Come cambia la narrativa nell’epoca contemporanea?
In un panorama creativo sempre più dominato da virtualità e IA, chiedersi se la scrittura e il romanzo possano essere ancora attuali è più che legittimo. Andiamo alle radici di un processo in atto da diversi decenni
Con l’avvento delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, la narrazione ha smesso di essere un prodotto finito per diventare un processo, il testo non è più il luogo centrale del racconto, ma uno dei suoi possibili stati.
Sto divorando le oltre cinquecento pagine di Letteratura italiana dal 1895 a oggi, a cura di Giuliana Benvenuti, docente di letteratura contemporanea all’Università di Bologna. Perché dal 1895? Perché è l’anno simbolico dell’invenzione del cinema. Il fatto che io lo stia leggendo con impegno non implica che lo condivida integralmente. Non capisco, ad esempio, come mai non venga nemmeno citato Il male oscuro di Giuseppe Berto, una delle opere centrali della letteratura degli Anni Sessanta, o Porci con le ali, libro discutibile ma fondamentale per comprendere la letteratura giovanile della fine degli Anni Settanta. La nostra pedagogia continua a confondere troppo spesso lo studio con la celebrazione.
Ciò detto, il lavoro è notevole: da un lato illumina un tratto di storia letteraria poco esplorato, dall’altro aiuta a comprendere come, in questi anni, la letteratura non possa più essere separata dall’immagine, dal cinema, dalla televisione e del digitale
Letteratura e immagine: un legame ormai indissolubile
Quanto del successo de Il nome della rosa di Umberto Eco è dovuto al testo, e quanto al film di Jean-Jacques Annaud? E il caso Andrea Camilleri, che si sviluppa come una vera e propria partita a tennis tra scrittura e televisione? Si pensi alla traiettoria Simenon–Cervi–Camilleri–Montalbano, iniziando con il testo asciutto e intimista di Georges Simenon, che attraverso Camilleri si carica di barocchismo e centralità gastronomica, passando per l’interpretazione televisiva di Gino Cervi, per poi rispecchiarsi nei romanzi siciliani di Camilleri, fino al ritorno a una maggiore modernità con il Montalbano televisivo di Luca Zingaretti. Si tratta di un vero e proprio processo aperto e circolare di adattamento intermediale. Ogni nuovo medium non si limita a trasporre il precedente, ma lo rielabora attivamente, producendo nuove caratteristiche del personaggio. Un’idea che richiama, ampliandolo, il concetto di “opera aperta” di Eco e quello di “remediation” teorizzato da Jay David Bolter e Richard Grusin.
La letteratura oltre il romanzo
Leggendo l’opera di Benvenuti emerge chiaramente come quella magnifica fusione tra romance e novel — che ha prodotto circa duecento anni straordinari di storia del romanzo — rappresenti in realtà solo una parentesi nella millenaria storia della narrazione. Negli ultimi due secoli il romanzo è stato la forma dominante della letteratura occidentale. Eppure, una concezione della narrativa centrata esclusivamente su di esso rischia di tagliarci fuori sia dal passato sia dal futuro.
Per millenni la letteratura è stata orale, fondata su strutture formulaiche, non è un caso che le fiabe inizino con “c’era una volta”. Anche dopo l’invenzione della scrittura, la narrativa ha continuato a vivere nell’oralità, dalle chansons de geste alle saghe nordiche, fino alle ballate e ai racconti popolari. Il linguaggio formulaico favoriva la memorizzazione e fissava i topoi, ma limitava le possibilità espressive. Senza civiltà urbane, senza filosofia e senza tradizione satirica, probabilmente il romanzo non sarebbe mai nato.
La letteratura oltre la scrittura
È stata la scrittura ad aprire le porte allo sviluppo delle forme creative. Eppure, la stessa nasce sotto sospetto. Nel Fedro, Platone individua limiti che oggi riemergono con forza, i testi scritti non sanno rispondere, non distinguono tra interlocutori, non possono interloquire. Ciò nonostante, grazie alla sua capacità di conservare e, con la stampa, di diffondere, la scrittura si impone come tecnica dominante nella lunga storia della narrazione, raggiungendo il suo apice nei due secoli del romanzo.
Le cose cambiano radicalmente dagli Anni Ottanta, con l’ingresso della “videosfera” nel panorama semantico della letteratura. Il cinema ha reso il sogno letterario collettivo; con i fotoromanzi prima, la televisione e il personal computer poi, quel sogno è entrato nelle case, diventando quotidiano e intimo.
Il ruolo dell’IA nella narrativa contemporanea
L’intelligenza artificiale segna un passaggio ulteriore, non si limita a raccontare sogni, ma li genera, li adatta, li modella su chi guarda. Se la televisione distribuiva sogni, l’IA tende a produrli su misura. Non più soltanto spettatori, ma partecipanti di un immaginario che prende forma in tempo reale. In questo scenario, la scrittura in prosa viene spesso ridotta a palinsesto o sceneggiatura, finalizzata alla produzione dell’immagine. “Vedere è sapere”, scrive Lucia Quaquarelli, definendo l’era della visibilità totale.
La narrazione tra presenza e virtualità
Parallelamente oggi, soprattutto la poesia manifesta un forte bisogno di voce e presenza, per sottrarsi alla tradizione e all’avanguardia modernista: reading, performance, incontri dal vivo. Scrittori, filosofi, scienziati, psicologi, critici affollano teatri e festival in una dimensione quasi fisica di confronto con il pubblico.
Il testo vive sempre più come canovaccio per ecosistemi multimediali: libro, film, teatro, serie TV, reading, performance. Ecco perché, superata la stagione della transavanguardia e del postmodernismo, la critica fatica a individuare correnti o movimenti coerenti, non perché manchino gli autori, ma perché manca una missione condivisa.
Le piattaforme narrative del futuro saranno sempre meno le pagine scritte — su carta o digitale — e sempre più altre forme: videogiochi, Produzioni audiovisive, pratiche di co-creazione, giochi di ruolo (come Dungeons & Dragons), performance dal vivo che riempiono festival e teatri, scrittura visiva dei social e dei fumetti. E l’IA che si avvicina ad essere un vero e proprio dream maker.
Il ruolo dell’arte e del linguaggio
Alla fine di questo percorso, sembra riemergere la posizione di Georg Wilhelm Friedrich Hegel: l’arte esprime l’assoluto in forme sensibili, ma le verità più profonde appartengono al pensiero concettuale. L’arte mostra, ma non pensa fino in fondo. In questo quadro, la scrittura — strumento principe del pensiero — sembra ritirarsi nell’ambito della saggistica abbandonando ad altre tecniche la produzione artistica. Ma la riduzione del ruolo della scrittura non coincide con la fine dell’arte. Il linguaggio resta decisivo. Ha ragione Massimo Cacciari quando sostiene che la grande poesia è un vero e proprio anti-Platone, il linguaggio possiede una potenza originaria. Noi non usiamo semplicemente il linguaggio, siamo nel linguaggio. E la poesia, più di ogni altra forma, continua ad aprire questa dimensione.
Domenico Ioppolo
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