Il grande imprenditore e collezionista Ovidio Jacorossi ha quasi ultimato il suo nuovo spazio polifunzionale: museo della collezione, galleria, spazio per eventi, piazza culturale, cucina e residenza per artisti. Ben 1000 mq nel cuore di Roma. La visita al cantiere e le parole del fondatore.

Mi sono dato un obiettivo ed è quello di diventare ultracentenario”, spiega non dandoti sensazione di scherzare Ovidio Jacorossi, 83 primavere che potrebbero essere in scioltezza dieci di meno. Pur se intenzionato a campare ancora a lungo, animato com’è da un afflato civile che fa un po’ taycoon nord americano (“noi imprenditori abbiamo avuto tanto e dunque dobbiamo restituire”), Jacorossi non si è di certo risparmiato nel corso del suo percorso.
La sua vicenda personale e imprenditoriale prende posto nell’alveo di un racconto paradigmatico del capitalismo familiare italiano: gli inizi umili di chi si sposta dalla montagna per arrivare in città, una bottega di carbonai, la morte prematura del padre, i figli giovanissimi (tra cui Ovidio, appena sedicenne) costretti a prendere in mano le redini della piccola azienda, poi il boom economico, le intuizioni, la crescita vertiginosa. Alla fine degli Anni Ottanta “la Jacorossi” era il decimo gruppo italiano per fatturato, il primo a Roma escluse le conglomerate statali. Un gigante da 5mila miliardi l’anno e migliaia di dipendenti sempre, spiega Ovidio con standing da imprenditore illuminato, “incentrato sulla persona”. Negli anni la Jacorossi diversifica: dal carbone si passa al petrolio, al carburante, all’energia, poi si transita alla logistica, alla manutenzione, al riscaldamento, alla gestione di immobili pubblici, all’impiantistica fino alla cultura: è questa la società che negli ultimissimi Anni Ottanta si inventa il concetto di global service per i musei. Successe al Palazzo delle Esposizioni: io investo 18 miliardi per riaprirlo in tempo per il Mondiali di Italia90, disse la Jacorossi, ma tu, amministrazione comunale, mi consenti di gestire i servizi dello spazio espositivo per 12 anni: caffè, cucina, libreria, cinema, spazi in affitto. Poi si replicò, forse perfino più in grande, col Palazzo Ducale di Genova. La celebre Legge Ronchey (1993\1995) venne scritta proprio tenendo conto di queste esperienze. Intanto la Jacorossi accumulava opere d’arte, sia come azienda sia nel patrimonio personale dei tre fratelli che la conducevano. Prima in maniera episodica e poi, dalla fine degli Anni Settanta in poi, in maniera più strutturata: de Chirico, Burri, Balla, Schifano e decine di altri.

Ovidio Jacorossi, photo R. De Antonis
Ovidio Jacorossi, photo R. De Antonis

UNA AZIENDA CHE GUARDA ALL’ARTE IN TEMPI PIONIERISTICI

A Roma a un certo punto costruimmo una sede aziendale di 7 piani all’Eur, piena di opere d’arte”, racconta il collezionista descrivendo una tendenza di mecenatismo d’impresa che oggi è ordinaria e allora pionieristica, tanto che “i quadri però me li fecero togliere. I responsabili del personale sostenevano che ostacolassero le trattative sindacali con i lavoratori. «Come facciamo a convincerli che non devono esagerare con le richieste se poi vedono l’azienda piena di opere costose?». Poi la sede-museo la facemmo lo stesso, però a Milano, anche lì erano 7 piani e ognuno era dedicato a un decennio: il piano terra con gli Anni Ottanta dove avevo messo tutti i 60 quadri degli Anacronisti che comprai in blocco alla Biennale del 1984, nel piano superiore gli Anni Settanta e su così”. Uno sviluppo della persona attraverso l’arte, ma anche uno sviluppo peculiare dell’azienda e una consapevolezza profonda su cosa significa fare impresa familiare.

IL DECLINO DELLA JACOROSSI

E poi, come in tutte le storie di grande imprenditoria italica che si rispettino, la crisi di identità, una seconda generazione non sempre in grado di interpretare al meglio il suo ruolo, un mercato che cambia, qualche errore finanziario e qualche diversità di vedute. E tutto svanisce nel breve volgere di pochi anni, con l’azienda che negli Anni Novanta finisce in pancia a una multinazionale francese. “Non so se i nostri figli hanno amato il gruppo davvero, non so se le nostre mogli l’hanno amato”, spiega Jacorossi con un velo di malinconia. “E a un certo punto abbiamo capito che non ci sarebbero state più le condizioni per andare avanti a quel livello”.

Musia, Roma
Musia, Roma

OVIDIO JACOROSSI DOPO LA JACOROSSI

La Jacorossi non c’è più da qualche anno, ma Ovidio Jacorossi c’è eccome: sempre imprenditore nell’imprinting ma ancor più collezionista nel midollo. Forte di una raccolta d’arte consistente, accumulata poi nel corso dei ruggenti Anni Ottanta, ai tempi dell’esplosione del gruppo industriale. Il primo quadro? “Risale al 1960, era un lavoro di Riccardo Francalancia, l’avevo conosciuto in un sindacato per artisti dove lavorava Giuseppe Gatt, critico d’arte e mio compagno di banco al liceo classico Sant’Apollinare: fu lui ad accendermi la scintilla”. E, pur non avendo più un grandissimo gruppo alle spalle, resta comunque intatta la sua passione per l’arte contemporanea che “è la cosa più democratica del mondo perché permette a tutti, anche a chi non può comprare un quadro, di mettersi in rapporto dialettico e interpretativo con quel quadro, sforzarsi per capire cosa ci vuole dire e dunque avvicinarci all’artista e al suo processo creativo”. Tenendo sempre a mente che questo processo creativo ha costantemente qualcosa a che spartire con Dio; “o chiamatelo big bang, Buddha o Allah”, tuona Ovidio nel dipingere una religiosità tutta particolare, meditata, profonda. Ma l’ambizione è ancora più vasta, chiamiamola civile ed etica oltre che morale. E anche politica: “Nessuno più va a votare, nessuno più si interessa, sono degli irresponsabili, non capiscono che la politica è qualcosa di straordinario. E con questa nuova iniziativa vogliamo sottolineare anche questo aspetto”. Certamente ci sarà bisogno eccome di una visione civica visto che la “nuova iniziativa” di cui parla Jacorossi  – e ci avviciniamo al vero motivo di questa intervista – è un centro d’arte privato da 1000 mq collocato nel cuore della più scalmanata area di vita notturna della città, uno spazio di cultura, design, cibo, moda, arte contemporanea, mostre, dibattiti che dovrà vivere pure la sera e dunque convivere con le prepotenze e i disordini che fanno di Roma un posto non sempre piacevole dove stare. “Deve diventare un cenacolo”, insiste Jacorossi, noncurante dell’accoglienza che un cenacolo potrà avere nel caos mal gestito di Campo de’ Fiori. Ma quando si ha “fede”, come dice lui (intendendo anche fede nella città, perché “io ho sempre comprato arte italiana, ma stando sempre attento a mantenere una sorta di campanilismo verso l’arte che si faceva a Roma”), tutto è affrontabile e lo sguardo supera certe difficoltà terrene, specie dopo che hai appena investito un milione e mezzo sulla nuova avventura.

IL NUOVO PROGETTO: MUSIA

Il nuovo progetto artistico del collezionista e imprenditore Ovidio Jacorossi a Roma si chiama Musia ed è quasi pronto a Via dei Chiavari, in spazi storici progettati forse da Baldassarre Peruzzi e riallestiti dopo articolate trattative con le soprintendenze dall’architetto Carlo Iacoponi, che già ha posto all’esterno, lungo la strada, dei portali minimal in metallo grigio traforato e che conta di completare il cantiere nell’autunno. Era proprio qui che tutto cominciò ed è qui che, nel 1922, il nonno Agostino Jacorossi – sceso dalle montagne di Leonessa – aprì la prima attività di famiglia: una rivendita di carbone. “La mia famiglia è partita qui e in qualche modo ci torna. Anche perché non escludo di coinvolgere i miei fratelli Angelo e Giancarlo nella novità”.
Non è una “classica” fondazione privata come alcune che sono nate a Roma e nasceranno nei prossimi mesi (non dimentichiamo che a breve dovrebbero aprire anche i grandi spazi espositivi di Claudio Cerasi e di Alda Fendi), è uno spazio polifunzionale con un ritmo maggiormente imprenditoriale: “Io non chiedo di andare in break even al primo anno, per carità, però se ci andiamo è meglio perché, anche quando vuoi fare il mecenate, se una attività perde soldi poi ti deprimi, perché percepisci che non funziona”. E così Musia sarà spazio per la sconfinata collezione Jacorossi (“2500 opere circa di cui 1500 istituzionali, mentre le altre possono andare sul mercato come abbiamo fatto già in passato”) gestito da un’associazione in cui sperabilmente confluiranno soci interessanti, esponenti di dinastie imprenditoriali e imprese familiari, ma sarà anche una galleria d’arte per mostre commerciali, fotografia e design, sarà una cucina (Ben Hirst, chef inglese conosciuto a Roma per il suo passato da Necci e al Margutta Vegetariano, è a capo della cucina), un caffè, un wine bar, due residenze d’artista. Il tutto su tre livelli fra cortili, scale elicoidali storiche e scale nuovissime firmate dall’architetto Iacoponi, chiostri, spazi interrati, tre aperture al piano terra che abbracciano mezza strada. “Vogliamo dimostrare che l’arte contemporanea ha un potenziale di creatività in grado di contaminare molte altre discipline e qui noi ne abbiamo individuate alcune”, illustra Jacorossi.
De Chirico, Burri, Tacchi, Angeli, Festa, Sartorio. E poi Clerici, Martini, Severini, Scipione, Perilli, Turcato, Dova, Lo Savio, Fioroni, Ceroli, De Dominicis, l’amico e coeatano Mario Schifano. Molti dei grandissimi nomi che costituiscono la collezione Jacorossi non ci sono più. Resta, con le sue ambizioni di quasi-immortalità, Ovidio Jacorossi che si appresta ad “accendere una piccola luce” in uno spazio che vuole essere “di quartiere ma con una visione internazionale e soprattutto europea” e che lancia una nuova sfida che sarà tutta da scoprire nei prossimi mesi in una Roma oggettivamente depressa, oggettivamente in declino ma proprio per questo attenta a spunti e possibili svolte. “Noi ce la mettiamo tutta; all’insegna dell’eccellenza”, dice lui saltando sul tapis roulant come fa ogni mattina. Col solito sguardo da eterno ragazzo del ’34.

Massimiliano Tonelli

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Massimiliano Tonelli
È laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Siena, dal 1999 al 2011 è stato direttore della piattaforma editoriale cartacea e web Exibart. Ha moderato e preso parte come relatore a numerosi convegni e seminari; ha tenuto docenze presso centri di formazione superiore tra i quali l’Istituto Europeo di Design, l'Università di Tor Vergata, l'Università Luiss, l’Università La Sapienza di Roma ed è professore a contratto allo IULM di Milano. Ha collaborato con numerose testate tra cui Radio24-Il Sole24 Ore, Time Out, Formiche. Suoi testi sono apparsi in diversi cataloghi d’arte contemporanea e saggi di urbanistica e territorio. È stato giurato in svariati concorsi di arte, architettura, design. Attualmente dirige i contenuti di Artribune e del Gambero Rosso.