Raccontare la modernità italiana. Gio Ponti e Milano

Un volume tascabile ripercorre l’eclettica carriera del geniale architetto e designer attraverso i progetti per la sua città: Milano. Aspettando la retrospettiva parigina su Ponti, al Musée des Arts décoratifs dal 19 ottobre, abbiamo letto il nuovo libro pubblicato da Quodlibet.

Gio Ponti e Milano. Guida alle architetture 1920-1970 (Quodlibet, Macerata 2018). Courtesy Quodlibet. Photo a colori © Paolo Rosselli - Disegni e photo in bianconero © Gio Ponti Archives
Gio Ponti e Milano. Guida alle architetture 1920-1970 (Quodlibet, Macerata 2018). Courtesy Quodlibet. Photo a colori © Paolo Rosselli - Disegni e photo in bianconero © Gio Ponti Archives

Se ancora si può parlare di “padri dell’architettura moderna” in tempi di pluralismo culturale e di anti-critiche riabilitazioni, Gio Ponti rientra certamente nella categoria. Poliedrico, contraddittorio, indefinibile, l’architetto milanese ha tutti i connotati della variante nostrana dell’eroe del Moderno. Come molti suoi coetanei, mosse i primi passi nel fervore culturale delle avanguardie italiane degli Anni Venti e Trenta, adottando nel corso della sua lunga carriera prima un ojettiano gusto Novecento, poi un pacato Razionalismo, in seguito un colorato Moderno. Fino a un curioso manierismo per la facciata, anticipatore di tanti sviluppi postmoderni successivi. Nel corso della sua lunga ed eclettica carriera, non solo progettò decine di edifici, ma fu designer, scenografo, artigiano, disegnatore, pittore, giornalista, curatore e divulgatore culturale. In questo fu precursore di una figura prettamente italiana, quella “dell’architetto tuttofare”, di Ernesto Nathan Rogers, Vittorio GregottiAldo Rossi e Paolo Portoghesi.

I 36 PROGETTI DI PONTI PER MILANO

Di certo non è un caso che a scrivere la prefazione del nuovo volume Gio Ponti e Milano (a cura di Paolo Rosselli e Salvatore Licitra, Quodlibet, 2018) sia stato chiamato Stefano Boeri. In questo erede di Ponti, Boeri è il più camaleontico degli architetti italiani: si muove infatti tra la sua disciplina, la politica, lo spettacolo, l’università e l’editoria. Con termini social come “pack urbano” o “preview interna” e riferimenti cinematografici, l’architetto introduce in poche pagine una guida tascabile che illustra uno a uno i trentasei (sic!) progetti realizzati da Ponti nella sua città natale. “Illustra” è qui il verbo più adatto, dal momento che di ogni edificio sono mostrate più che altro fotografie, accompagnate da qualche pianta e da concise descrizioni di Lisa Licitra Ponti. La redattrice e curatrice, oggi novantaseienne, ha passato la sua vita al fianco del padre, soprattutto nella redazione di Domus, e ha dedicato gli ultimi anni alla conoscenza e alla diffusione del titanico lavoro paterno. I suoi impersonali e stringati testi – per alcuni progetti ci si limita a due frasi: anno e descrizione fisica – non possono tuttavia che contrastare con la verbosità dell’architetto, che non esitava a esprimere le sue idee e i suoi principi in riviste, libri e giornali.

Gio Ponti e Milano. Guida alle architetture 1920-1970 (Quodlibet, Macerata 2018)
Gio Ponti e Milano. Guida alle architetture 1920-1970 (Quodlibet, Macerata 2018)

UN LAVORO DI FAMIGLIA

Alle teorie che sostenevano la geniale produzione pontiana (la casa all’italiana, la pianta aperta, la facciata in ceramica, il concetto di superficie, il diamante) si fa infatti solo un veloce accenno. Non poi così grave in una guida tascabile su un determinato ambito geografico, si potrebbe ribattere. Peccato solo che, in Gio Ponti e Milano, anche il legame con la città sia confuso. Perché Ponti è uno dei grandi coreografi della Milano moderna? In che modo la sua architettura si lega ai circoli culturali milanesi? In cosa si esprime la milanesità dei suoi progetti? Domande, queste, che il volume lascia aperte. Eppure la guida è, va detto, un vero e proprio lavoro familiare: oltre ai testi della figlia Lisa, l’opera è a cura di Salvatore Licitra, nipote di Gio Ponti e direttore dell’archivio omonimo, mentre le fotografie sono di Paolo Rosselli, figlio di Alberto, storico socio dell’architetto nonché suo genero. Persone quindi, che di Ponti, delle sue idee, dei sui progetti e del suo rapporto con la città hanno un’esperienza diretta e personale ‒ sebbene, purtroppo, non emerga dalle pagine del volume.

UN’ELEGANTE RACCOLTA FOTOGRAFICA

Se quindi Gio Ponti e Milano è, a discapito della dicitura in copertina, difficilmente annoverabile nella categoria delle guide di architettura, rimane, nonostante questo, un’elegante raccolta fotografica. Ogni opera è infatti attentamente documentata dall’occhio esperto di Rosselli, che dopo i lavori su Terragni, sul Novartis Campus di Basilea e sui maggiori protagonisti dell’architettura contemporanea, si rivolge stavolta a uno dei creatori della modernità milanese. In un periodo nel quale l’opera di Ponti è celebrata in tutto il mondo – per il 19 ottobre è fissata l’apertura della grande mostra Tutto Ponti, Gio Ponti archi-designer, al Musée des Arts décoratifs di Parigi – il libro è un’ulteriore, piccola testimonianza dell’incredibile varietà di uno tra gli architetti più interessanti del XX secolo. E un invito, come diceva lui stesso, ad amare un Paese – e quindi una città – fatta “metà da Iddio e metà dagli architetti”.

Leonardo Lella

Paolo Rosselli e Salvatore Licitra (a cura di) ‒ Gio Ponti e Milano. Guida alle architetture 1920-1970
Quodlibet, Macerata 2018
Pagg. 272, € 22
ISBN 9788822900111
www.quodlibet.it

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AutoreGio Ponti
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Leonardo Lella
Leonardo Lella è architetto, curatore e redattore di architettura. Dopo gli studi tra Roma, Amburgo, Monaco e l’America Latina si è trasferito a Venezia, dove dal 2018 lavora per la Biennale di architettura. Fin dai primi anni di università si è interessato all’editoria e alla curatela di mostre di architettura, lavorando per diversi anni nella redazione della rivista tedesca Baumeister e contribuendo a pubblicazioni tra cui “Francis Kéré: Radically Simple” (a cura di A.Lepik, Hatje Kanz, 2017). Ha scritto per Baumeister, Stein, Garten+Landschaft, Restauro e ha curato la mostra “Ritual und Abstraktion” (TUM, Monaco di Baviera, 2018). Dal 2018 scrive per Artribune.