Il design conquista il Lago di Como: il festival cresce e arriva per la prima volta a Lecco tra ville e palazzi
Il Lake Como Design Festival, al via il 12 settembre, sceglie di ragionare sui confini fisici e progettuali nel mondo contemporaneo e lo fa innanzitutto superando i propri confini e coinvolgendo per la prima volta Lecco
Se un alieno da poco sbarcato sulla Terra volesse capire che cosa intendiamo quando utilizziamo la parola “confine” e, per farlo, facesse una ricerca tra le pagine dei giornali usciti negli ultimi quattro o cinque anni, non avrebbe dubbi. Ci direbbe che quel termine indica un limite, una barriera fisica o ideale tra due territori ben distinti, abitati da persone che si guardano con reciproca diffidenza. Eppure, già in epoca classica c’era quel prefisso “con” ad affermare il concetto di “insieme”, ricordando che qualunque linea disegnata sul terreno per separare la proprietà di Tizio da quella di Caio (o due città, o due stati) nel momento stesso in cui divide crea uno spazio di relazione. Ed è proprio lì, nel punto in cui storie, tradizioni e visioni diverse si toccano e si contaminano a vicenda, che il Lake Como Design Festival sceglie di puntare lo sguardo durante la sua ottava edizione in programma dal 12 al 20 settembre.
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Al Lake Como Design Festival 2026 il design come “attraversamento di soglie” tra mondi diversi
Per poco più di una settimana, mostre, installazioni e incontri raccolti sotto il titolo Confine animeranno la sede storica di Villa del Grumello, la neoclassica Villa Saporiti da poco restaurata e altre architetture – chiese, archivi, chiostri, accademie – rimaste a lungo fuori dallo sguardo pubblico. “Abbiamo scelto questo tema perché ci sembrava uno dei concetti più urgenti e attuali da interrogare”, spiega il direttore creativo Lorenzo Butti. “Oggi il confine viene spesso percepito come una linea di separazione: delimita, divide, definisce appartenenze ed esclusioni. Ma è anche il luogo in cui avviene l’incontro, lo scambio e la trasformazione. È uno spazio dinamico, non soltanto una barriera. Il design, per sua natura, lavora proprio su queste soglie. E ci insegna che i confini non sono necessariamente limiti da difendere o superare, ma occasioni per generare nuove prospettive e nuove connessioni”. La prima dimostrazione pratica di questo approccio consiste nel seppellire una rivalità che affonda i piedi nella storia, quella tra Como e Lecco, aprendo a una serie di iniziative sull’altro ramo del lago organizzate in collaborazione con il Politecnico di Milano e ospitate, in parte, all’interno del suo polo lecchese. Sotto la lente ci sono questioni legate al territorio, ma importanti per tutti, come la trasformazione del paesaggio alpino e la cooperazione transfrontaliera tra Italia e Svizzera, insieme ad altre più globali che spaziano dalla rappresentazione del femminile alla fruizione delle opere d’arte e degli oggetti di design da parte delle persone cieche e ipovedenti (nel progettoOltre al vedere negli spazi di Francesca Brambilla Comunicazione). Questi eventi fanno parte di un circuito che coinvolge anche gli istituti di formazione superiore di Como: l’Università dell’Insubria, il Conservatorio e l’Accademia Aldo Galli – Ied.
Cosa vedere a Villa del Grumello
Nelle sale della dimora storica affacciata sul lago, già fulcro di alcune delle passate edizioni, la collettiva Future in the Past si concentra sul rapporto tra memoria e progetto e sul passato come archivio al quale attingere in cerca di tesori (bozzetti dimenticati, prototipi mai realizzati e così via) da usare come punto di partenza di un nuovo atto creativo. Così, le fibbie delle popolazioni nomadi dell’Eurasia ritornano, ingrandite, nelle opere dell’artista Lupo Borgonovo, i materiali d’archivio di AG Fronzoni dialogano con gli arredi della Collezione ’64 da lui progettata nel 1964 e oggi editata da Cappellini, mentre i disegni e le fotografie forniti dall’Archivio Carla Badiali e relativi alle collaborazioni della pittrice e disegnatrice di tessuti con stilisti internazionali come Hubert de Givenchy e Pierre Balmain e i pezzi di Lina Bo Bardi presentati da Etel raccontano il valore della contaminazione nella pratica di due creative tra le più originali del Novecento. Villa Grumello ospita inoltre il progetto Proporzione Mediterranea, ideato da Annarita Aversa dello studio Architetti Artigiani Anonimi con la curatela della galleria Giustini Stagetti di Roma prendendo come punto di riferimento le case a volta della Costiera Amalfitana, un esempio di architettura vernacolare mediterranea e di spazio abitato che abbraccia il corpo umano senza costringerlo, e il mobile bar degli Anni Quaranta di Paolo Buffa portato in mostra da Eredi Marelli e decorato con incisioni tratte dai Fasti di Napoleone di Andrea Appiani. Una boiserie in eucalipto sfumato, infine, avvolge le pareti: non si tratta di una modifica permanente dell’edificio storico ma di un’installazione progettata da Nicolò Spinelli e curata da Elisa Ossino. Nel parco, le fotografie di Selene Magnolia Gatti e i testi di Paola Manfredi illustrano il quotidiano di persone che hanno lasciato la città in Nella Natura: storie di chi ha scelto un’altra vita.

Design sperimentale a Villa Saporiti
La Contemporary Design Selection, la selezione di designer indipendenti e non curata da Giovanna Massoni, occuperà la nuova sede di Villa Saporiti, aperta per la prima volta al pubblico al termine di un restauro conservativo con le sue stanze e il suo giardino vista lago. “Dopo due anni in spazi prevalentemente outdoor abbiamo cercato una situazione più raccolta e più intensa: una struttura finemente decorata, ricca di dettagli, colori e materiali diversi, in cui il contemporaneo è chiamato a convivere e misurarsi apertamente con un linguaggio decorativo già esistente”, ricorda Francesca Prandelli, coordinatrice del festival e direttrice di questa mostra collettiva. “C’è poi una ragione che riguarda direttamente la missione di Wonderlake Como, l’ente ideatore e promotore del festival: aprire i luoghi inaccessibili del territorio, per costruire coscienza e conoscenza del patrimonio del lago tanto in chi lo vive ogni giorno, quanto in chi lo scopre per la prima volta”. I progetti scelti, proposti da designer, artigiani, architetti e studi provenienti da oltre 30 Paesi, vedono nel confine un laboratorio nel quale poter sperimentare, e poco importa che la sperimentazione consista nell’aprirsi all’alterità accogliendo elementi tipici di altre culture oppure nello sparigliare le carte tra l’alto e il basso, tra lo scarto e il materiale prezioso.

Il mondo diverso, sulla scia di Maldonado
Sullo sfondo c’è, come spiega Giovanna Massoni, la “speranza progettuale” teorizzata da Tomás Maldonado, l’idea del design come strumento per immaginare un mondo diverso: “La vedo in chi fa del progetto un atto di responsabilità sociale diretta, non simbolica. E la vedo, soprattutto, in chi sperimenta senza garanzie di successo: chi fa dialogare un telaio industriale europeo con motivi tessili raccolti in Laos, chi fonde scansioni mediche e materia vegetale per immaginare corpi che ancora non esistono, chi lascia che un braccio robotico lavori per 12 ore continue alla ricerca di una tenerezza che sembrava appannaggio solo della mano. Sono ricerche che non hanno ancora un mercato pronto ad accoglierle, e proprio per questo sono le più preziose: dimostrano che il design contemporaneo non si accontenta di rispondere alla domanda esistente, ma lavora per costruire, con pazienza, le condizioni culturali – nuovi materiali, nuovi metodi, nuove forme di stare insieme – perché quella domanda possa un giorno esistere”.
Giulia Marani
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