Continuano le riflessioni a caldo sulla Biennale veneziana di Christine Macel. Stavolta Giorgio Verzotti ne mette in luce il carattere omologato e poco coraggioso, ben distante da quanto promette la Documenta di Kassel.

Non credo che questa edizione della Biennale di Venezia, Viva Arte Viva, passerà alla storia, dato che si presenta fin dall’inizio come una rassegna omologata, in tutto uguale a tante altre aperte in giro per il mondo (ce ne sono più di cento di Biennali, vero?). Questa Christine Macel, responsabile anche di un Padiglione Francia qualche Biennale fa, deve evidentemente fare carriera e ha pensato bene di presentarsi sulla scena mondiale con quelle che secondo lei sono le carte in regola. Abbiamo visto alla Triennale di Milano la mostra di Gioni, la prima tappa di Documenta ad Atene e poi vedremo Kassel, la rassegna veneziana vale come una versione più modaiola e meno coraggiosa dell’attuale trend internazionale, col problema, valido anche per tutte le altre occasioni, che fra sei mesi buona parte degli artisti presentati ce li saremo dimenticati. Le motivazioni di Macel sono abbastanza fumose e valide sotto tutte le latitudini. Come spesso succede nelle grandi rassegne (ma non a Kassel), non saranno i saggi in catalogo a fare testo, a dare indicazioni per capire dove sta andando l’arte mondiale, anche perché tenerle dietro è affare sempre più complicato e bisognerebbe studiare…

57. Biennale di Venezia, Arsenale, Ernesto Neto, ph. Andrea Ferro
57. Biennale di Venezia, Arsenale, Ernesto Neto, ph. Andrea Ferro

I PRO E I CONTRO

Cose positive ovviamente ce ne sono, non è una brutta Biennale questa. Interessante creare zone tematiche, quella sull’otium-negotium si apre con una installazione-worshop di Olafur Eliasson, dove in tempo reale un gruppo di rifugiati realizza collettivamente lampade che si possono acquistare, progettate da un collaboratore dell’artista che non c’è più. Mi sembra un’idea bellissima. Bello anche il padiglione delle collaborazioni, e quello sul dionisiaco gestito dalle donne. Deludente, ed è dir poco, quello sul colore, con Guarneri spento quant’altri mai e due grandi deludentissimi teli di Griffa per non parlare dei puff colorati in fondo all’Arsenale che sembrano una presa in giro (anche se ci si è seduto Franceschini). Quanto ai nomi noti, bella la sala-omaggio a Raymond Hains, bellissime le stoffe ricamate di Maria Lai, bello anche ritrovare Gabriel Orozco in perfetta forma, e Leonor Antunes, ed Ernesto Neto, e Kiki Smith. Deludono invece Carla Black, che pochi anni fa sembrava la nuova star scozzese, Daria Halprin, che poteva stare a casa a fare le sue danze apotropaiche, Parreno che proprio non se ne può più.

57. Esposizione Internazionale d'Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, photo credit Andrea Ferro
57. Esposizione Internazionale d’Arte, Venezia 2017, Padiglione Italia, Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo, photo credit Andrea Ferro

LA VITTORIA DI CUOGHI

In generale, è sempre interessante vedere molti artisti poco conosciuti e provenienti da tutto il mondo globalizzato, ma, come dicevo prima, sappiamo già che Kassel promette più ardimento e più informazione.
E poi quest’anno non c’è storia, la Biennale di Venezia 2017 è il Padiglione tedesco e soprattutto Roberto Cuoghi, che con la sua Imitazione di Cristo se li mangia tutti, anche se una pavida giuria internazionale non l’ha gratificato neanche di una menzione.

Giorgio Verzotti

Evento correlato
Nome evento57. Biennale - Viva Arte Viva
Vernissage13/05/2017 ore 10
Duratadal 13/05/2017 al 26/11/2017
CuratoreChristine Macel
Generearte contemporanea
Spazio espositivoPADIGLIONE CENTRALE
IndirizzoFondamenta dell'Arsenale - Venezia - Veneto
CONDIVIDI
Artribune è una piattaforma di contenuti e servizi dedicata all’arte e alla cultura contemporanea, nata nel 2011 grazie all’esperienza decennale nel campo dell’editoria, del giornalismo e delle nuove tecnologie.
  • torino revenge

    Beh mi viene da ridere. Giorgio Verzotti , per anni e anni a Rivoli a fare il cortigiano per Celant e l’Arte Povera e al massimo per due gallerie di Milano (se si trattava di fare “i giovani”), si presenta ora con una bella faccia tosta e dice che la Macel è stata poco coraggiosa.
    Ma senti chi parla.
    Ed ecco pure i tic del critico provinciale tipico della sua generazione : guardate Gioni, guardate Kassel , guardate Cuoghi (De Carlo) ,quelli sì che sono bravi. In realtà Kassel è come la Biennale e tutte le chiacchere che ci girano attorno sono fumo per i gonzi : dietro tanti buoni propositi anche lì caterve di artisti poi dimenticati dopo sei mesi. Inoltre si sorvola sul livello qualitativo molto basso della prima tappa di Kassel ad Atene, tra l’altro mal sopportata dagli ateniesi ; vedere per credere, le immagini sono facilmente rintracciabili anche qui su Artribune : siamo a livelli di Manifesta o giù di là . pernon parlare delle selezioni per Kassel vera e propria : amici degli amici e altro.
    La mostra di Gioni rientrerebbe in un trend dell’impegno: Gioni è bravissimo a confezionare qualsiasi mostra per qualsiasi tema ma non ce l’ha fatta Enwezor che ci credeva figuratevi se Gioni. per quanto bravo, può andare oltre il tema di comodo.
    Osservate il livello della scrittura di Verzotti : una serie di affermazioni senza se e senza ma sprovviste di qualsiasi argomentazione , abituato com’è a rispettare i piccoli poteri forti del mondo dell’arte e a dare tutto per implicito. Quando di implicito non c’è più niente. Si è stufato di Parreno? ma non è un pò troppo tardi? ci dica cosa pensa della teorizzazione del grande critico francese Bourriaud , allora. Lo avete stracitato tutti per anni e solo ora vi rendete conto che ha sponsorizzato dei pessimi artisti? ma si trattava di tirare la volata per Cattelane quindi qualsiasi alleato andava bene. Ma dai.

    • Amico di Luca Rossi

      Viviamo nella società dell’imbroglio e dell’intrallazzo. Il mondo dell’arte di oggi è la massima espressione!

  • Il clan Cattelan, nel bene e nel male, oggi è il gruppo di maggiore potere in Italia. Per clan Cattelan intendo: Gioni, Alemani, De Carlo, Zero. Gioni e Alemani pescano sempre da De Carlo e da Zero, ma questo dura dal 2006, quando alla Biennale di Berlino curata da Catty Catty e Gioni vennero invitati Perrone e Cuoghi.

    Se guardiamo al percorso di Cuoghi degli ultimi anni questo momento di lucidità (seppur cimiteriale senza motivo) sembra del tutto casuale. In fondo ci si è limitati ad applicare ai bambocci di Cattelan lo stile “stato di decomposizione” di Cuoghi. Ecco l’effetto luna park per adulti o meglio “luna park per vecchi”. Perché questo padiglione piace tanto ai “vecchi” di un paese per vecchi e ai giovani già costretti a essere vecchi in un paese per vecchi.

    .

    Ma la scena internazionale non va certo meglio, il linguaggio dell’arte contemporanea è in coma profondo da diversi anni. Basta vedere l’inutilità pretenziosa Documenta ad Atene, la mostra di Hirst o la rassegna curatoriale sulla Rai di Vezzoli.

    .

    Si tratta di un sistema speculativo che vive sulla FIDUCIA, come quello delle banche, cosa accadrebbe se tutti andassero in banca a ritirare i propri soldi? In fondo se mi piace il lavoro si Eliasson mi faccio una mega foto e mi appendo un poster in casa, che senso ha il concetto di opere come prodotto se non come titolo di investimento o ikea evoluta per arredare case di pregio?

    . https://uploads.disquscdn.com/images/635a391895ac135ca47ad7db234db20c421bf0cfb72f696d1896139374c26d74.jpg

  • Il padiglione italiano è stato sufficiente, meglio di altre volte ma non così significativo, come tanti articoli cercano di far credere, ne ho visti di molto più interessanti ad esempio uscendo dai giardini sicuramente Cuba, Lussemburgo, Irlanda, Diaspora etc…