Il nuovo libro di Vincenzo Trione vuole ridefinire il concetto di avanguardia (le recensioni dei suoi allievi)
Per riflettere sul nuovo libro di Vincenzo Trione, dedicato al concetto di avanguardia nell’arte contemporanea, abbiamo raccolto i pensieri di alcuni dei suoi più stretti allievi. Che esaminano il libro da differenti prospettive
Il 9 marzo 2026 all’Università IULM di Milano si è tenuta la presentazione del libro di Vincenzo Trione, Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia (Einaudi, 2025). L’evento è stato organizzato nell’ambito del palinsesto culturale Leonardo alla IULM che ha messo in dialogo temi e linguaggi attuali con l’eredità del pensiero di Leonardo da Vinci in occasione dell’esposizione in Ateneo dei fogli del Codice Atlantico provenienti dalla Biblioteca Ambrosiana (dicembre 2025 – marzo 2026).
Con Vincenzo Trione, Professore ordinario alla IULM, hanno preso parte al talk, dal titolo Nessuna parola caratterizza l’arte contemporanea più di avanguardia, alcuni dei suoi più stretti allievi: Anna Luigia De Simone, Vincenzo Di Rosa, Anna Calise e Alessia Scaparra Seneca. Nel nome di Leonardo, visionario creatore di mondi, il cui spirito d’avanguardia era stato elogiato da Filippo Tommaso Marinetti (nel 1924) come quello del più grande tra i futuristi, l’incontro si è trasformato in una speciale palestra critica. Un laboratorio incentrato sulle questioni più urgenti e sul metodo suggeriti da Rifare il mondo per indagare il presente.
Rifare il mondo. La lettura di Anna Luigia De Simone
All’apparenza, Rifare il mondo è un libro sull’avanguardia, sull’esperienza storica e sui modi attraverso i quali, oggi, l’avanguardia si riattiva “a bassa intensità” attraverso movimentismi, manifesti, collettivismi, ri-locazioni tecnologiche della tradizione pittorica, concerti rock, fashion show, videogame, trasmissioni televisive e gesti barbarici come quelli di Ultima generazione. In realtà, ciò che Rifare il mondo ci fornisce è una bussola, un metodo, per orientarci nel nostro tempo.
Nel cingere d’assedio la figura che indaga da sempre, l’avanguardia, Trione parte dal manifesto dell’Antitradizione futurista di Apollinaire, traendone figure e concetti, poi ricomposti in un personale sillabario per coglierne la lezione.
Così, rifacendoci al suo esempio, potremmo prenderci la libertà di costruire un breve e disordinato sillabario che tenta di svelare alcune costanti del metodo di ricerca dell’autore di Rifare il mondo.

Oggetto. Trione muove sempre da un oggetto: un manifesto, un’opera, un testo, che tende a distruggere e ricostruire. Accerchiandolo, interrogandolo per decifrarne i segni, i segreti, il funzionamento. Frammentandolo per parti e osservandolo nel complesso, così da scandagliarne gli strati, i livelli, i simboli. Ma nelle sue analisi, le opere non sono mai punti di arrivo di ragionamenti, non si limitano a essere testimonianze o documenti che chiariscono qualcosa d’altro. Sono punti di partenza che, per un verso, devono essere osservati dimostrando di “saper vedere” la superficie dell’opera. Per l’altro verso, esigono il coraggio di esprimere giudizi di valore. Per l’altro ancora, saldando autonomia ed eteronomia, chiedono di spingersi oltre, allargando il “campo” d’indagine a un sistema di culture visuali più complesso. Perché, come spiegava Giuliano Briganti, “La storia dell’arte è una cosa in cui è necessario travasare noi stessi e che quindi ci riguarda direttamente tutti: uno specchio in cui si riflettono i motivi più vivi e inquieti del nostro tempo”.
Ossessione. Ogni ricerca ruota intorno ad alcune idee fisse, che potremmo definire ossessioni. In fondo, un approccio permeato dallo stesso spirito che anima l’avanguardia. Ma in Rifare il mondo l’ossessione è proprio l’avanguardia: una parte dell’arte del XX secolo “morta senza mai morire”. Pagina dopo pagina, scopriamo che Trione ha continuato a interrogare l’avanguardia nel corso di tutta la sua ricerca, riannodata e condotta verso nuovi esiti in questo libro. Così, si capisce che quando studiava i “suoi” critici e artisti, tra gli altri, Apollinaire (Il poeta e le arti, 1999) e de Chirico (ad es. in Atlanti metafisici, 2005), esplorava il rapporto tra le arti e la città (Effetto città, Bompiani 2014), inseguiva gli echi dell’Opera interminabile (Bompiani 2019), parlava di Artivismo (Einaudi 2022), protagonista delle sue riflessioni era sempre l’avanguardia. Che, ora, si rivela in questa sorta di opera-mondo che tiene insieme i temi di tanti progetti passati svelando i nessi di una più ampia e complessa indagine.
Lista. Procedere per liste di figure, interpreti, categorie critiche, linguaggi come fossero punti di un manifesto è una caratteristica ricorrente nel lavoro di Trione. Che, anche in questo saggio, se ne serve per delineare cartografie, percorsi espositivi, genealogie. Mappe in grado di orientare i naviganti: noi. Inizialmente, Trione assembla una sorta di Merzbau à la Schwitters. Poi, lascia che questo accatastamento trovi ordine prendendo la forma di una costellazione.
Anche la copertina di Rifare il mondo ricorda questo processo. Somiglia al pannello che, da liceale, l’autore riempiva di ritagli e riflessioni collezionate in giro perché sembravano dare forma ai suoi pensieri. Oggi, allude alla sua ideale scrivania. Qualcuno (Riccardo Venturi) l’ha paragonata a una copertina performance. Ogni volta che interrompiamo la lettura e chiudiamo il libro, il dialogo tra il titolo e l’opera di William Kentridge (To What End, 2019) che la illustra, ci riporta alla domanda di ricerca: Rifare il mondo. To What End.
Residui/Riaffioramenti. Trione è attento ai residui e crede nei riaffioramenti dell’eredità di alcuni spiriti guida (de Chirico su tutti che indica nella memoria la promessa dell’avvenire) o di motivi lontani che si diverte a cogliere in territori distanti nei cortocircuiti della storia. Si pensi ad es. alla mostra Metafisica/Metafisiche (a Palazzo Reale di Milano fino a giugno 2026) che rintraccia i transiti dell’iconografia della Metafisica storica nei linguaggi artistici del XX e XXI Secolo.
Questa volta, in Rifare il mondo, lo ha fatto con le promesse dell’avanguardia rilocate ad es. nella tecnologia, nella moda, nell’attivismo. Un metodo che si rifà a Francesco Arcangeli: all’idea di “tramando per trasmissione e per trasformazione”. Ma anche alle immagini viaggianti di Aby Warburg o all’ecstasy of influence di Jonathan Lethem. È così che ogni opera combina identità e alterità, autonomia ed eteronomia.
Saggio. A differenza delle avanguardie, Trione non si serve della forma manifesto per affermare le proprie idee. Sceglie, invece, un registro saggistico molto personale. Spesso, ritrovando la sua voce nelle riflessioni di altri interpreti e critici, senza celare mai il suo giudizio. Richiamandosi alla tensione politica dell’arte, anzi, condivide la sua esperienza diretta sulle cose, consentendosi, come fa Apollinaire nell’Antitradizione, la libertà di assegnare sempre e a chiunque rose e merde.
Anna Luigia De Simone – Professoressa associata alla IULM
Rifare il mondo. La lettura di Vincenzo Di Rosa
Rifare il mondo non è solo un libro sull’avanguardia, né tantomeno un saggio sui protagonisti di quella stagione intensa e fulminante che ha segnato gran parte dell’arte del secolo scorso. Piuttosto, è un libro che a partire dalle idee e dai concetti sviluppati dall’avanguardia, si interroga sull’eredità di quell’esperienza: su come l’avanguardia continui a riaffiorare, a manifestarsi – magari sotto forme diverse, con obiettivi diversi – nell’arte e nella cultura contemporanea.
In questo corpo a corpo difficile e rischioso con la storia delle avanguardie, la posta in gioco è proprio quella di isolare delle categorie e degli strumenti critici da poter utilizzare per interpretare la produzione artistica contemporanea. Ed è forse questa una delle lezioni più importanti di Rifare il mondo e del suo approccio genealogico. Che appunto interroga il passato non per chiudersi in un filologismo lenticolare, ma per mettere alla prova il presente e per interrogarlo, proprio a partire da una analisi storico-critica.
L’aspetto decisivo del libro, forse, è proprio quello metodologico. Rifare il mondo prova infatti a intrecciare storia e critica d’arte. L’obiettivo dichiarato, sin dalle prime pagine, è quello di esercitare la critica d’arte all’interno della storia dell’arte: fare della storia dell’arte una disciplina che è sempre presa di posizione, che non si adagia sulla storia ma che parte dalla storia, e che quindi può assumersi il rischio e la responsabilità di pensare in maniera non sistematica, di suggerire traiettorie inedite o anche di tralasciarne altre che non sembrano produttive.
Tra i molti temi che si potrebbero approfondire, sembra significativo partire da una parola che forse mette in luce un tratto distintivo delle avanguardie storiche: guerra. È una parola tristemente molto attuale, che ci accompagna ormai da qualche anno, ma che in queste ultime settimane sembra sempre più presente. All’interno di Rifare il mondo la guerra è una sorta di basso continuo, una sorta di rumore di fondo, che però non smette mai di ricordarci una cosa: la guerra sembra essere nel codice genetico dell’avanguardia. E non solo per quanto riguarda gli avvenimenti bellici e l’impegno degli artisti al fronte, ma anche perché l’avanguardia in fondo è stata una sorta di guerra-continua. Nel libro ci sono diverse pagine dedicate a questa idea di guerra-continua che Apollinaire elabora nel suo manifesto dell’Antitradizione futurista: uno scontro perenne e interminabile che anima i protagonisti delle avanguardie – guerra al passato, guerra alla storia, guerra alla tradizione, guerra a ciò che è altro da me, guerra a chi non condivide la mia stessa poetica.
In questo senso anche il destino dell’avanguardia sembra in qualche modo legato a quello della guerra. È un destino che conduce alla propria consumazione, fino a una forma di autodistruzione. Massimo Bontempelli diceva che “gli avanguardisti sono destinati a cadere sul campo di battaglia e sono destinati a farlo perché dietro di loro possa arrivare il popolo dei costruttori”. È quindi un destino tragico quello dell’avanguardia, ma in qualche modo necessario, perché apre le porte a una nuova fase, a nuova stagione, nella quale forse sarà possibile iniziare a costruire qualcosa di nuovo su quelle macerie.
Vincenzo Di Rosa – Assegnista di ricerca alla IULM
Rifare il mondo. La lettura di Anna Calise
Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia èarticolato dall’autore secondo una scansione che richiama, in modo dichiarato, il modello antico delle età dell’uomo raccontate – tra l’VIII e il VII Secolo a.C. – da Esiodo in Le opere e i giorni. Il poema esiodeo, didascalico e morale, organizzava il tempo in una parabola discendente: dall’età dell’oro, perfetta e felice, fino a quella del ferro, segnata da fatica e ingiustizia. Una narrazione che aveva lo scopo di spiegare il presente come esito di un progressivo decadimento.
Trione riprende questa struttura, ma ne rovescia l’esito. Se in Esiodo le età sono la misura di una perdita irreversibile, in Rifare il mondo diventano dispositivi interpretativi, modi per leggere le metamorfosi dell’avanguardia senza ridurle a una semplice cronologia.
L’età dell’oro, per esempio, coincide con la stagione fondativa delle avanguardie, incarnata da Guillaume Apollinaire e Giorgio de Chirico: un momento utopico, di apertura radicale al possibile. Nell’età dell’argento, inaugurata nel libro da Andy Warhol, si avverte uno slittamento: l’arte smette di profetizzare e inizia a riflettere su sé stessa, tra la memoria e il disincanto dell’infanzia. Per Esiodo, questo era il tempo nel quale gli uomini faticano a raggiungere l’età adulta. Nell’età del bronzo, dominata da una tensione quasi autodistruttiva, l’avanguardia sembra consumarsi nel proprio slancio, fino a essere riassorbita dal mercato. E tuttavia, in Rifare il mondo, questa crisi non è mai definitiva.
La parabola di Trione, a differenza di quella di Le opere e i giorni, non è una parabola discendente. La tensione morale – comune a Esiodo – sopravvive, ma senza sfociare nel pessimismo. Le età dell’avanguardia non segnano una caduta, bensì una serie di trasformazioni, spesso simultanee. Non sono infatti rigidamente cronologiche: si sovrappongono, si contaminano, attraversano geografie e linguaggi diversi. Più che periodi storici, sono “destini” dell’avanguardia.
Da questo punto di vista, resta aperta una domanda: come si rapportano queste età “sovrastoriche” con le condizioni materiali della storia? Esiodo nominava metalli – oro, argento, bronzo, ferro – evocando strumenti concreti, legati al lavoro e alla costruzione del mondo. Trione, invece, sembra muoversi su un piano più simbolico, meno ancorato alle tecnologie che hanno effettivamente trasformato le pratiche artistiche.
È qui che emerge, quasi in controluce, il tema del digitale. Presente nel libro attraverso esempi come le sperimentazioni di Hockney, i videoclip, i videogame o i musei virtuali, il digitale appare però marginale, come se non fosse pienamente integrato nella logica dell’avanguardia. Eppure, proprio perché ridefinisce gli strumenti della produzione e della fruizione artistica, esso potrebbe rappresentare una nuova “età materiale”, capace di incidere profondamente sui modi di immaginare il futuro.
Forse, allora, la questione non è stabilire se il digitale appartenga o meno all’avanguardia, ma capire come le sue condizioni tecniche stiano già trasformando, silenziosamente, i destini dell’arte. In questo spazio di tensione tra modelli antichi e scenari contemporanei, il libro di Trione continua a interrogare il presente, più che a chiuderlo in una formula.
Anna Calise – Assegnista di ricerca all’Università di Pavia
Rifare il mondo. La lettura di Alessia Scaparra Seneca
Leggendo Rifare il mondo, ci si imbatte nell’esperienza del Bloomsbury Group, la cui presenza non è affatto marginale. Al contrario, l’inserimento di Bloomsbury in un libro dedicato alle avanguardie rappresenta un’operazione significativa: pone le basi per una sua ricontestualizzazione, mettendola in relazione con il proprio tempo e con le dinamiche culturali del Novecento. In questo modo, il gruppo viene sottratto a una lettura isolata e rivisto alla luce delle tensioni che attraversano le avanguardie.
A partire dal titolo del capitolo, Fare insieme, che richiama una dimensione collettiva, emerge subito la problematicità dell’identità di gruppo. Bloomsbury non è un movimento organizzato: non ha manifesti né un’estetica compatta e militante. Eppure, partecipa al clima delle avanguardie e, per certi aspetti, anticipa sensibilità che emergeranno pienamente solo nelle generazioni successive.
La sua specificità risiede in una tensione interna: da un lato il rifiuto di uno statuto formale di gruppo, dall’altro la condivisione di valori comuni. Antinazionalismo, antimperialismo e centralità dell’individuo costituiscono il nucleo che tiene insieme una costellazione eterogenea di personalità. Non esiste un vero leader: sebbene Roger Fry svolga un ruolo centrale nella diffusione del post-impressionismo in Inghilterra e sia definito da Virginia Woolf “il leader dei ribelli”, accanto a lui si affermano figure come Keynes, la stessa Woolf, Vanessa e Clive Bell. Più che un gruppo unitario, Bloomsbury appare dunque come una rete di individualità.
Pur non costruendo un’estetica militante né cercando lo scontro polemico, Bloomsbury agisce come una forza di rinnovamento. Come ricorda Keynes, la loro azione è una ribellione al vittorianesimo, sia sul piano etico che estetico: alla cultura moralistica e nazionalista oppongono una modernità cosmopolita e aperta all’Europa.
Spesso accusati di snobismo e disinteresse verso il proprio tempo, i membri del gruppo mostrano invece un forte impegno culturale e politico. Le riflessioni di Keynes e Leonard Woolf mettono in discussione l’ordine imperiale britannico e si aprono a una prospettiva internazionale. In questo quadro si inserisce anche l’antibellicismo del gruppo: l’opposizione alla guerra e l’obiezione di coscienza diventano parte integrante di una visione che intreccia estetica e politica, opponendosi al patriottismo e promuovendo un’idea sovranazionale di civiltà. La loro posizione pacifista si pone così in stretto legame con la ricerca di un’arte in cui tutte le parti di un’opera siano in armonia creativa.
Esperienze come gli Omega Workshops, che Trione cita come esempio di “fare insieme”, mostrano concretamente questo intreccio tra arte, vita e impegno, così come i modelli di convivenza sperimentati dal gruppo mettono in discussione le convenzioni sociali dell’epoca.
Bloomsbury si configura, allora, come un’avanguardia atipica: priva di compattezza formale, ma capace di incidere profondamente sulla cultura del suo tempo e di anticipare sviluppi futuri. In questa prospettiva, la scelta dell’autore invita a porci una domanda: è possibile, alla luce di esperienze come quella di Bloomsbury, ripensare i confini dell’avanguardia?
Alessia Scaparra Seneca – Ph.D in Visual & Media Studies alla IULM
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati