I colossi dell’Asia. In mostra a Boston

Rientrano nella categoria delle megacity le città popolate da almeno 10 milioni di persone. È il primo aspetto che ti accoglie all’ingresso della mostra al Museum of Fine Arts di Boston. L’ossessione americana per i numeri è nota. Non c’è conversazione, commemorazione, celebrazione che non sia infarcita da una buona quantità di cifre e tabelle. Per questa esposizione, però, le enormi grafiche che riportano i numeri hanno una loro scioccante ragion d’essere.

Megacities Asia - Aaditi Joshi - installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016
Megacities Asia - Aaditi Joshi - installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016

NUMERI E FUTURO
L’allestimento è stato pensato per occupare spazi diversi e percorrendo questo grande museo lo spettatore incappa necessariamente in due grandi pannelli. Il primo documenta il salto demografico compiuto da cinque città asiatiche tra il 1960 al 2014. Guidano Seoul e New Delhi. La prima è passata da 5,2 a 25 milioni di abitanti, la seconda da 2,3 a 25. Al terzo posto Shanghai da 6,8 a 23. Poi Mumbai, da 4,3 a 20,7. E infine Pechino da 3,9 a 19. Questo lo stato di fatto. Il secondo traccia in ascissa e ordinata le proiezioni a tutto il 2030. Tokyo, insospettabile, guida la classifica: raggiungerà 37,2 milioni.  Mentre New York, la più grande tra le metropoli occidentali, raggiungerà i 20 milioni.
Laura Winister e Al Miner, i due giovani ma navigatissimi curatori della mostra, hanno chiamato a commentare queste cifre artisti provenienti proprio dalle metropoli prese in esame. Come hanno reagito? Tutti hanno utilizzato lo stesso modo di procedere, creando installazioni o sculture di grandi dimensioni attraverso l’accumulazione di oggetti quotidiani raccolti nelle città dove vivono e lavorano. Città che vedono trasformarsi sotto i loro occhi grazie a un processo di urbanizzazione senza ha precedenti nella storia umana.

Megacities Asia - Ai Weiwei - installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016
Megacities Asia – Ai Weiwei – installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016

GLI ARTISTI E LA CITTÀ
È un modo di procedere già sperimentato per due star internazionali come Ai Weiwei e Subodh Gupta. Weiwei espone qui segmenti di biciclette disposte in circolo che sembrano inseguirsi all’infinito. Ma le biciclette sono per lui il ricordo di una Pechino che non c’è già più, sostituite ormai da scooter e automobili. Take off your shoes and wash your hands di Gupta, che ha lo studio a New Delhi, è un ready-made costituito da un’immensa e ordinatissima distesa di utensili da cucina in acciaio lucido, un riferimento all’ordine geometrico dei piani urbanistici e alla disciplina “militare” del lavoro urbano. Il coreano Choi Jeong Hwa crea invece un paesaggio verde e ondulato, costruito esclusivamente con oggetti di plastica: contenitori di detersivo, bottiglie di vino di riso, piccole scope, utensili casalinghi, nastri, tappetini e tende per la doccia, cassette e shopping bag in uso nei magazzini… Il suo gesto testimonia, insieme alla sua coscienza ecologica, una qualche perversa attrazione per il man-made nature.

Megacities Asia - Han Seok Hyun - installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016
Megacities Asia – Han Seok Hyun – installation view at Museum of Fine Art, Boston 2016

CREATIVITÀ URBANA
Qualcosa del genere accade anche per Aaditi Joshi, che vive a Mumbai e ha costruito la sua nuvola multicolore utilizzando una struttura di legno su cui ha appeso buste di plastica fuse, dipinte con colori acrilici e illuminate da luci LED: riuscendo così a trasformare una delle più pericolose e diffuse invenzioni umane in qualcosa di piacevole e persino attraente.
Anche Yin Xiuzhen vive a Pechino. Per testimoniare il conflitto in atto ormai da anni tra i palazzinari d questa città, con le loro agenzie di real estate, e i residenti, che in vaste aree vengono espulsi con la forza dalle loro case per far spazio a nuove costruzioni. Ha utilizzato frammenti di muri abbattuti coni loro colori indefinibili su una sola faccia E qualcosa del genere ha fatto anche Hu Xiangchen, che vive e lavora a Shanghai, utilizzando pareti di legno provenienti da case costruite duranti le dinastie Ming e Qing e ora sostituite dalla nuova ondata di costruzioni. Dietro il lavoro di Xiuzhen e Xiangchen c’è un pensiero spiritista molto comune nella cultura popolare cinese. Lo sfratto non è mai un gesto definitivo, perché l’aura di chi tra le pareti di una casa ha vissuto permane. I muri hanno la stessa porosità di un abito che continua a trattenere la presenza di chi lo ha indossato. Anche dopo la sua scomparsa.

Aldo Premoli

Boston // fino al 17 luglio 2016
Megacities Asia
a cura di Laura Weinstein e Al Miner
MUSEUM OF FINE ARTS
465 Huntington Avenue
+1 (0)617 2679300
www.mfa.org

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Aldo Premoli
Milanese di nascita, vive a Noto e Cernobbio. E poi New York e Washington, dove lavorano i suoi figli. Tra il 1989 e il 2000 dirige “L’Uomo Vogue”. Nel 2001 fonda Apstudio e fornisce consulenze ad aziende e associazioni industriali italiane e straniere. In questo periodo ha tenuto conferenze in tre continenti per Ice, Anci e Aimpes e curato esposizioni che fanno da ponte tra arte e moda. Tra il 2013 e 2014 dirige “Tar magazine”, rivista di arte, scienza ed etica. Attualemnte è blogger di “Huffington Post”, columnist de “Linkiuesta”, direttore della piattaforma super local SudStyle.it. Senior curator di San Sebastiano Contemporary a Palazzolo Acreide. A Catania ha fondato l’onlus Mediterraneo Sicilia Europa, che si occupa di integrazione scolastica di minori in difficoltà. Nel 2021 ha fondato La Cernobbina Artstudio. Svolge la sua attività di visiting professor per Accademie del nord come del Sud della penisola.