Nel design e nell’architettura sta cominciando una nuova età della pietra? Cosa abbiamo visto alla fiera Marmomac
Nella sessantesima edizione della fiera Marmomac, in corso a Verona, due progetti curatoriali raccontano come il più antico dei materiali possa diventare moderno parlando di riuso e di riciclo. Due strade che diversi designer italiani e stranieri hanno già imboccato, dando nuova vita a frammenti e scarti di lavorazione
Pietra e futuro non sono due parole che, di solito, vengono alla mente associate l’una all’altra. La prima indica il materiale più antico usato dall’uomo per costruire case e oggetti, e quello nel quale è stata scolpita gran parte dei nostri monumenti storici, dalle colonne di epoca romana al David di Michelangelo. A complicare le cose, c’è il fatto che si tratti di una risorsa naturale che deve essere estratta e poi lavorata attraverso diverse fasi, dal taglio dei blocchi alla levigatura e alla finitura, con grandi consumi energetici e idrici. Non certo il migliore dei passaporti, nell’era della sostenibilità reale o di facciata. Eppure, il materiale che fino a poco tempo fa rimava col passato continua ad avere grandi potenzialità e può essere utilizzato in modi diversi e più consapevoli.
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Il punto di vista di Joseph Grima alla fiera Marmomac. La Lessinia e l’architettura vernacolare
Per sostenere questa tesi la fiera di settore Marmomac, per la sua sessantesima edizione in corso a Verona, ha fatto appello a due curatori ben integrati nel mondo del progetto, Joseph Grima e Davide Fabio Colaci. Il primo, alla testa dello studio Space Caviar e fresco di nomina come direttore didattico dell’Aral School in Uzbekistan, ha scelto di prendere come punto di partenza il modello storico della Lessinia. In questa porzione di territorio che dalla città scaligera si estende fino al Trentino, dove gli abitanti vivono da sempre in simbiosi con la pietra, è nata un’architettura vernacolare unica nel suo genere nella quale il materiale non viene usato solo come rivestimento o decorazione ma può diventare letteralmente qualunque cosa: tegole, lavabi, pilastri, grondaie. Nell’installazione On Stone, curata da Grima, l’esploso di una tipica casa della zona viene accostato a dieci casi di studio che riguardano l’architettura contemporanea e mostrano un uso virtuoso della pietra oltre che la capacità di coniugare tecniche artigianali e nuove tecnologie. “Se guardiamo al futuro, è possibile intendere la pietra come uno dei materiali più sostenibili perché a differenza del cemento armato o di altri materiali che usiamo oggi è molto durevole”, spiega il curatore. “Nelle case della Lessinia come negli esempi più recenti che abbiamo selezionato vediamo all’opera un pensiero lungimirante, con un orizzonte temporale molto lungo”.

La pietra che disegna gli spazi nella curatela di Davide Fabio Colaci
La ricerca di Davide Fabio Colaci, architetto e docente universitario classe 1978, si concentra sugli interni. Anche qui ci sono dieci case study, cinque progetti storici di interior e altrettanti contemporanei, nei quali il marmo e le altre pietre naturali sono stati impiegati in maniera intelligente, evitando il più possibile gli sprechi sia di materiale che di energie progettuali. Sul pavimento del padiglione, una serie di intarsi realizzati con gli scarti di produzione di due aziende, una veronese e una indiana, traspongono in due dimensioni e in un linguaggio diverso gli elementi più caratteristici di questi interni. “C’è, per esempio, una bellissima scala di Gio Ponti realizzata per Villa Planchart a Caracas in cui c’è la precisa volontà di dare valore a ciò che è stato scartato: ogni gradino, infatti, è fatto con un tipo di marmo diverso, usando i frammenti provenienti dalle varie lavorazioni della villa”, racconta Colaci. “È come se l’idea della sostenibilità fosse già scritta nella nostra storia. Il passato può insegnarci che la pietra non deve per forza limitarsi a essere usata come una superficie o una sorta di carta da parati ma può avere un ruolo attivo nel definire gli spazi all’interno di un’architettura”.

Il marmo come campo di sperimentazione nel design contemporaneo
Il riuso degli sfridi del marmo e delle pietre è una questione sulla quale anche i designer si interrogano da anni, e che nell’ultimo periodo sembra essere tornata sul tavolo con più forza che mai. Durante l’ultimo Salone del Mobile, nel nuovo padiglione Raritas dedicato al design da collezione e all’altissima manifattura, ben due stand incentravano il loro discorso proprio sul marmo e sulla sostenibilità. La ricerca dello studio Parasite 2.0 con l’atelier italiano Bianco67 intitolata Secunda Natura. Nothing Here Is Just a Wall ha al centro delle lastre di travertino solitamente escluse dalla produzione standard per via di piccole imperfezioni, che vengono nobilitate attraverso dei motivi scolpiti da un braccio robotico capace di spingere al limite le potenzialità della materia e di raggiungere una precisione tale da rivaleggiare con gli artigiani. Il nuovo marchio Matera, fondato dal designer Stefan Scholten, si concentra su oggetti d’autore di piccole dimensioni, alti al massimo 55 centimetri, e sulla valorizzazione di una filiera tutta italiana e responsabile. Un’altra via è l’innesto della pietra di recupero con altri materiali: il vetro soffiato, come nel caso dei Drill Vases dello Studio EO fondato dallo svedese Erik Olovsson; la resina, in cui i designer coreani di Fict Studio inglobano scarti di marmo; o, ancora, i cavi di pvc riciclato che nei pezzi della collezione Lulù del brand italiano Chendù fondato da Ernesto Cesario ed Elisabetta Mariani avvolgono una struttura in travertino.
Giulia Marani
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