Secondo Brian Eno tutto è politica. E a Parma apre la sua prima mostra in Italia che parla anche della Palestina

Il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2023, torna in Italia abitando spazi rimasti a lungo inaccessibili e attraversando un’arte concepita come pratica sociale, prima ancora che estetica

È bello avere un esempio concreto per immaginare un mondo diverso, un mondo in cui situazioni come questa siano più comuni, invece di continuare a spendere ogni anno 25 trilioni di dollari in armamenti”. Apre con queste parole la sua prima mostra retrospettiva in Italia l’artista britannico di fama internazionale Brian Eno (Woodbridge, 1948), mentre il Giardino del Complesso Monumentale di San Paolo a Parma lo accoglie in un’atmosfera primaverile sospesa, silenziosa, quasi meditativa. Qui, infatti, dal primo maggio al 2 agosto 2026, tra il giardino di cui sopra e l’Ospedale Vecchio (riaperto al pubblico dopo 15 anni e un prezioso progetto di ristrutturazione) vengono presentati due progetti complementari, rispettivamente SEED e My Light Years. E la curatela è di Alessandro Albertini, che dopo anni a fianco a Eno lo invita nella sua città, tra dimensione ambientale, ricerca visiva e riflessione politica.

Il progetto segna un nuovo capitolo nel rapporto tra Eno e il nostro Paese, già protagonista di interventi significativi: dall’installazione audio site-specific al Castello del Buonconsiglio di Trento nel 2022, all’intervento video a Palazzo Te a Mantova nel 2016, fino alla collaborazione con Mimmo Paladino per l’Ara Pacis nel 2008, dopo l’opera sempre a due (tra le altre) I Dormienti a Poggibonsi, che risale addirittura alla fine degli Anni Novanta. Così, il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2023, torna in Italia abitando spazi rimasti a lungo inaccessibili e attraversando un’arte concepita come pratica sociale, prima ancora che estetica.

La prima mostra in Italia di Brian Eno a Parma: il giardino come utopia politica

È nei Giardini di San Paolo che con SEED, un’installazione sonora site-specific, concepita insieme alla scrittrice turca Ece Temelkuran, Eno trasforma un’area di 8.000 metri quadrati in un paesaggio acustico generativo, in costante mutazione. Non esiste un punto di ascolto privilegiato: è il pubblico, muovendosi, a comporre la propria esperienza. Ma SEED è anche un’opera dichiaratamente politica. Eno, infatti, insiste sulla necessità di rendere la pace desiderabile, concreta, quasi tangibile: “se proviamo a tradurre in parole che cosa possa essere la pace… non sarebbe bello vivere così?”. Una domanda retorica che ribalta la narrazione dominante e chiama in causa il potere dell’immaginazione. E Temelkuran porta nel progetto una riflessione ancora più esplicita sulla contemporaneità: “La Palestina è forse l’esempio più evidente di quanto le persone possano essere crudeli… ma ancora più inquietante è l’idea che si debba andare avanti rapidamente”. In opposizione a questa accelerazione, il giardino sonoro diventa uno spazio di resistenza: “un’installazione che invita a fermarsi e a pensare”. Qui, anche i suoni, come i versi di uccelli che non parlano, invitano a fermarsi e pensare, “per arrestare la bruttezza attraverso l’urgenza di creare bellezza”, come sottolinea la scrittrice. Tanto che nella sua seconda fase, l’esperienza sonora dei visitatori verrà registrata e impressa su un vinile unico, destinato alla Casa del Suono: una traccia irripetibile che documenta non tanto un’opera, quanto una comunità temporanea.

La prima mostra in Italia di Brian Eno a Parma: l’Ospedale Vecchio e la luce come materia

E se SEED lavora sull’invisibile, My Light Years, ospitata nella monumentale Crociera dell’Ospedale Vecchio, presenta la luce come medium artistico. È qui che prende forma la prima grande mostra europea dedicata a Eno, una retrospettiva che attraversa oltre quarant’anni di ricerca. L’edificio stesso, finalmente riaperto dopo un lungo restauro, diventa parte integrante dell’esperienza. “È un edificio immenso ed è stata una vera e propria sfida capire come distribuire le opere”, racconta l’artista, anticipando un percorso che “richiederà al pubblico lunghe camminate”. Tra le opere storiche ci sono i lavori video degli Anni Ottanta – come Mistaken Memories of Mediaeval Manhattan e Thursday Afternoon – accanto a installazioni più recenti come 77 Million Paintings, paradigma della sua arte generativa, e Face to Face, presentata per la prima volta in Italia in un nuovo formato su larga scala. Qui, volti umani si trasformano l’uno nell’altro in un continuum potenzialmente infinito, mettendo in crisi l’idea stessa di identità. Accanto a questi, nuove Light Boxes realizzate per Parma e il ritorno di Crystals, assente dal nostro Paese dal 1984, costruiscono un dialogo tra passato e presente. Il tutto accompagnato da una colonna sonora composta appositamente, a ribadire l’indissolubile intreccio tra suono e immagine nella pratica di Eno.

La prima mostra in Italia di Brian Eno a Parma e l’importanza di “sprecare” il tempo

A tenere insieme le due polarità del progetto è la visione curatoriale di Alessandro Albertini, che sottolinea come SEED e My Light Years “guidino alla riscoperta di due luoghi magici” in cui “vive e rivive l’opera di uno straordinario artista e pulsa la passione di una vivace comunità”. Eno stesso torna su questo aspetto: “Penso che dovreste essere molto felici di vivere a Parma…”. Un elogio che si allarga all’Italia e alla sua socialità, alla capacità di dedicare tempo alle relazioni e alle esperienze condivise e “sprecarlo” nel senso più alto del termine. Un controcanto alla sua Londra, descritta come “il grande centro commerciale del mondo”.

Caterina Angelucci

Parma \\ SEED e My Light Years
Dal primo maggio al 2 agosto 2026
Strada Massimo D’Azeglio, 45

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Caterina Angelucci

Caterina Angelucci

Caterina Angelucci (Urbino, 1995) vive e lavora a Milano. È laureata in Lettere Moderne con specializzazione magistrale in Archeologia e Storia dell’arte. Oltre a svolgere attività di curatela indipendente in Italia e all'estero, dal 2018 lavora come giornalista per testate…

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