Nasce a Venezia la Kunsthaus Paradiso: l’arte italiana ha una casa, malgrado la Biennale

Venezia diventa un corpo vivo e mette in scena gli artisti emergenti e midcareer, i collettivi e gli spazi indipendenti che rendono viva la Laguna tutto l’anno. Inaugurando durante la Biennale Arte. Intervista alla curatrice Caroline Corbetta

Durante l’apertura della Biennale di Venezia e nelle settimane successive apre il progetto Kunsthaus Paradiso in Palazzo Molin Querini. Un progetto dedicato all’arte italiana con 50 artisti. Con una visione che parte da lontano. In principio infatti era solo il Crepaccio, progetto realizzato dalla curatrice Caroline Corbetta per quattro anni (dal 2012 al 2016) nella vetrina su strada di Via Lazzaro Palazzi 19 a Milano tra quelle del ristorante il Carpaccio, nel quartiere multietnico di Porta Venezia. Evolutosi poi, con la chiusura del locale e con premesse analoghe – in primis il sostegno all’arte emergente contemporanea -, nel Crepaccio Instagram Show, utilizzando la piattaforma social per continuare nella missione, il progetto è poi sbarcato a Venezia con il Padiglione Crepaccio nel 2013, in collaborazione con la piattaforma Yoox e in occasione della Biennale Arte, allora curata da Massimiliano Gioni. Da una costola di quell’esperienza nasce la Kunsthaus Paradiso, che da 4 al 31 maggio, in collaborazione con Venice International Foundation abiterà Palazzo Molin Querini.

La Kunsthaus Paradiso

Lo scenario sarà molto diverso, in una Biennale senza artisti italiani e attraversata da una geopolitica impietosa, una città, Venezia, ricca di un tessuto importante di fondazioni che promuovono l’arte contemporanea, ma con una scarsa attenzione rispetto alla notevole trama di studi di artisti e spazi indipendenti che ravvivano la Laguna. Sono queste le premesse da cui nasce questo progetto che mette al centro la Laguna come corpo vivo e che coinvolgerà artisti italiani o stranieri che hanno scelto però di vivere e lavorare a Venezia quali Thomas Braida, Fabio De Meo, Caterina Rossato, Ornella Cardillo e Alessandro Miotti, in continuità con il Padiglione Crepaccio, o Nina Ceranic e Melania Fusco, Mauro Campagnaro, Marta Spagnoli e Barbara De Vivi, Spazio Punch, Giorgio Andreotta Calò, Mattia Sinigaglia, il collettivo multidisciplinare Scafandra e molti altri, a registrare il termometro di una scena viva e brillante. Ne abbiamo parlato con Caroline Corbetta in questa intervista.

Ritratto di Caroline Corbetta
Ritratto di Caroline Corbetta

Intervista a Caroline Corbetta

Kunsthaus Paradiso – Abitare Venezia viene presentato nel 2026 in Laguna, ma in realtà ha una genesi molto più complessa…
Nasce infatti nel 2013, in realtà perché le radici della Kunsthaus Paradiso affondano nel Padiglione Crepaccio, esperienza da me ideata e curata ormai 13 anni fa. Era una casa di artisti veneziani, una casa studio aperta al pubblico nei tre giorni della vernice della Biennale Arte. L’idea era proprio quella di aprire uno spaccato di vita vera degli artisti che vivono a Venezia e offrirla al pubblico internazionale. Siccome era proposto in stile Crepaccio, mi ero posta il tema: se andiamo a Venezia cosa facciamo? Che senso ha andare a Venezia? Sono sempre stata una osservatrice della scena artistica lagunare, così vivace con i poli dello IUAV e dell’Accademia di Belle Arti. Eppure, mi sono accorta che quando si apre la Biennale gli artisti che operano in Laguna non riescono ad approfittare della visibilità.

Cosa accade invece?
engono come schiacciati da un’astronave che atterra sulla città e nasconde tutto questo incredibile fermento. La Biennale è diventata un luogo dove vengono ogni due anni presentate maxi-mostre di artisti già molto riconosciuti o addirittura che non ci sono più.

Quindi c’è una questione generazionale anche nell’arte.
Diciamo che oggi nel 2026 la cosa è evidentissima, ma all’epoca, nel 2013, il tema già si percepiva. Mi sono detta; facciamo questo progetto anche un po’ all’arrembaggio. La verità è che poi divenne una cosa più strutturata, con una collaborazione con Federico Marchetti, allora CEO di Yoox, e la mostra invece di durare 3 giorni è durata per tutto il tempo della Biennale sulla sua piattaforma.  Qualcuno ha storto il naso perché gli artisti vendevano su Yoox, ma fino alla fine degli Anni Sessanta alla Biennale c’era l’ufficio vendite all’interno dei Giardini.

Non mi pare poi che la Biennale non sia un luogo dove il mercato scompare, no?
Certo. Il progetto andò benissimo; ricordo Renzo Rosso da una parte e Alessandro Mendini dall’altra che sfiorava dei collage. Artforum lo mise tra le cose da vedere assolutamente. Gli artisti invitati erano solo 10, ma l’atmosfera era conviviale: eravamo aperti 12 ore al giorno e l’idea era di essere ospiti di una casa, non di andare a un opening. Mi colpì tantissimo il senso di comunità fortissimo che si crea a Venezia. C’erano tantissimi artisti che stettero lì per 3 giorni incitandomi a tornare nel 2015, ma poi è nata mia figlia Ada e ho avuto altre priorità. Nel 2017 feci una mostra a Palazzo Bernardo con Thomas Braida, poi la vita va avanti, finché arriviamo alla Biennale 2024.

È cambiata Venezia in questi anni?
Moltissimo dal 2013. Ci sono le grandi fondazioni – oltre a Pinault e Prada ci sono Berggruen, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fiorucci. Tutte queste realtà internazionali spesso non dialogano con la realtà locale; sono come il sistema di autostrade di Los Angeles, nastri su piani diversi che convivono, ma non si incrociano. Eppure, c’è una densità culturale contemporanea notevole, con più di 30 spazi indipendenti e una produzione che riguarda musica, letteratura e architettura.

In effetti c’è una mappatura di studi d’artista e luoghi indipendenti notevole.
Veramente notevole e c’è un senso dello stare insieme fortissimo. Sotto la definizione di “spazio indipendente” c’è veramente di tutto: artisti che dividono lo studio, curatori autogestiti, giovanissimi con frequentazioni multidisciplinari. Quando ne incontri uno ti parla di musica, cinema e c’è questa vitalità di vasi comunicanti. Venezia è sempre stata una micro-metropoli cosmopolita dove convivono persone che l’hanno scelta. Malgrado l’overtourism che schiaccia tutto e non è minimamente interessato a questa scena emozionante.

Che hai fatto dunque?
Ho dialogato con la Presidente di Venice International Foundation, l’imprenditrice Katia da Ros, che mi ha proposto di sviluppare insieme il progetto a partire dall’idea del Padiglione Crepaccio; quello di oggi è per me un progetto “più adulto”, sia perché sono cresciuta io ma anche perché è cambiata la città. Trovo molto interessante, inoltre, che una Fondazione che tutela il patrimonio UNESCO abbia capito che bisogna uscire dalla “cartolina”. Se sostieni la cultura contemporanea riattivi un circolo virtuoso tra contemporaneo e antico.

Si può dire anche che con le premesse della Biennale 2026 sia diventato di politica culturale.
In qualche modo sì. La Venice International Foundation si dedica alla tutela del patrimonio, ma nella sua mission ha anche la valorizzazione del contemporaneo. Ci siamo incontrati nelle intenzioni. Il primo passaggio è stato trovare il luogo: siamo arrivati a Palazzo Molin Querini a Cannaregio, di fronte a San Stae. È un palazzo che non è mai stato usato per eventi perché è una casa abitata. I due saloni principali erano praticamente sgombri; entri e senti che c’è l’anima. Deve diventare una “casa nella casa” per la scena veneziana, una mostra aperta per un mese che condensa quello che succede in città.

Perché Kunsthaus Paradiso?
Kunsthaus perché richiama lo spazio istituzionale, anche se sui generis e conviviale. Kunsthaus era perfetto perché contiene la parola “casa” e poi è arrivata la parola Paradiso. Avevo davanti il libro di Massimiliano Gioni, Caffè Paradiso, luogo storico di incontri conviviali dove si innescava progettualità. Paradiso è anche una condizione aspirazionale, un luogo immaginario come lo è Venezia. Il sottotitolo Abitare Venezia sottolinea che siamo in una casa abitata e che i protagonisti producono cultura qui. La città sta perdendo residenti; dal 2013 molti artisti si sono spostati a Mestre e non per scelta. Abitare Venezia è quindi un gesto politico per parlare della fragilità della città. Non è un progetto “su” Venezia, ma Venezia “è” il progetto; non occupa la città, la abita.

Cosa accadrà?
Ci sarà una mostra con circa cinquanta artisti, deve essere rappresentativa della diversità. Ad esempio, ci sarà un collettivo di scrittrici che fanno sculture stupende e parteciperano anche con dei reading di poesie. Nelle tre settimane successive all’apertura faremo dei “get togethers”: incontri conviviali, performance, workshop. L’idea è creare connessioni con le grandi istituzioni, magari proponendo delle mentorship ironiche ma serie. Io vivrò nel palazzo per un mese accanto alle opere. Metteremo un cartello sulla porta con scritto “The curator is present”, citando Marina Abramović, e quando non ci sarò “The curator is not present”. Era necessario per ribadire l’idea di casa; se scrivi di convivialità ma poi non la pratichi non ha senso.

Come funzionerà l’accesso al progetto?
La casa resterà aperta 12 ore al giorno e io sarò lì come una sorta di padrona di casa. Coinvolgeremo anche scuole di curatela per cambiare la mostra in corso d’opera; è un progetto sperimentale. Di solito inauguri e poi ti occupi solo della manutenzione, qui invece è un corpo vivo. È un organismo vivente. Molti artisti sanno cos’era il Padiglione Crepaccio e sento la responsabilità di riprendere quel discorso con una Fondazione che capisce che la progettualità per la città passa attraverso chi produce cultura.

Si è discusso molto in questi mesi dell’assenza degli artisti italiani alla Biennale. Venezia è una porzione importante, proprio per quella componente metropolitana che invocavi prima.
L’invisibilità della scena veneziana è un tema nazionale – la marginalità di Venezia è la stessa della scena italiana. Non siamo a Cannes, non siamo a Manifesta; sono sempre i singoli che fanno la valigia. Credo che questo progetto possa offrire una proposta di sostegno alla cultura contemporanea. Trovo assurdo che si accendano i riflettori sulla città e chi è lì 365 giorni l’anno rimanga nel cono d’ombra.

È un po’ un atto di provincialismo.
Bisogna farlo adesso perché c’è un tema di urgenza. Facciamo sistema, facciamo squadra.

Santa Nastro

Venezia // dal 4 al 31 maggio 2026, dalle 10 alle 22
KUNSTHAUS PARADISO – abitare Venezia
PALAZZO MOLIN QUERINI (Calle del Traghetto, 2179)
Accesso su registrazione: https://www.eventbrite.it/e/kunsthaus-paradiso-tickets-1987046750320?aff=oddtdtcreator
Instagram: @kunsthausparadiso

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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