutto meno dinamico rispetto ad altri posti. Inoltre non si raggiunge benissimo e, di conseguenza, non è facile neanche uscirne.

Parliamo di una città dai caratteri storici straordinari, ma – come spesso accade con realtà simili – poco attiva nel presente. Il passato può essere una trappola? Che rapporto hai con la tradizione di questo territorio?
Ho sempre considerato i caratteri storici come parte fondamentale del mio percorso. Aver frequentato questo genere di bellezza ha ampiamente contribuito allo sviluppo della mia ricerca, non in termini formali, ma su aspetti che per me sono più importanti: il processo, la cura, la costruzione dell’opera. Ha influenzato completamente le mie urgenze di pensiero e il modo di rapportarmi con l’immagine. E anche se è chiaro che la presenza della cultura contemporanea qui a Siena è oggi sbilanciata rispetto a ciò che è stato fatto in passato, bisogna tener conto anche del contesto: quando sono state realizzate alcune grandi opere, anche Siena era un altro tipo di città. Aveva un potere culturale che non è paragonabile a quello di adesso.
I progetti qui si innestano su questa complessità, e non è detto che attecchiscano. Ma forse è anche questa la sfida di chi lavora e vive in questi luoghi. In generale, non è neanche detto che un artista debba dialogare per forza col territorio in cui vive. Oggi ci confrontiamo con il mondo intero. Se avviene è perché c’è qualcosa ed è nell’interesse dell’artista stesso mettersi in relazione. Siena, di sua natura, ha una grandissima quantità di riferimenti a cui è difficile sottrarsi.

Eugenia Vanni, Inerti, 2026. Affreschi su calcinacci (particolare). Foto Sara Sassi, Okno studio. Courtesy Galleria Fuoricampo
Eugenia Vanni, Inerti, 2026. Affreschi su calcinacci (particolare). Foto Sara Sassi, Okno studio. Courtesy Galleria Fuoricampo

Il Museo d’Inverno a Siena creato da Eugenia Vanni e Francesco Carone

E direi che tu hai deciso di non “sottrarti”, dato che qui hai creato nel 2016 (insieme all’artista Francesco Carone) il Museo d’Inverno, un progetto provocatorio sin dal titolo. Me ne parli?
Insieme a Francesco Carone abbiamo deciso di inventare il Museo d’Inverno una decina di anni fa. Ero da poco tornata da Milano in via definitiva, Siena stava attraversando tempi molto difficili dal punto di vista culturale e non solo, e noi, come artisti, sentivamo l’urgenza di trovare un luogo di approfondimento sull’arte, qualcosa di nuovo che nascesse sul territorio. Così, la Contrada della Lupa (uno dei diciassette rioni in cui è suddivisa la città e la Contrada a cui appartengo) ci ha dato la possibilità di poterlo sviluppare nella trecentesca Fonte Nuova. Un luogo storico bellissimo. Ancora oggi, nei mesi invernali (da qui Museo d’Inverno) la Contrada sostiene il progetto, cooperando attivamente e rendendo disponibile questo meraviglioso e segreto affaccio su Siena.

Con quali principi avete sviluppato il progetto?
Volevamo che il nostro futuro museo custodisse una tematica ben precisa, e che fino a quel momento non era stata abbastanza (o quasi mai) approfondita. Così nacque l’idea di occuparsi delle collezioni degli artisti. Al Museo d’Inverno, infatti, invitiamo artisti a scegliere e curare una selezione ragionata di opere di altri autori conservate nella loro collezione privata, utili a evidenziare le relazioni che hanno caratterizzato momenti cardine del loro percorso artistico, della loro vita e del loro pensiero. Queste opere, per lo più inedite, sono principalmente frutto di scambi con altri artisti o regali, e spesso testimoniano relazioni che si sono create in momenti particolari di vita, mostre fatte insieme e progetti condivisi.
Per la prima mostra invitammo Maurizio Nannucci; andammo nel suo studio, ricordo che ci trattenemmo tanto tempo a parlare della sua collezione. Poi Maurizio, dopo qualche giorno, ci chiamò e ci disse che più di tutto gli avrebbe fatto piacere esporre alcune opere e documenti legati alla lunga amicizia e complicità di lavoro avuta per oltre venticinque anni con l’artista americano James Lee Byars. Ne nacque una mostra assoluta, bellissima, accompagnata da un testo di Gabriele Detterer.

E senza paura avete scelto il termine “museo” per definirvi…
L’accezione “museo”, e non “spazio”, fin da subito è stata quella più adatta per definirci, perché ogni progetto è occasione di approfondimento, documentazione e valorizzazione del patrimonio culturale (materiale e immateriale), caratteristiche molto più in linea con il concetto di museo che di spazio no-profit o artist run space.

Eugenia Vanni, Alius et idem. Appesa in controluce, 2026. Olio su stoffa verde di cotone, matita. Courtesy Galleria Fuoricampo
Eugenia Vanni, Alius et idem. Appesa in controluce, 2026. Olio su stoffa verde di cotone, matita. Courtesy Galleria Fuoricampo

Vista la vostra natura da artisti, il museo sembra concepito più come un’opera d’arte in evoluzione, che come una realtà istituzionale vera e propria. ..
Il Museo d’Inverno può essere considerato una realtà istituzionale solo pensandolo come luogo fisico, stabile e duraturo, e non come un progetto a tempo determinato. Ma può essere anche concepito come un’opera d’arte, o per lo meno con le intenzioni che muovono il processo artistico, ovvero come qualcosa che si compie in virtù di una visione e di un’urgenza personale, e non dettato dalla volontà diretta di migliorare un territorio – aspetti invece che riguardano più le istituzioni. Credo, infatti, che ogni buon lavoro artistico possa eventualmente migliorare qualcosa o qualcuno, ma non nasca direttamente per questo motivo.

Come vi confrontate con il pubblico?
Il pubblico che transita per il museo è piuttosto vario. Passano molti giovani artisti, addetti ai lavori e non. Inauguriamo due volte l’anno e facciamo durare le mostre anche un paio di mesi, per dare tempo a chi vuole di raggiungere Siena e visitare su appuntamento la rassegna in corso. Ogni visita è guidata, e chi decide di visitarla è importante che abbia il tempo per approfondire. Il Museo d’Inverno è un luogo di studio, non di nuove proposte. Qui si possono trovare opere inedite che fino a poco tempo prima erano installate nelle case e negli studi degli artisti, e ognuna di esse può essere un pretesto per un racconto.
Alcuni artisti, per esempio, hanno deciso di affiancare a ogni opera un breve scritto. È il caso di Cesare Pietroiusti: la sua mostra si intitolava Più che opere storie, e ogni lavoro esposto aveva a fianco un piccolo testo che ne raccontava la provenienza e le dinamiche per le quali quel lavoro era in possesso dell’artista. In questo caso chi visitava la mostra era comunque portato a leggere tutte le storie dietro alle opere. Per questo è importante per noi il tempo debito alla fruizione di ogni mostra.

La dimensioni di provincia secondo Eugenia Vanni

Vivere in una dimensione di provincia costringe l’artista a occupare una posizione spesso defilata rispetto a eventi mondani e occasioni di scambio: fiere, mostre, opening e aperitivi devono necessariamente essere dosati, a causa della distanza. L’assenza di partecipazione a queste situazioni è un limite (visto il peso delle relazioni interpersonali in questo sistema) o un punto di forza, garantendo agli artisti una visione più lucida e distaccata della “bolla”?
Essere distanti dalle “città del sistema” non significa essere necessariamente distanti dalla cultura, anzi. L’idea che tutto accada nei grandi centri e che la cultura stessa si sviluppi principalmente lì, è un pensiero che non appartiene più al nostro tempo. Il sistema ormai non è più qualcosa ad alta densità, ma si rigenera ogniqualvolta decidiamo di fermarci in un luogo. Scegliere di vivere geograficamente in una località più decentrata è dunque qualcosa che ha a che fare con esigenze legate al benessere, e va di pari passo con le necessità di ogni singolo individuo. Credo, infatti, che arte e vita debbano coincidere se vogliamo davvero praticare il nostro lavoro con quello sguardo lucido che ci permette di essere centrati con la nostra esistenza e con le nostre vere urgenze di pensiero.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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