Con gli architetti Massimo Alvisi e Junko Kirimoto ripercorriamo il “dietro le quinte” della recente mostra milanese dedicata a Emilio Vedova: tra gli ultimi progetti curati da Germano Celant, è stata una delle più importanti esposizioni fin qui intitolate all’artista.

Non nuovo alla pratica dell’allestimento – “in questi anni ci siamo occupati di progetti molto belli e sfidanti, con una grande carica di innovazione e coraggio”, ricorda Massimo Alvisi – lo studio di architettura Alvisi Kirimoto ha lavorato a stretto contatto con Germano Celant in occasione di una delle mostre più apprezzate dell’ultima (vera) stagione espositiva italiana: Emilio Vedova a Palazzo Reale. Un’esperienza che merita di essere ripercorsa, a partire da un’intuizione condivisa da curatore e progettisti: “Dare vita a uno spazio in cui muoversi, a un luogo”. Provando, insieme, a oltrepassare i “limiti” dell’allestimento.

L’INTERVISTA AD ALVISI E KIRIMOTO

Qual è stata la genesi del progetto di allestimento?
Quando Alfredo Bianchini, Presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova, ci ha contattato, aveva voglia di fare una mostra su Emilio Vedova in cui fosse lo spazio, insieme alle opere, a parlare. Già dalla scelta di un luogo come la Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale – straordinaria, gigantesca, ricca, quasi asimmetrica – si capiva che l’obiettivo non era solo “mettere in mostra”: si doveva pensare allo spazio, andando oltre la composizione di un allestimento. L’intero processo è stato molto intenso, bello.

Eravate alla prima collaborazione con Germano Celant. Qual è stato il punto d’avvio del vostro lavoro con lui?
Come sempre, per questo tipo di progetti, tutto parte da un incontro. In questo caso è avvenuto a Milano, nello studio di Celant. La prima cosa che abbiamo fatto è stato prendere la planimetria della sala: insieme abbiamo immaginato come dividere lo spazio. Di quel momento conserviamo uno schizzo fatto insieme: ci siamo messi a otto mani – con noi anche una nostra collaboratrice, l’architetto Silvia Rinalduzzi – a provare a immaginare come potesse diventare quel luogo, quale potesse essere il percorso.

Sketch per la mostra di Emilio Vedova a Palazzo Reale di Milano, curata da Germano Celant © Junko Kirimoto
Sketch per la mostra di Emilio Vedova a Palazzo Reale di Milano, curata da Germano Celant © Junko Kirimoto

Quali idee hanno iniziato a prendere forma nel corso di questo scambio?
Germano, come noto, aveva una personalità forte, chiara, risoluta, ma era anche una persona incline ad ascoltare e a collaborare: questo è avvenuto con noi. Fin dall’inizio, la sua idea era concepire un luogo in cui vivere insieme alle opere di Vedova, qualcosa che non si limitasse a essere una proiezione bidimensionale da guardare o da visitare. Questo suo proposito, unito all’assetto della mostra che era divisa nettamente in due sezioni, ha fatto nascere l’idea di “tagliare” la Sala delle Cariatidi. Così è nato il muro monumentale, lungo quasi quaranta metri per cinque, dell’allestimento: un muro gigantesco, in grado non soltanto di direzionare il visitatore, ma di dargli una percezione completamente diversa del luogo in cui, in realtà, si trovava.

In questa dinamica, come si inserisce l’opera di Vedova?
Germano ci ha guidato nella costruzione di un mondo che, in qualche modo, era il mondo di Vedova. Poteva essere lo studio di Vedova; poteva essere uno spazio in cui Vedova aveva vissuto; poteva essere persino un’opera, che si muoveva insieme al visitatore. Sembrano concetti astratti, ma chi ha visitato la mostra si è reso conto che la cosa più bella era quella di poter essere – davvero – accanto ai lavori di Vedova, di poterli quasi toccare o, quanto meno, di girargli attorno. Questa la dimensione di Vedova: la dimensione del conflitto con lo spazio, della messa in gioco delle persone insieme allo spazio.

Avete scelto di lasciare aperte le finestre della Sala delle Cariatidi. Perché?
All’inizio, nel dialogo con il gruppo e con Germano, ci sembrava quasi un azzardo. Ma lui ha condiviso questa idea: gli è piaciuta molto! La Sala, come dicevamo, è uno spazio gigantesco e avevamo bisogno di altro, non solo del muro, seppur dirompente. Così abbiamo pensato di poter guardare oltre questa struttura – tra l’altro molto complessa dal punto di vista tecnico, nonostante l’aspetto minimale –, di poter aprire la vista verso Piazza del Duomo, verso il Duomo stesso e di introdurre all’interno la luce, del giorno e della notte, proveniente da fuori. E, come ci ha fatto notare Celant, questo è stato un modo per ricontestualizzare realmente Vedova, che lavorava con gli spazi esterni e, in qualche modo, anche con i luoghi della città.

Si parlava della luce urbana. Ma come avete concepito il progetto illuminotecnico della mostra?
Un lavoro incredibile è stato fatto proprio in relazione alla luce. Diversamente da quello che spesso si fa in questi casi, Celant ha voluto una luce quasi omogenea, come quella diurna, funzionale all’espressione di uno spazio naturale, non teatrale. Questo perché, diceva, le opere sono già forti.

Germano Celant : : Emilio Vedova a Palazzo Reale from Twin Studio on Vimeo.

Qualche aneddoto?
Una notte abbiamo passato più di un’ora a riposizionare tutte le luci delle opere! Anche in cantiere, in effetti, è stata un’esperienza incredibile da vivere. Celant ci ha tenuto che Junko Kirimoto realizzasse un modello in scala 1:50 della Sala, da usare per decidere il posizionamento delle opere. Con questo strumento, lui ha lavorato su ogni singola opera, sulla sua collocazione, su ciascun elemento dell’allestimento: proprio come fa un architetto. È stato sorprendente vedere quest’uomo – così importante, davvero geniale – sempre presente nel cantiere. È stato lì costantemente fin dall’inizio e, negli ultimi giorni, anche di notte. Ha davvero controllato tutto e ha interagito con la Fondazione Vedova per poter esporre, anche in modo un po’ diverso, alcune opere: “Per renderle nuovamente vive”, diceva lui. Questo atteggiamento ci ha trasmesso l’idea di una persona dotata di una forza straordinaria, di quelle che poche volte si incontrano nella vita.

Il vostro ultimo incontro?
È stato in occasione di una cena con tutte le persone che hanno lavorato al progetto. Per noi è stata una esperienza, professionale e umana, davvero bella. Anche andare nel suo studio, in cantiere: abbiamo capito l’intensità e l’accuratezza che lui metteva in ogni singolo dettaglio. Ovviamente noi di fronte a un maestro di questo livello, con il quale non avevamo mai lavorato, inizialmente non sapevamo quale potesse essere “l’approccio”. Eppure lui ci ha davvero accompagnato per rendere questo intervento ancora più forte, persino più duro se vogliamo, rispetto a quello che forse avremmo avuto il coraggio di proporre. È stato estremamente capace di guidarci, dettando le sue linee, ma anche di spingerci a essere coraggiosi per arrivare a un progetto ambizioso, innovativo, unico.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.