Il design non vuole più farsi chiamare “collectible?” In Toscana la mostra che mette in discussione l’etichetta 

L’artista Costantino Gucci ci racconta Don’t Call Me Collectible!, l’edizione 2026 del progetto che, a cura di Cosimo Bonciani, porta il design negli spazi aperti di Villa Marie, con opere di oltre venti artisti, designer e studi che nascono in rapporto al territorio toscano

Vestigia è una piattaforma culturale indipendente dedicata al design contemporaneo, ospitata a Villa Marie, immersa nel verde di Vorno, vicino Lucca. L’edizione 2026, Don’t Call Me Collectible!, curata da Cosimo Bonciani, riunisce oltre venti partecipanti in un percorso all’aperto che mette le opere in relazione con il luogo e con il sapere artigianale toscano. Il programma comprende anche degli incontri durante i quali il pubblico potrà vivere le opere e dialogare con gli autori. L’ultima serata di questa edizione si terrà il 26 settembre. Tra gli artisti c’è Costantino Gucci (Firenze, 1992), con cui abbiamo parlato del progetto e di Altera, il monolite specchiante cheemerge dal lago e riflette ciò che lo circonda.

Costantino Gucci
Costantino Gucci

Intervista all’artista Costantino Gucci che racconta Vestigia 2026

L’idea era mettere in relazione il design con l’arte e l’artigianato? Sì, mantenendo un legame stretto con il territorio e portando le opere fuori dai contesti espositivi più convenzionali. Vestigia nasce lo scorso anno dallavisione di Jonathan Bocca e dall’incontro con Villa Marie. La prima edizione, Design in a Real World, partiva dall’idea di osservare il design come risultato delle persone che lo realizzano, dei materiali e delle competenzelegate ai luoghi. Da lì Vestigia ha iniziato a creare incontri tra pratiche contemporanee e patrimonio vivente, attraverso un rapporto diretto con l’ambiente.

E Don’t Call Me Collectible!?
È una riflessione sul modo in cui oggi vengono letti molti oggetti di design contemporaneo. La rarità e la produzione limitata contribuiscono alla loro unicità, così come la difficoltà di riprodurli, spesso legata alla complessitàdei processi e del lavoro artigianale. Il rischio è che questi aspetti, insieme al prezzo e alla destinazione collezionistica, diventino il criterio principale con cui vengono interpretati, prima ancora del percorso che li ha generati.

Il titolo è volutamente provocatorio?
Invita a guardare oltre l’etichetta, lasciando aperto il rapporto con il mercato e il collezionismo. Ogni opera è il risultato visibile di un percorso più lungo, attraversato dalla sperimentazione e dai dubbi, nel confronto con la materia e con chi la lavora. Da qui nasce l’idea di research design, in cui il valore culturale si misura anche nelle domande che pone e nel percorso che rende visibile.

Come avete messo in dialogo la visione curatoriale con le caratteristiche dello spazio?Bonciani ha definito il nucleo teorico della mostra. Insieme a lui e a Jonathan abbiamo poi lavorato alla selezione dei partecipanti, alle relazioni tra le opere e alla loro collocazione negli spazi della villa. Io ho seguito parte del coordinamento e del confronto con gli artisti e i designer coinvolti.

Come ha gestito le opere?
Ogni lavoro mantiene la propria autonomia ed entra in relazione con gli altri attraverso il processo, la scala e il rapporto con il luogo. Ne nasce un ecosistema temporaneo di linguaggi molto diversi, uniti da un’attitudine alla ricerca senza cercare un’uniformità estetica.

Ci racconta il suo lavoro?
Si chiama Altera ed è un monolite specchiante che emerge dal lago di Villa Marie. Nasce dalla mia ricerca sullo specchio come dispositivo capace di decentrare lo spettatore e restituire centralità al paesaggio. La superficieraccoglie l’acqua e la vegetazione, insieme al cielo e alla luce. Attraverso due piani inclinati, la scultura interrompe la continuità della prospettiva e orienta il riflesso verso l’ambiente circostante. Gli elementi del paesaggiodiventano i veri soggetti dell’opera, mentre l’osservatore resta secondario, in continuo movimento e mai immediatamente al centro. La scultura sembra quasi scomparire, dissolvendo i propri confini. Lo spazio si moltiplica e iriflessi dello specchio e dell’acqua si sovrappongono in una visione duplice che cambia continuamente.

Costantino Gucci, Altera. Photo Dario Borruto
Costantino Gucci, Altera. Photo Dario Borruto

Chi sono gli artisti coinvolti?
Tra gli altri ci sono Jonathan Bocca, Duccio Maria Gambi, Bunker Studio, ETEREO, Francesco Doria, Francesco Maria Messina, Millim Studio, Tommaso Pardini e Tommaso Spinzi. I lavori spaziano dalla sculturaall’illuminazione e dall’arredo alla sperimentazione materica.

Si tratta di opere site-specific?
Alcune sono state pensate appositamente per Villa Marie, come Silenti di Jonathan, quelli sviluppati da Francesco Maria Messina con Acquasanta Edizioni e quelli di Francesco Doria. Altre appartengono a percorsi già avviati e qui acquistano un significato nuovo grazie al contesto. I linguaggi sono differenti e trovano un punto d’incontro nell’attenzione al processo e nel rapporto con lo spazio.

Vede un limite nella definizione di “collectible design”?
La definizione ha avuto il merito di dare visibilità a molte pratiche indipendenti. Il limite emerge quando viene usata in modo automatico. Collectible design ci dice spesso come un oggetto viene distribuito sul mercato o entrain una collezione, ma ci racconta molto meno del perché esiste e del lavoro che lo ha prodotto. Si rischia così di riunire pratiche molto diverse sotto un’unica categoria estetica ed economica, spostando l’attenzione sulla rarità e sulla desiderabilità legata al valore di mercato. Un’opera può certamente entrare in una collezione, questo però non dovrebbe essere l’unico modo per comprenderla. Credo sia importante tornare al pensiero che precede la forma finale, guardando alle sperimentazioni e alle relazioni che l’hanno resa possibile.

La Toscana fa da cornice all’intero progetto: in che modo entra nel racconto?
Con le competenze e i materiali del territorio. Contano anche le economie locali, la memoria e le relazioni con artigiani e produttori. È un luogo in cui il sapere materiale è ancora vivo e circola dai laboratori e dalle aziende finoai progettisti. Lo vediamo nell’uso della Pietra Serena e della Breccia Medicea, nel recupero degli scarti dell’industria cartaria lucchese e nei riferimenti alla tradizione dell’arredo toscano. Anche gli artisti internazionali sonoinvitati a confrontarsi con questo sistema di conoscenze, andando oltre la semplice immagine della Toscana. Per questo diciamo che Vestigia «accade» attraverso la Toscana e il territorio diventa parte attiva del processo creativo.

Perché proprio a Villa Marie?
Jonathan aveva già un rapporto con i proprietari e da tempo lavorava alla realizzazione di alcune sculture site-specific per il loro giardino. È dentro questo dialogo che ha condiviso la sua visione di Vestigia e il progetto ha progressivamente preso forma insieme alla villa. L’architettura e il giardino, con il lago e i percorsi esterni, hanno contribuito fin dall’inizio all’identità della mostra, permettendo alle opere di confrontarsi con uno spazio vivo, lontano dalla neutralità di un ambiente espositivo tradizionale. All’aperto l’esperienza cambia continuamente. La luce e il vento incidono sui lavori, così come l’acqua e la vegetazione. Anche il movimento del visitatoremodifica il modo in cui si presentano durante la giornata e per l’intera durata della mostra. L’artista o il designer rinuncia così a una parte del controllo e lascia che il luogo diventi coautore del lavoro. Per questo ogni visita puòrestituire una percezione diversa.

Cosa vorrebbe arrivasse al pubblico?
Mi piacerebbe che il pubblico uscisse dalla mostra con uno sguardo più lento e curioso verso gli oggetti, riconoscendoli come tracce di un percorso che racconta materiali e persone, insieme ai luoghi da cui nascono. Vorrei chela visita restasse un incontro fisico, camminando tra le opere e osservando come cambiano con la luce e l’ambiente, lasciando aperta una domanda. Per il futuro immagino Vestigia più strutturata, sempre indipendente, radicatain Toscana e aperta al dialogo internazionale. Mi piacerebbe che generasse nuove produzioni e residenze, insieme a collaborazioni con artigiani e occasioni di confronto tra generazioni. L’obiettivo è costruire nel tempo relazioni e valore culturale, mantenendo la dimensione autentica e sperimentale da cui il progetto è nato.

Ginevra Barbetti

Vorno // Fino al 26 settembre 2026
Vestigia. Don’t Call Me Collectible!
Villa Marie, Via della Boccaccia, 50

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Ginevra Barbetti

Ginevra Barbetti

Nata a Firenze, si occupa di giornalismo e comunicazione, materie che insegna all’università. Collabora con diverse testate in ambito arte, design e cinema, per le quali realizza soprattutto interviste. Che “senza scrittura non sarebbe vita” lo ripete spesso, così come…

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