Un progetto per trasformare la campagna toscana in un osservatorio artistico sul presente. Parla il curatore

Pietro Gaglianò ha chiamato nel Chianti artisti che spaziassero tra scultura, musica, botanica e danza. Prima che venga svelato l’ultimo atto del progetto (un’opera dell’artista Francesco Carone), abbiamo parlato con il suo curatore

Da giugno a settembre 2026, San Casciano in Val di Pesa, nel Chianti, si è trasformata in un PLANETARIO – questo il titolo del progetto curato da Pietro Gaglianò –, nel senso di un punto privilegiato per osservare. Osservare lo spazio che ci circonda, osservare noi stessi, osservare gli altri. Mese dopo mese, si sono susseguite le azioni e le opere di artisti che, spaziando dalla scultura alla danza, dalla musica alla botanica, hanno messo al centro luoghi e corpi pensando nuove forme di abitazione del presente. Il 13 settembre è il giorno dell’atto conclusivo del progetto, che dal presente si apre al futuro, con i suoi spazi e i suoi tempi ancora ignoti. Alla Villa del Cigliano, a San Casciano, verrà, infatti, presentata l’ultima delle opere di PLANETARIO, realizzata dallo scultore Francesco Carone. In occasione del gran finale del progetto, abbiamo parlato con Pietro Gaglianò.

Ritratto di Pietro Gaglianò. Ph: Jonathan Ventura
Ritratto di Pietro Gaglianò. Ph: Jonathan Ventura

Intervista a Pietro Gaglianò

L’idea di Planetario rimanda a un luogo costruito per l’osservazione e lo studio, che nel progetto sono soprattutto osservazione e studio del presente che ci circonda. Che cosa significa osservare un territorio attraverso l’arte contemporanea?
Il contemporaneo è una condizione della mente: un’inclinazione, una scelta, o una sorprendente rivelazione che ci indica modi nuovi di vedere il mondo. Niente di mistico o di romantico quanto, piuttosto, una postura politica attraverso la quale è possibile guardare criticamente il nostro tempo seguendo un ritmo diverso, una fibrillazione. Questo riguarda tutti gli aspetti della vita in comune e necessariamente anche gli habitat che li accolgono. I territori, soprattutto quelli fortemente connotati da una stratificazione storica in cui l’antropizzazione è stata completamente assunta come paesaggio naturale, offrono un interessante campo di indagine per l’arte: l’estraneità della forma contemporanea genera un cortocircuito che rimette in circolo le vicende storiche, decostruisce le prospettive oleografiche e ci ricorda che i territori sono luoghi da abitare, da coabitare, non da contemplare o da sfruttare.

In Planetario il paesaggio del Chianti non appare come semplice “scenario”, ma come parte attiva delle opere. Com’è stato lavorare in questo senso?
Penso che, in generale, sia impossibile – e, nel caso, del tutto sterile – pensare ai luoghi solo come scenari. Tutto il progetto è animato da una volontà dialettica molto chiara, possibile anche in forza di una rete di presenze artistiche nel Chianti sedimentata negli ultimi decenni di cui Planetario rappresenta un’ulteriore fase. Grazie alla mediazione e al sostegno di Roberto Ciappi, sindaco di San Casciano in Val di Pesa, gli artisti sono stati facilitati in un’indagine sui luoghi, in una coesistenza con il patrimonio materiale e immateriale, in un dialogo autentico con le persone.

Ci racconti i loro interventi?
Concetta Modica ha lasciato un’opera dedicata alla data della liberazione di San Casciano dal nazifascismo, nel piccolo meraviglioso museo civico, tra un Lorenzetti e un Coppo di Marcovaldo; Silvia Cini ha lavorato in un parco carico di storia geologica, botanica e antropica, e culla, tra l’altro, dell’Inventario della casa di campagna di Piero Calamandrei; Claudia Caldarano ha danzato in una delle tenute più ricche di segni contemporanei, in una combinazione di risonanze inaspettate con la monumentale opera di Franz Stähler; Virgilio Sieni ha portato la sua elegia del dolore, l’indimenticabile Sonate Bach, proprio nel cuore delle mura di San Casciano; il lavoro di Francesco Carone illumina la notte di un bellissimo giardino all’italiana. Tutto questo si sintetizza bene nel titolo, Planetario, che indica proprio una relazione di coesistenza in cui siamo sicuramente osservatori, ma con ogni probabilità anche osservati, e prendiamo consapevolezza di come sia possibile esistere – nel senso di riconoscerci in una dimensione politica e sociale – solo nella relazione.

Il programma ha messo insieme scultura, danza, musica e interventi nello spazio, passando dalla botanica alla memoria storica, dal corpo alla scultura; ma penso anche all’immagine grafica del progetto. Quale rapporto si è costruito tra linguaggi così diversi all’interno di un’unica visione curatoriale?
Ho sempre lavorato in modo trasversale tra teatro sperimentale, danza e arti visive, tra pedagogia e azione sociale, così l’interdisciplinarietà è ricorrente e spontanea nei miei progetti. Per Planetario il tratto unificante delle visioni così diverse degli artisti coinvolti si condensa in due temi che risuonano come un invito alla riflessione: il primo, più esplicito, è quello delle costellazioni, dell’osservazione del cielo come specchio di una geometria terrena. Così, come i giardini delle ville che hanno ospitato gli eventi si guardano con i cieli medioevali delle opere pittoriche, anche gli interventi degli artisti suggeriscono sempre corrispondenze arcane con l’ambiente che li accoglie. La visione astronomica è, inoltre, presente, in modo dichiarato, nei lavori di Modica e di Carone. Questo porta all’altro tema unificante, quasi come una conseguenza di questa consapevolezza rispetto all’equilibrio delle cose: un’invocazione per la pace. Il progetto sulle piante “estranee” di Silvia Cini, per esempio, ha quasi la forza di un manifesto politico rispetto alla propaganda xenofoba, mentre le performance di Caldarano e Sieni sono incentrate sull’insensatezza della guerra, sulla resistenza alle ingiustizie. È bello e importante, infine, che tu menzioni l’immagine del manifesto, creata da Luchadora, che ha raccolto con grande sensibilità la richiesta di radunare tutto questo nel suo progetto grafico.

Che tipo di esperienza vorrebbe rimanesse al pubblico alla fine di questo percorso?
Questa è sempre la domanda più difficile, in qualsiasi progetto. Come definire la natura dei risultati attesi? C’è il desiderio che rimanga una voglia di contemporaneo e una strana fiducia nell’arte, nei sommovimenti che provoca.

Con Astronomo (via dalla mia luce) Francesco Carone dà una forma statica e compiuta ai temi che hanno attraversato Planetario. Cosa racconta la decisione di lasciare la sua presentazione come “ultimo atto” del progetto?
È proprio come dici tu: la presenza di Francesco Carone giunge come una sintesi al termine di questo percorso. È, però, una forma tutt’altro che compiuta, perché, com’è ricorrente in tutta la sua ricerca, anche le due sculture allestite alla Villa del Cigliano si propongono come un’apertura, una domanda enigmatica e generativa. Tutto nel suo lavoro crea un effetto di contrazione ed espansione, un respiro vertiginoso il cui intervallo include la Storia e lo spazio, la dimensione dell’opera e quella della percezione collettiva e connette ambiti della produzione culturale spesso remoti tra loro. Inoltre, in questa occasione, il pubblico arriva alla visione delle installazioni dopo una breve processione notturna che rievoca la tradizione popolare della rificolona, radicata nell’area fiorentina e connessa ai rapporti tra la città e il contado.

E cosa aggiunge questa dimensione di processione e moto?
La costellazione in movimento delle caratteristiche lanterne e alcuni elementi delle opere, tutti volti al nero, alludono a una condizione originaria del processo alchemico: la nigredo, una nerezza della materia informe da cui inizia il percorso verso lo svelamento. Nel progetto Planetario, Astronomo (via dalla mia luce) di Carone termina il calendario degli appuntamenti e insieme anche la stagione estiva, ma idealmente segna un inizio, “un’alba dentro l’imbrunire”, una promessa e un impegno per futuri progetti, per una presenza non solo episodica nel territorio del Chianti.

Vittoria Caprotti

Casciano in Val di Pesa // 13 settembre 2026, ore 21:00
Presentazione di Astronomo (via dalla mia luce) di Francesco Carone
Nell’ambito del progetto Planetario, a cura di Pietro Gaglianò
VILLA DEL CIGLIANO – Via Cigliano, 17
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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