Dalla censura al vandalismo, sono tante le reazioni suscitate dalle opere dell’artista cinese Badiucao in mostra al Museo di Santa Giulia a Brescia. Lo abbiamo intervistato per capire cosa significa essere un artista dissidente in Cina ma anche oltre i suoi confini

Al centro delle polemiche sollevate dalla sua mostra al Museo di Santa Giulia di Brescia, Badiucao (Shanghai, 1986) è in una sorta di autoesilio in Australia dopo il soggiorno in Italia. In seguito al tentativo da parte di Pechino di boicottare la rassegna bresciana, l’artista fa il punto sul suo percorso creativo, legato a un passato di persecuzioni familiari fin dal maoismo e approfondisce le modalità che hanno condotto uno studente di legge a divenire un artista dissidente sotto l’ala di Ai Weiwei, creando progetti che interagiscono fortemente con le nuove tecnologie.
Soprattutto, il dialogo con Badiucao è fondamentale per capire in che modo la Cina esercita la sua influenza politica al di fuori dei propri confini, esportando la propria propaganda e censura sul piano artistico e su più livelli, dalla coercizione e il boicottaggio alle accuse giudiziarie, i pedinamenti e le minacce di morte.

Badiucao a Brescia
Badiucao a Brescia

INTERVISTA A BADIUCAO

Come hai vissuto il tentativo di Pechino di boicottare la tua esposizione dal titolo La Cina non è vicina a Brescia? 
Le minacce e il boicottaggio sono ormai costanti nelle mie mostre, però devo dire che in Italia ho avuto modo di godere di un menù completo di minacce.

Racconta…
È iniziato tutto con una lettera ufficiale del governo cinese al Museo di Brescia in cui minacciarono di compromettere future collaborazioni. Ho apprezzato molto la reazione di Brescia che, nonostante tutto, ha deciso di accogliermi, dando un esempio al mondo e opponendosi a Pechino. Il secondo tentativo è avvenuto online, con account legati al governo, che hanno avviato una campagna di odio contro di me. Ci sono stati anche i “soft warning”, ovvero cinesi che si presentavano alla mostra come sostenitori mentre tentavano di mettermi in guardia sul fatto che in Italia è pericoloso, che “qui la gente muore per strada”. Questo non l’ho ancora detto a nessuno, ma sono stato costretto a dover cambiare albergo ogni giorno durante il mio soggiorno in Italia. A quel punto ho pensato: “Potrei iniziare a lavorare per YELP”.

Quali altre esperienze di questo tipo hai avuto? Qual è stata la più brutta?
In generale accade spesso che nelle scuole o durante conferenze e seminari ci siano persone che urlino per impedire lo svolgimento del convegno, sono frequenti le minacce di morte o che ci siano gruppi di WeChat dove si organizzano per contestarmi in tutto il mondo. Una delle peggiori contestazioni avvenne a Bologna, fui attaccato gravemente, ma venni difeso da diversi studenti italiani e cinesi. Io non mi sento anticinese o traditore, io mi ritengo cinese, non lotto per la Cina, ma per i diritti umani di tutti i cinesi e per la libertà di espressione di ognuno.

LA CENSURA SECONDO BADIUCAO

A proposito di identità, in un recente documentario hai deciso di rivelare la tua, spiegando ragioni e conseguenze: minacce personali e familiari, mostre cancellate, telefono sotto controllo, invasione domestica e pedinamenti. Dici che il PCC attende il momento della vendetta quando ci sarà meno attenzione da parte dei media. Cosa intendi? Come hanno fatto a scoprire la tua identità? Come sta ora la tua famiglia? 
Mi sono trasferito in Australia nel 2009 e ho iniziato a fare cartoni politici nel 2011. Quando c’era ancora Hu Jintao, quello possiamo dire che fosse un periodo ok. Meglio di Xi Jinping? Sì, c’era molta più libertà digitale, Xi Jinping invece non smette mai di fornire materiale per chi fa satira o per gli artisti, è come Trump. Lo paragoni a Winnie the Pooh e Winnie the Pooh viene censurato. Questo però non significa che il governo non volesse controllare maggiormente internet anche nel 2011, soprattutto dopo l’arresto del premio Nobel Liu Xiaobo. I social erano solo una cosa nuova e non regolata. Ho richiesto la cittadinanza australiana e rinunciato forzatamente a quella cinese per essere maggiormente libero e protetto.

Poi cosa accadde?
Sono riuscito a celare la mia identità per sette anni ma, attraverso le tracce lasciate sui social e dai conoscenti, o tramite i miei legami con Ai Weiwei a Berlino, sono stati uniti i punti e alla fine è emersa la mia identità. Questo ha esposto la mia famiglia in Cina a diversi rischi, così ho annullato la mostra a Hong Kong e deciso di fare un documentario (anche il regista è stato minacciato) in cui ci mettevo la faccia.

Intendi questo quando dici “finché l’attenzione dei media…”?
Sì, perché più produco sul piano artistico e più sono protetto dall’opinione pubblica. La mia famiglia è ancora in Cina, ma preferisco non sentirli per evitare che siano considerati complici o essere usati per fare pressione.

Quindi ti hanno costretto a non sentire la tua famiglia?
No, è stata una mia scelta. Una scelta libera? No, anzi, mi fa soffrire.

Badiucao, Li Wenliang
Badiucao, Li Wenliang

BADIUCAO E AI WEIWEI

Di recente hai affermato: “Voglio estendere la definizione di arte. Mi considero un artista; essere un attivista è solo un effetto collaterale dell’essere un artista in Cina”. Come sei passato da studiare giurisprudenza all’arte? Come hai conosciuto Ai Weiwei e in cosa ti ha ispirato?
Provengo da una famiglia di filmmaker che durante la Campagna dei 100 fiori maoista a fine Anni Cinquanta fu duramente perseguitata, quindi ho sempre voluto fare l’artista ma l’arte non era ben vista a casa. Ho seguito il volere della famiglia inizialmente, ovvero fare l’avvocato, ma poi ho conosciuto Ai Weiwei su Twitter. Lui, nonostante sia molto celebre, è anche molto disponibile e alla mano, mi ha dato molti consigli, finché non iniziai a lavorare con lui e si sviluppò una magica amicizia. Ai Weiwei è un’ispirazione per i diritti umani, non solo quelli cinesi ma anche quelli europei.

Parli infatti spesso dei problemi del governo cinese, ma vivendo in Australia che idea ti sei fatto delle criticità dei sistemi occidentali liberal-democratici? 
Ai non usa internet per promuovere la propria arte, fa vera e propria arte con l’internet e ha parlato per esempio del dramma dei migranti in Europa. Penso che se l’Europa vuole davvero che vengano rispettati i diritti umani nel mondo deve fare di più in casa propria, anche perché ogni volta che la Cina viene accusata di mancanze, la propaganda risponde che gravi violazioni persistono anche in occidente. Questo non significa che non bisogna continuare a denunciare le violazioni in tutto il mondo. Il tema dei diritti umani è universale. Tuttavia, sto pensando anche di trasferirmi e andare via dall’Australia per vedere se altri posti sono maggiormente aperti. Anche qui i legami tra governo australiano e cinese impongono spesso l’autocensura o mi impediscono di accedere a determinati spazi o di sviluppare certe iniziative.

In occasione dell’anniversario di Tiananmen hai avviato “una campagna contro Twitter, richiedendo di accogliere la mia proposta di creare un emoji per ricordare il massacro di Tiananmen, utilizzando l’immagine del tankman”. Come procede questa iniziativa? In che senso intendi il “non usare internet per promuovere ma fare arte con l’internet”?
La proposta del tankman come emoji è esattamente uno dei tanti modi di fare arte con internet e di portare anche la comunità scientifica e informatica a prendere una posizione. Creare una nuova emoji significa lavorare con il linguaggio Unicode, e ogni anno ci si riunisce per decidere cosa possa essere integrato o rimosso. Inoltre ora sto pensando a un progetto con gli NFT che permetterebbe di registrare le opere con tecnologia blockchain, in modo che non possano essere modificate, siano riconoscibili, autenticabili e non censurabili.

LA CINA, LA CENSURA E GLI ARTISTI

Cosa pensi dei modi usati dagli utenti di internet in Cina per aggirare la censura? Quanto è popolare la tua arte nei contesti delle comunità cinesi nel mondo e nelle zone rurali della Cina?
Ci sono tantissimi modi di eludere la censura in Cina, ma bisogna avere le conoscenze base d’inglese o di VPN. Non è da tutti. Alcuni cinesi pensano che io sia un agente della CIA, come detto, anche all’estero la propaganda e la censura arrivano, non solo con accordi ufficiali e intimidazioni, ma anche semplicemente tramite sistemi come WeChat. Se sei un imprenditore che vuole promuovere il turismo ai cinesi devi utilizzarlo, e se sei sgradito avrai problemi. Quindi se si vuole fare business meglio tenere fuori la politica o persino i diritti umani. Inoltre, i cinesi possono avere solo una cittadinanza e molti di quelli che vivono all’estero vogliono rimanere cinesi e mantenere i contatti con il proprio Paese. Capisco entrambe le parti, sia chi è più chiuso e chi più aperto. Affrontano anche loro una lotta continua per la propria identità, proprio come me. Tra i tanti modi, uno che sta diventando obsoleto è la lingua dei marziani, non l’ho mai usato nella mia arte ma nella vita quotidiana. Questo tipo di modalità non riguardano tanto i VPN, quanto la possibilità di capirsi solo tra determinati gruppi di persone, anche questo è un modo di ricercare la propria identità, soprattutto da parte di coloro che, provenienti in masse dalle zone rurali, si riversano e vengono risucchiati dalle catene di montaggio, e utilizzano stili personali molto appariscenti e linguaggi personalizzati per riconoscersi e affermarsi.

Prima hai detto che vorresti trasferirti. Perché non pensare all’Italia? Come percepisci il nostro Paese? Saresti interessato a realizzare maggiori iniziative qui?
Sì, ho pensato a Europa e USA, perché no? L’Italia è bellissima, sono rimasto diverse settimane in residenza a Brescia, ho lavorato con italiani. Da voi c’è una ricca cultura, siete pieni di storia ovunque, strati di strati di storia uno sull’altro come in Cina, ci vedo simili in questo. Penso però che da una parte sia buono perché possa essere un grande stimolo, dall’altra magari impedisce di vedere l’innovazione o intrappola la creazione e può essere più difficile affermarsi nell’essere circondato da tanta imponenza. La cosa che mi ha colpito di più è però vedere così tanta architettura importante ricoperta non tanto da street art, ma da Tag. Tag su palazzi e architetture storiche.

La ritieni una mancanza di rispetto o street art?
Per me è vandalismo, ma con il passare dei giorni ho iniziato a capirne sempre più la cultura, anche se difficile spiegarlo. Non vedo l’ora di tornare a trovarvi.

Gian Luca Atzori

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Nome eventoBadiucao - La Cina (non) è vicina
Vernissage12/11/2021
Duratadal 12/11/2021 al 13/02/2022
Autore Badiucao
Generiarte contemporanea, personale
Spazio espositivoMUSEO DI SANTA GIULIA
IndirizzoVia Musei 81/b - Brescia - Lombardia
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Gian Luca Atzori
Classe 1989, Sinologo e giornalista freelance, è direttore tecnico e amministrativo di China Files, canale di informazione sull'Asia che copre circa 30 aree e paesi. Collabora con diverse testate nazionali e ha lavorato per lo sviluppo digitale e internazionale di diverse aziende tra Italia e Cina. Laureato in Lingue e Culture Orientali a La Sapienza, ha proseguito gli studi a Pechino tra la BFSU, la UIBE e la Tsinghua University (Master of Law – LLM). Atzori è Presidente e cofondatore dell'APS ProPositivo, organizzazione dedita allo sviluppo locale in Sardegna e promotrice del Festival della Resilienza.