Un curatore militante, acuto, forte, ruvido. Il pezzo più pregiato e riconosciuto internazionalmente del nostro sistema dell’arte. Che ora manca e che difficilmente sarà rimpiazzato. Ma esistono eredi che possano sostituirlo?

Sensibile, talentuoso, geniale, di potere, dispotico. Germano Celant è stato un generale d’armata della curatela, un gigante sulle cui spalle scoscese e spigolose molti si sono inerpicati per vedere a distanza. Senza ombra di dubbio una delle più importanti figure di critico del Novecento – e uno dei pochi italiani a essere conosciuto e stimato a livello internazionale –, Celant è stato nel contempo un raro esempio di curatore militante, disposto a combattere per difendere i propri artisti e la propria visione del mondo, e un autoritario padre-padrone che non tollera distanze, infedeltà, ripensamenti o critiche.

GERMANO CELANT, L’ARTE POVERA E NON SOLO

Nonostante risulti limitante ridurre cinquant’anni di febbrile attività al pure centrale episodio dell’Arte povera (concetto tanto semplice quanto geniale poiché descrive, simultaneamente, sia l’approccio alla materia da parte dell’artista che il dispositivo interpretativo dell’opera, di ordine politico-antropologico), va sottolineato come esso abbia segnato metodologicamente un cambio del paradigma e del modus operandi dell’intellettuale che si occupa di arte contemporanea. Non solo quindi l’Arte povera stava generando dal punto di vista fenomenologico una nuova lettura della realtà e dell’opera prima assenti (e continuerà a farlo negli anni successivi), ma a mutare erano prima di tutto la funzione e le modalità del sodalizio tra artista e critica nella società dei consumi, quando ancora la figura del curatore per come lo conosciamo ora non esisteva e la critica, essenzialmente, continuava a profumare di libri, documenti e storia dell’arte, non essendosi ancora sporcata più di tanto le mani con il presente. Celant, anche grazie all’inesausta spinta personale, dimostrava cioè che era possibile non solo disporre, interpretare e classificare quello che gli artisti avevano prodotto in un passato anche prossimo, ma agire direttamente affinché l’arte, a partire dal processo generativo concettuale, accadesse nel presente e si concretizzasse in forma reale e visibile. L’opera dell’artista, la mostra in galleria o al museo, il testo del curatore smettevano di avere la funzione di semplice descrizione, di comprensione, di glossa rispetto alla realtà, per assumere quella – marxista – di innesco di un mutamento, di una discontinuità o di una frattura.

Nasce così una nuova modalità di condurre la professione: nasce cioè il curatore, il quale ha cura di un progetto, che necessariamente gli corrisponde, ma non è soggetto aprioristicamente a vincoli di sorta o a negoziazione di logiche altrui”.

Corollario implicito di questo nuovo teorema è stata la continua stretta vicinanza con gli artisti, l’idea di costituire un gruppo (in modo informale), e il continuo lavoro, anche dal punto di vista teorico e pubblicistico, sui temi identitari dell’Arte povera e sulle logiche da cui erano sottesi. Il sodalizio intellettuale con gli artisti ha così, nel tempo, portato a porre all’attenzione pubblica una sensibilità e degli argomenti nuovi, facendo di Celant il militante difensore dal punto di vista culturale e politico. La militanza diventa così non solo condivisione di una missione in una determinata temperie culturale rispetto a un tempo circostanziato, ma una missione più ampia, che implica il farsi carico di un progetto fino a quando è inesausto (e quindi per anni).
Ma la pratica di Celant, un po’ come è stato per Harald Szeeman, è contraddistinta dall’essere free lance, dal fatto cioè di lavorare con gallerie e, soprattutto, musei e centri d’arte, ma in forma indipendente e libera. Nasce così una nuova modalità di condurre la professione: nasce cioè il curatore, il quale ha cura di un progetto, che necessariamente gli corrisponde, ma non è soggetto aprioristicamente a vincoli di sorta o a negoziazione di logiche altrui. È cioè egli stesso a determinare la propria agenda intellettuale, a scegliere i campi di indagine e sviluppare la propria poetica: svincolato da una logica istituzionale, sarà egli stesso a condividere con le istituzioni il frutto della propria ricerca, gli esiti della propria indagine.

L’EREDITÀ IMPOSSIBILE DI CELANT

Non è questo lo spazio per analizzare una carriera così articolata, significativa e di successo, fatta di pensieri, idee, libri e monografie, relazioni, stimoli, polemiche di ordine economico, mostre internazionali meravigliose come la recente retrospettiva di Kounellis alla Fondazione Prada a Venezia, e perfino cover che sono sembrati inutili virtuosismi da laboratorio. Ma cosa rimane di tutto questo lavoro nella pratica dei curatori attivi ora, internazionalmente o anche solo nel nostro Paese? Chi può essere, mutatis mutandis, il suo erede, tanto dal punto di vista professionale quanto per il peso politico a livello globale? Chi ha oggi la forza e la persuasione per coinvolgere i più importanti soggetti istituzionali o privati? Chi oggi riesce a condividere un percorso così rigoroso con un gruppo di artisti così dotati?
Difficile coglierlo adesso. La condizione intellettuale è cambiata, gli artisti sono troppo spesso tenuti in scacco dalla propria marginalità, e le mostre, probabilmente, non hanno più le medesime ragioni espressive, culturali e politiche di un tempo. Anzi la cultura si sta dissolvendo, trasformandosi in lusso o in merce. Celant scompare ed è una iattura per il nostro Paese, poiché probabilmente nessuno sarà in grado di farne le veci o di avere un ruolo così di peso nel settore dell’arte contemporanea. Internazionalmente saremo così ancora più deboli, rassegniamoci. Povera arte, poveri noi.

Daniele Capra

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Daniele Capra
Daniele Capra (1976) è curatore indipendente e militante, e giornalista. Ha curato oltre cento mostre in Italia, Francia, Repubblica Ceca, Belgio, Austria, Croazia, Albania, Germania e Israele. Ha collaborato con istituzioni quali Villa Manin a Codroipo, Reggia di Caserta, CAMeC de La Spezia, Galleria Comunale d'Arte Contemporanea di Monfalcone, MMSU di Rijeka, Museo Bernareggi di Bergamo, Galleria d'Arte Moderna di Genova, Casa Cavazzini Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Udine, la Galleria Nazionale di Tirana, la Fondazione Dena di Parigi, il Museo Ca’ Pesaro a Venezia, la Galleria Civica di Trento, il Comune di Milano, il Museo Janco Dada di Ein Hod - Haifa. Ha tenuto lezioni sull'arte contemporanea alla Wizo NB School di Haifa, all'Accademia di Belle Arti di Venezia e di Verona. È stato curatore del Premio Onufri presso la Galleria Nazionale di Tirana e del Premio Trieste Contemporanea. È membro del comitato scientifico di Rave Residency. Ha scritto oltre trecentocinquanta articoli su riviste e quotidiani. Collabora con Il Manifesto, Artribune e i quotidiani del Gruppo Espresso. Vive di corsa, con il portatile sempre acceso e pile di libri che attendono di essere letti.