Nasce L’Avventura, nuova casa di produzione per il cinema italiano (l’annuncio a Cannes)
A fondarla è Giacomo Abbruzzese, regista di "Disco Boy", che racconta in questa intervista gli obiettivi e i film in agenda per questo nuovo progetto, a partire dallo stato dell’arte del nostro cinema
In una Cannes orfana di film italiani, Giacomo Abbruzzese – regista di Disco Boy, Orso d’Argento per il Miglior Contributo Artistico alla Berlinale 2023 – lancia una sfida. Insieme al produttore Agostino Gambino, fondatore del cineclub e collettivo Interno 9, annuncia sulla Croisette L’Avventura, una nuova casa di produzione e hub creativo, pensata per accompagnare le voci emergenti del nostro cinema. Proprio a Cannes, L’Avventura ha svelato anche un’ambizione di sistema, avviando con un primo tavolo di confronto i lavori degli “Stati Generali” del cinema italiano, che proseguiranno nei prossimi mesi per fare rete tra creativi, produttori e distributori. L’obiettivo: dialogare, raccogliere proposte concrete per il settore e “non aspettare che le riforme calino dall’alto”.

Che cos’è L’Avventura
L’Avventura prenderà forma in un edificio nel cuore della Capitale. Sarà un luogo permeabile al pubblico e alle arti visive, ripensato per accogliere sale di proiezione, studi di post-produzione e, soprattutto, una residenza per artisti. Uno spazio per ospitare registi e sceneggiatori internazionali con progetti in fase di sviluppo, favorendo così una creazione collettiva.
I film della nuova casa di produzione
Primo titolo annunciato della nuova società è Morr, documentario diretto dallo stesso Abbruzzese sul drammatico viaggio di sopravvivenza di Morr Ndiaye, l’attore senegalese rivelazione di Disco Boy. Nell’intervista che segue, il regista anticipa anche il primo progetto prodotto da L’Avventura e non diretto da lui: Marina, opera prima di Giustina Amarine, scritta a quattro mani con la romanziera Paulina Spiechowicz. Un cortometraggio sul passaggio all’adolescenza affidato a “un cinema dei corpi alla Abdellatif Kechiche, ma con uno sguardo femminile”.

Intervista a Giacomo Abbruzzese
Cos’è L’Avventura, e perché questo nome?
Il nome è un omaggio al film di Michelangelo Antonioni ed è evocativo dello spirito che vogliamo tenere all’interno di questa società. L’idea è accompagnare la nuova generazione dei registi italiani: dall’inizio della loro carriera – con corti, documentari – fino ad arrivare pian piano al lungometraggio e inserirli così in un contesto internazionale.
Cosa ti ha portato ad Agostino Gambino e a Interno 9?
Tutto è nato proprio dall’incontro con Interno 9 e con Agostino Gambino. Non li conoscevo, semplicemente mi hanno invitato nel loro spazio per proiettare Disco Boy. Poi hanno proiettato anche tutti i miei corti. È nato un rapporto. Agostino ha un luogo molto bello, centrale a Roma; c’è già una screening room e ora vogliamo costruire uno studio di montaggio per video, suono, color, tutta una serie di facilities che ci possono permettere di abbattere dei costi importanti e così di poter accompagnare un certo tipo di progetti. Era da un po’ che avevo questo desiderio, aspettavo di trovare il partner giusto. Come feci per Disco Boy, alla fine ho scelto persone giovani.
Hai più volte detto che Disco Boy in Italia non si sarebbe potuto fare. L’Avventura è anche una risposta a un vuoto?
Ci sono tante società che fanno cose belle, però ho sentito attorno a me la necessità di una casa di produzione che fosse anche un luogo di incontro, per costruire in qualche modo una comunità. Accompagnare, nei limiti di quello che riusciremo a fare, nei numeri che riusciremo a fare, i progetti di questa generazione che si affaccia da poco al cinema. Noi ci proietteremo in due modi: da un lato, nei casi a budget ridotti, seguiremo la via dell’autoproduzione, in altri invece cercheremo di finanziarli attraverso gli sportelli tradizionali, cercando però sempre di inventarci delle cose nuove.
In merito a L’Avventura come luogo d’incontro, ci sarà anche uno spazio aperto e una residenza per artisti: cosa immagini possa diventare?
C’è uno spazio che si presta a una pluralità di cose. Sarà importante per la post-produzione, può essere uno spazio di preparazione per i set, molto bello, nel cuore di Roma, con una vista spettacolare, un posto molto gradevole dove stare. Ho mostrato il posto a Gaspar Noé, è impazzito. È raro avere un posto così a disposizione per fare arte con gente che è in una dinamica di creazione. Far vivere degli spazi così invece di chiuderli. Un posto così bello dà voglia agli artisti di venire a lavorare con noi. Lì c’è anche tutta l’attività di cineclub di Interno 9. Va costruito il pubblico di domani.
La residenza d’artista permette anche di ottimizzare i costi, immagino.
Certo, se hai il regista francese o polacco con cui stai facendo la postproduzione, e sei il coproduttore del film, tu sai che non stai spendendo niente per l’alloggio, e hai tutta una parte di costi abbattuta, a parte gli stipendi. Quindi è un apporto che subito ci dà forza contrattuale.
Dici che il pubblico va costruito: gli spettatori ci sono ma cercano più di una semplice sala?
Il modello del cinema va cambiato, a partire dall’idea di sala cinematografica. Oggi una persona non vuole prendere la macchina, entrare in un centro commerciale, vedere il film e tornare. Piuttosto si vede il film in casa. Invece, se la proposta è un buon luogo di incontro, dove c’è una pre-proiezione, un momento successivo, e c’è una comunità che vive in quel luogo, tutto cambia. E lo stiamo vedendo. È un altro tipo di esperienza.
Come pensate di selezionare gli autori e le autrici che entreranno in residenza?
Sicuramente faremo delle call, a progetto, per corti, film e altro. Non si potrà fare tutto, ma mi piace l’idea di essere una specie di sportello aperto: leggere il più possibile di quello che ci arriva, e magari scoprire la pepita che vale la pena accompagnare.
A Cannes avete organizzato un talk con alcune importanti voci del settore, anche per riflettere sull’assenza di italiani in concorso al Festival. Vi state proponendo come mediatori di un dibattito sul cinema italiano, oltre che come casa di produzione?
La società è nata appena un mese e mezzo fa e subito abbiamo pensato di andare a Cannes. Poi, abbiamo visto che non c’era un film italiano e dunque è nata l’idea della tavola rotonda sul cinema italiano. Ho sentito dire che c’erano comunque le coproduzioni minoritarie, che è vero, e sono fondamentali, ma resta clamorosa l’assenza di italiani in concorso o di una produzione italiana maggioritaria. Bisogna cambiare molte cose, e per farlo bisogna tornare a dialogare, creare proposte. Perché altrimenti non ci si rialza e si fa fatica a colmare un gap sempre più importante tra noi e gli altri paesi. Cercheremo di replicare questo tipo di incontri alla Mostra di Venezia e dovremmo fare qualcosa anche prima dell’estate a Roma, per raccogliere e mettere insieme delle proposte concrete.
Qual è il prossimo passo, quindi?
Vorremmo avviare un processo di Stati Generali del cinema italiano, in modo da mettere insieme produttori, distributori, registi, attori e raccogliere una serie di proposte da consegnare a chi legifera. Non possiamo più aspettare che un’eventuale riforma caschi dall’alto. C’è una necessità di riforma, ma anche di gestire meglio i fondi pubblici e incentivare al massimo gli apporti privati. E qui la legislazione italiana è molto indietro. In Francia, per esempio, è più semplice trovare i mecenati. C’è un sistema di sgravi che li incentiva a investire nel cinema e nell’arte in generale. In Italia non è così. Non vogliamo essere spettatori passivi, ma fare sistema e creare questi tavoli di discussione per partorire delle proposte e avere un dialogo.
Conosci il sistema francese da dentro. Cosa c’è lì che da noi manca?
Ci sono più partner, anche privati, come le televisioni o le piattaforme, che sono interessati al cinema d’autore, alle opere prime, anche perché si è legiferato in maniera diversa. Persino il cortometraggio ha un mercato in Francia. Il sistema dei diritti d’autore è gestito molto meglio e in maniera più chiara: se un corto passa su Canal+ o France Télévisions, magari in prime time – sì, può succedere – parliamo di cifre intorno ai dieci-quindicimila euro all’autore. È ovvio che cambia tutto. Vuol dire che già con i corti puoi vivere di quello che fai. E poi sul lungo ci sono più interlocutori, quindi c’è tutto un sistema industriale che è più attento. Questo è stato ottenuto con delle leggi specifiche.
Dunque, in Francia c’è un’industria che funziona come tale.
Il sistema cinema in Francia si autofinanzia, perché persino i film americani devono restituire una parte importante dell’incasso al cinema francese. Sono i film stessi che permettono di finanziare poi i film più piccoli. Per questo anche noi dobbiamo parlare con chi legifera e da qui nasce l’idea degli Stati Generali. Lo stesso Tax Credit, in Italia, è stato probabilmente gestito con un automatismo eccessivo, senza una vera selezione artistica e con criteri troppo ampi. Ora si pensa di restringere l’accesso, ma solo attraverso parametri industriali. Il rischio è quello di favorire esclusivamente le strutture più forti e i grandi gruppi internazionali, invece di sostenere anche un cinema realmente indipendente. Non vuol dire fare solo il cinema d’autore, assolutamente. Esiste anche un altro cinema, ed è anche quello importante, ma le due cose devono coesistere.
Come L’Avventura, vi siete dati un obiettivo numerico su quanti film all’anno vorreste riuscire a produrre?
No, perché non vogliamo avere una logica puramente capitalista, della serie “più produci e più la cosa è sana, va bene”. Secondo me non è così. Selezionare è importante, perché io credo – lo dico apertamente – che si facciano troppi film. Se ne devono fare di meno, prodotti meglio, affinché possano esistere veramente. L’aumentare del numero di film può essere una cosa bella, perché aumentano gli sguardi e le voci, ma se questi sguardi e queste voci non esistono perché alla fine restano in un cassetto, o semplicemente sono prodotti male, a che serve?
Un progetto annunciato è tuo: Morr, un documentario su Morr Ndiaye, il co-protagonista di Disco Boy.
Sì, ma ci tengo a dire che L’Avventura nasce prima di tutto per produrre film di altri. Poi può essere interessante accompagnare con questa società anche alcuni miei progetti. In questo momento, il fatto che ci sia un mio progetto in coproduzione con Les Films Pelléas, che sono tra i migliori produttori europei, ci permette anche di dare visibilità alla società. Quindi ci aiuta a posizionarci subito.
Puoi anticipare il primo progetto non diretto da te e prodotto da L’Avventura?
Stiamo finalizzando la sceneggiatura di un corto, per cui partiremo con il finanziamento nelle prossime settimane. È un primo lavoro di una giovane autrice che si chiama Giustina Amarine. È scritto con Paulina Spiechowicz, che è la scrittrice di Mentre tutto brucia, un romanzo pubblicato da Nutrimenti che ha vinto il Clara Sereni Award e il Viareggio-Rèpaci Special Prize nel 2023, ed è già stato pubblicato anche in Germania, Polonia, tra poco in Francia. Tra gli esordi più belli degli ultimi anni.
Cosa ti ha colpito di questo lavoro a tal punto da sceglierlo come primo titolo dopo Morr?
Mi ha fatto pensare molto ad Abdellatif Kechiche: un cinema dei corpi, ma con uno sguardo femminile.
Hai in mente una linea editoriale o cercate di volta in volta qualcosa che vi colpisca?
L’unica linea è cercare opere non standard, originali, andare contro quella standardizzazione generale dei film, degli sguardi. Cercare i progetti più insoliti, più coraggiosi, e non quelli con un approccio sociologico. Vorrei che fosse veramente uno sguardo d’artista.
L’Avventura produrrà solo cinema o vista la natura polivalente dello spazio di cui parlavi arriverà anche altro?
Il focus è il cinema, ma non vogliamo limitarci in nessun modo, vogliamo aprirci alle arti visive. Ad esempio, ho realizzato questo progetto che si chiama Cinema Italiano Electronic Odyssey, un viaggio attraverso 60 anni di cinema italiano, da Ladri di biciclette fino a La chimera. È praticamente una specie di live image set realizzato con un software nuovo che si chiama Lido XR, sviluppato da una società francese. Proporremo questo live image set a una serie di realtà che vanno dagli auditorium con un impianto sonoro e visivo importante fino ai club. Proveremo a fare questo tipo di esperienza già quest’estate.
Quindi il cinema al centro, ma con tutto quello che gli può gravitare attorno, in una contaminazione reciproca.
Sì, perché la nuova idea di cinema, che ho visto in giro in Europa, è un cinema allargato, espanso, per poter continuare a esistere e non diventare soltanto un’esperienza di un’altra generazione.
Dove vorresti che fosse L’Avventura tra cinque anni?
Sì, i primi obiettivi sono i grandi festival internazionali e poter esistere in sala. È quello l’orizzonte. Dopodiché, le cose si costruiscono un passo alla volta. Cerchiamo di trovare quelle che saranno le future voci più interessanti del cinema italiano e portarle il più lontano possibile. C’è l’ambizione di fare il meglio possibile, ma di farlo con un respiro internazionale, e mai da soli.
Alessandro Cavaggioni
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