Intervista allo scrittore Luca Ricci sul suo nuovo romanzo. Una storia spietata che ciondola in giro per Roma
Dopo la quadrilogia delle stagioni e Gotico Rosa, lo scrittore torna con un romanzo visionario su dipendenza, vergogna, impoverimento e poesia come possibile gesto di salvezza. Prima presentazione a Palazzo Strozzi a Firenze
Se “l’amore è il più grande illusionista sulla piazza”, allora serve un Gioco di prestigio per capire dove finisce l’inganno e comincia la verità. Dopo la quadrilogia delle stagioni e Gotico Rosa, Luca Ricci torna al romanzo con una storia edita da La nave di Teseo, visionaria e spietata, capace di fotografare la realtà con la schiettezza di chi i sentimenti li butta in faccia. Il protagonista è un uomo che ha rinunciato a tutto e “ciondola” per Roma, vicino a Castel Sant’Angelo, ancora diviso tra bottiglia e poesia.
La trama di Gioco di Prestigio
A rompere il suo isolamento arriva una donna squinternata, convinta che l’elemosina possa battere tristezza e capitalismo. Intorno a loro si muove un’umanità strampalata e vera, mentre il gioco di prestigio più difficile diventa cadere fino in fondo per provare, finalmente, a scrivere una poesia. Il libro sarà presentato lunedì 11 maggio, alle 18, nella Sala Ferri di Palazzo Strozzi, a Firenze, nell’ambito degli incontri culturali del Vieusseux. L’autore dialogherà con Alessandro Raveggi.
Intervista a Luca Ricci
Che storia racconti?
La storia di un uomo che potrebbe essere la storia di tutti. Una storia non di povertà ma di impoverimento. Una storia di dipendenze. Una storia di ambizioni infrante e di riscatti sorprendenti. Nelle prime sette righe è un romanzo collettivo, dall’ottava diventa un monologo: la particolare costruzione dell’attacco sottolinea che ho voluto scrivere un romanzo corale che fa parlare un solo individuo.
Scrivere significa cercare precisione, quindi è anche una forma di moralità. La poesia, in questo senso, può essere un gesto sovversivo?
Io sono uno scrittore che ama le forme brevi, che è partito dall’aforisma e che ritorna incessantemente al racconto. Più si è brevi più si deve essere precisi. L’idea della concisione tiene in vita il protagonista: l’aspirazione alla precisione verbale. Per lui scrivere una poesia non è un fatto intellettuale o culturale, è l’azione più pratica, utile e rivoluzionaria che ci sia.
È quando il tuo personaggio smette di raccontarsi come figura “nobile” e accetta di guardarsi nella propria miseria che trova la sua verità?
Nel romanzo rivendico una certa velocità. La ottengo con la brevitas che faccio entrare di soppiatto nella pagina grazie all’aforisma e al racconto. Sia l’aforisma che il racconto sono scritture tragiche: le loro epifanie durano fino all’epifania successiva. Perciò la storia è disseminata di molte verità: il protagonista le accetta tutte e le rifiuta tutte, uno dei tanti giochi di prestigio possibili.
Roma, tra le pagine, sembra una città “mentale”: consumata dalla disperazione, dal benessere, dal turismo, dal rumore. Quanto riflette il disordine interiore del protagonista?
Ogni luogo romanzesco non è mai innocente. È sempre lo specchio di qualcos’altro. In questo caso particolare rispecchia anche la mia biografia. Bazzico i giardini di Castel Sant’Angelo da quando, ormai troppi anni fa, mi sono trasferito a Roma. Ma ho capito una cosa: ambiento i miei romanzi dove abito non per rendere verosimile la storia, ma per rendere inverosimile la mia vita.
A un certo punto arriva una ragazza, quasi un’apparizione, e costringe il protagonista a stare nel presente. Che cosa rompe nel suo isolamento?
Direi che rompe l’overthinking allucinato del protagonista. All’inizio del romanzo lo incontriamo da solo a ciondolare nei paraggi di Castel Sant’Angelo, descrive i tipici sampietrini romani della strada come un volto devastato dal vaiolo… Se fosse un pittore il suo sguardo sarebbe iperrealista… Ogni forma d’iperrealismo in realtà è una deformazione delirante, antifigurativa.
Nel libro torna forte il rifiuto del capitalismo, delle maschere sociali, del “Monopoli del mondo”. Uscirne significa provare a salvarsi?
Se sapessi come fare a salvarci non scriverei romanzi. Posso soltanto augurarmi di sollecitare qualche riflessione in chi legge. Magari qualcuno più bravo di me, di noi, con competenze differenti e migliori, troverà una qualche soluzione. Il che si traduce in un’alternativa. È questo senso unico oggi che mi pare insopportabile, il dover tutti procedere nello stesso modo. E se il senso dell’esistenza invece stesse nelle deviazioni?
Ogni gesto passa attraverso una prova di vergogna. Quanto è difficile restare nudi davanti agli altri e a se stessi?
È vero, nel romanzo a un certo punto si tenta con l’elemosina. Per i personaggi non è una forma di abiezione, piuttosto un riscatto sociale. Ma la pressione del conformismo è molto forte. Il conformismo causa la vergogna. La poesia forse saprà vincere la vergogna, rovesciando anche il rapporto tra chi fa l’elemosina e chi la riceve.
Comicità e disperazione convivono: l’ironia per sopravvivere o difendersi?
La ragazza a un certo punto del romanzo dice così: «Credo che l’ironia sia una delle forme più sincere di disperazione». È una battuta di dialogo che mi sento di condividere. Finito il tempo dell’ingenuità — cioè delle grandi tragedie e delle grandi commedie — abbiamo capito che l’umanità appartiene al grottesco.
Nessuno cade all’improvviso, ogni “rovina” ha una sua genealogia?
Uno dei giochi di prestigio disseminati nel romanzo, stavolta al negativo, è proprio quell’impoverimento di cui parlavo all’inizio. L’Italia è un paese tecnicamente morto, ascensore sociale bloccato, rendite di posizione erose, natalità zero. Non abbiamo mai saputo risorgere dalla Seconda guerra mondiale. Il boom è stato un’illusione collettiva di benessere. La rovina terra terra, la rovina sociale, deriva da lì.

Il fallimento può diventare una forma d’identità, un modo di esistere?
Ogni uomo è un fallito perché morirà. Questo è il piano della rovina metafisica. La religione del protagonista è il rock, e la religione del rock è il fallimento. Falliremo, continueremo a fallire, ma almeno ascoltando una canzone di Lou Reed.
La letteratura e la religione cambiano lo sguardo del protagonista sulla realtà?
Non c’è un reale cambiamento dei personaggi durante il romanzo: detesto cambiamenti troppo repentini, puzzano di pedagogia, di storie per lettori da ammaestrare. In Gioco di prestigio c’è più un disvelamento o, se si preferisce, appunto, un numero d’illusionismo.
E la provincia, che tipo di educazione sentimentale lascia addosso?
La narrazione è alternata: da una parte Roma e il presente, dall’altra Pisa e il passato. Più che un intreccio per il protagonista è un intrico, un viluppo mortale. Il grande lo delude quanto il piccolo, anche se in modi diversi. Non c’è uno scenario felice, tutti i luoghi sono inferni, soprattutto se non ti stacchi dalla bottiglia.
Qual è la magia più difficile?
Per il protagonista sarebbe di sicuro riuscire a scrivere una poesia. Quando lo incontriamo a Castel Sant’Angelo ci sta provando invano da tutta la vita. E forse la vita può essere anche vista così: come una grande distrazione rispetto all’obiettivo prefisso.
Ginevra Barbetti
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