Urina, feci, peli, sperma… I residui del corpo, a partire dagli Anni Sessanta, sono stati protagonisti di opere d’arte provocatorie e storiche. Pino Boresta racconta questa storia, ma soprattutto la sua storia.

Se guardando i residui corporei di Boresta inevitabilmente viene in mente Manzoni, Acconci, o quanti nella storia dell’arte hanno usato materiale biologico per dare forma all’opera, o anche solo per ‘condirla’, aggiungerei un altro aspetto che è il tempo. Le tracce di sperma, i peli, le unghie e annessi vari sono infatti un vero e proprio autoritratto di Boresta nel tempo. Meglio, un autoritratto essenziale, informe e disturbante, come del resto è tutto il suo lavoro.
Raffaele Gavarro

Era il 1961 quando Piero Manzoni, artista italiano, realizza novanta scatolette con un’etichetta identificativa, tradotta in quattro lingue (italiano, francese, inglese e tedesco), con la scritta “Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale”.
Era il 1961 quando Hermann Nitsch, artista austriaco, esegue i suoi primi Schüttbilder, opere realizzate gettando colore e sangue sulla tela.
Era il 1966 quando Mary Barnes, artista e scrittrice inglese che soffriva di schizofrenia, dipinse le prime opere sul muro con le sue stesse feci.
Era il 1968 quando Otto Mühl, artista austriaco, nella performance Piss Action urina davanti al pubblico.

Piero Manzoni, Merda d'artista, 1961
Piero Manzoni, Merda d’artista, 1961

Era il 1969 quando Günter Brus, artista austriaco, nella performance Citizen Brus Looks at his Own Body si taglia il fianco sinistro, piscia e beve la sua urina, vomita, defeca e si strofina il corpo con i suoi escrementi. Infine, si sdraia su un tavolo e si masturba.
Era il 1969 quando Rudolf Schwarzkogler, artista austriaco, durante una performance decide di togliersi un po’ alla volta piccoli lembi di pelle. La performance non verrà mai portata a termine a causa del forte dolore fisico. Qualcuno sostiene che sarà questa azione a portarlo al suicido lanciandosi dalla finestra della sua camera da letto.
Era il 1971 quando Vito Acconci, artista italo-americano, compie la sua performance Seedbed dove, in una stanza apparentemente vuota, nascosto sotto le assi del pavimento in legno si masturba.
Era il 1971 quando Judy Chicago, artista statunitense, realizza la sua opera Red Flag, una fotolitografia che immortala il gesto quotidiano di molte donne mentre rimuovono un tampone mestruale.

Gina Pane, Azione Sentimentale, 1973
Gina Pane, Azione Sentimentale, 1973

Era il 1973 quando Gina Pane, artista francese vissuta in Italia, nella performance Azione Sentimentale porta con sé un bouquet di rose rosse dal quale stacca le spine e le conficca una dopo l’altra nelle sue braccia. I rivoli di sangue andranno a macchiare il vestito bianco.
Era il 1975 quando Carolee Schneemann, artista statunitense, nella sua performance Interior Scroll, estraendolo dalla vagina legge uno stretto e lungo rotolo di carta.
Era il 1982 quando Maria Evelia Marmolejo, artista colombiana, compie una performance nella quale lascerà sgocciolare il suo sangue mestruale liberamente su dei supporti precedentemente distesi sul pavimento. Chiamerà questa performance 11 marzo.
Era il 1989 quando Andres Serrano, artista statunitense di origine afrocubana, dopo una serie di tentativi andati a vuoto, riesce a escogitare un metodo per fotografare lo schizzo di sperma di una sua masturbazione intitolando la serie Ejaculate in Trajectory.
Era il 1991 quando Marc Quinn, artista britannico, realizza Self, una scultura della sua testa con 4,5 litri del suo stesso sangue congelato. Ha dichiarato che realizzerà un busto di se stesso ogni cinque anni per documentare le fasi del suo invecchiamento.

Marc Quinn, Self, 1991
Marc Quinn, Self, 1991

Era il 1992 quando Orlan (pseudonimo di Mireille Suzanne Francette Porte), artista francese, a seguito della sua Sesta Operazione conserva i resti e gli scarti della manipolazione dei tessuti del suo viso che verranno serbati in teche come dei reliquiari.
Era il 1994 quando Martin Von Ostrowski, artista tedesco, dipinge il ritratto di Hitler utilizzando i suoi escrementi. Mentre nel 2008 cambia tecnica e comincia a dipingere con lo sperma (suo e dei suoi amici). Lui stesso stima che per produrre una sola opera sia necessario il liquido seminale di circa quaranta eiaculazioni.
Era il 1996 quando Gilbert & George, un duo di artisti britannici (all’anagrafe Gilbert Prousch e George Passmore) realizzano l’opera Blood Tears Spunk Piss, un grande fotomontaggio nel quale, con l’uso del microscopio, riproducono i loro quattro principali fluidi corporei: sangue, lacrime, sperma e urina.
Era il 1999 quando Franko B, artista italiano, esegue per la prima volta la performance I miss you. Camminando su e giù per una passerella, gocce del suo sangue colano su una tela distesa sotto i suoi piedi trasformandola in un dipinto.
Era il 2000 quando Wim Delvoye, artista belga, presenta per la prima volta un macchinario che, riempito di cibo, dopo una sorta di “digestione”, produce feci. Chiama questa installazione Cloaca.
Era il 2005 quando Cesare Pietroiusti e Paul Griffiths, artista italiano il primo e britannico il secondo, ingeriscono una banconota ciascuno e, una volta evacuate e ripulite, sono consegnate a chi precedentemente se l’era aggiudicate durante un’asta denominata Eating Money.

Franko B, I miss you, 1999
Franko B, I miss you, 1999

L’arte è follia, ma è la nostra follia all’interno della quale probabilmente cerchiamo di giustificare la nostra esistenza. Credo che una delle paure più grandi di ogni vero artista sia quella di morire nell’incertezza di non aver contribuito a riempire almeno un po’ quel vuoto che dietro di noi lasciamo quando dipartiamo. Noi siamo le decisioni che prendiamo, e se ci facciamo condizionare troppo dagli altri è molto probabile che finiremo per fare scelte sbagliate. Un’altra cosa è invece l’inspirazione che sboccia dentro di noi in virtù di qualcuno che ti indica la strada più giusta da intraprendere. Non si può lasciare che la vita ti scorra sopra senza che tu neanche te ne accorga, bisogna dare ascolto alle proprie intuizioni anche quando queste sembrano insolite, bizzarre o addirittura pazze, perché poi arriva il giorno in cui la verità (che il più delle volte non è dove la cercavi) ti si rivela, e allora capisci, o almeno credi di capire. Io non so se questo sia il modo più giusto per vivere, ma ho capito che è così che voglio vivere.

Pino Boresta, Sperma su tessuto, 1995-96
Pino Boresta, Sperma su tessuto, 1995 96

LO SPERMA COME MEDIA PITTORICO

Era il 1987 quando, in un periodo di sperimentazione con varie tecniche pittoriche, mischiavo per la prima volta i colori a olio, oltre che con sabbia di mare, anche con il mio sperma.
Era il 1988 quando, come forma d’autentica sul retro della mia serie di dipinti denominati Tovaglioli, inizio a incollare una ciocca di miei capelli e vi faccio essiccare lo sperma di una eiaculazione che mi procuro masturbandomi.
Era il 1990 quando incomincio a conservare in vari contenitori i miei capelli, unghie, peli e residui ombelicali.
Era il 1994 quando, scoprendo la bellezza dell’alone del liquido seminale essiccato su stoffa, inizio a realizzare con lo sperma opere su pezze di cotone. In seguito queste tracce saranno affiancate da alcune scritte e relitti di rapporti sessuali.
Era il 2012 quando, a causa di un’operazione chirurgica, sono costretto a smettere improvvisamente la realizzazione di opere con il mio liquido seminale.

Pino Boresta, Unghie, 2003-06 e 2003-12
Pino Boresta, Unghie, 2003-06 e 2003-12

Il mio progetto Residui Corporei nasce in prima istanza come forma d’autentica per la serie di lavori che chiamo Tovaglioli. Sono una sorta di dipinti giovanili sul quale retro incollavo una ciocca dei miei capelli oppure un’unghia, e vi facevo essiccare lo sperma di una eiaculazione che mi ero procurato masturbandomi. Intendevo in questo modo garantire con una mia traccia biologica, e quindi con il mio DNA, che quell’opera era inequivocabilmente del sottoscritto. In quel periodo, pur essendo totalmente sconosciuto, ero comunque ossessionato dalle molte opere false che venivano scoperte. Non ve ne era ragione, ma si sa che gli artisti fanno cose strane spesso senza sapere neanche loro il perché, o almeno a me accadeva così. Precedentemente, in un periodo di sperimentazione con varie tecniche pittoriche, avevo mischiato i colori, oltre che con sabbia di mare (con la quale ho realizzato anche alcuni tovaglioli), anche con lo sperma. In seguito scoprii che sul retro di quei tovaglioli lo sperma, una volta essiccato, formava un alone che mi piaceva. Così incominciai a far asciugare su alcune pezze di cotone lo sperma recuperato di più masturbazioni. Si formavano strane mappe che inizialmente ricalcavo con un pennino a china, poi solo a matita e alla fine decisi che erano perfette così e non dovevo intervenirvi in nessun modo. Successivamente incominciai a non sovrapporre più lo sperma delle diverse eiaculazioni, ottenendo una traccia per ogni masturbazione, da qui l’idea, dopo alcune opere, di affiancare alla macchia una scritta a matita (poi a penna) dell’ora, del giorno, del mese, dell’anno dell’orgasmo ottenuto a seguito di quella eiaculazione. Più tardi aggiunsi anche il numero progressivo della masturbazione.

Pino Boresta, Sperma su tessuto, 1999
Pino Boresta, Sperma su tessuto, 1999

Dovete sapere che, tra le mie molteplici manie al limite dell’autismo, vi è pure quella di aver mantenuto il conto di tutte le volte che mi sono masturbato e delle volte che ho raggiunto l’orgasmo facendo all’amore, e non solo questo, ma il resto lo scoprirete quando svanirà in me anche quel briciolo di pudore che ancora mi resta. A un certo punto ho cominciato a incollare accanto alla traccia di sperma anche i relitti dei rapporti sessuali, cioè il preservativo utilizzato e più tardi anche la bustina che lo conteneva. Ho realizzato queste opere su diversi supporti e tessuti, non ultimi alcune fasce che mia madre aveva conservato, e che aveva usato per me quando ancora non esistevano i pannolini, ma nel 2012 ho dovuto smettere improvvisamente. Accadde che una stenosi del collo vescicale dell’uretra (di cui ho parlato anche in questo mio lavoro di Web Art del 1999), a un certo punto mi impedì totalmente la minzione. Fui così costretto a eseguire un intervento chirurgico denominata TURP (resezione transuretrale della prostata) che mi ha determinato una eiaculazione retrograda perenne, e quindi il liquido seminale non venendo più espulso verso l’esterno ha reso impossibile per il resto della mia vita la realizzazione di queste opere con il mio sperma, oltre a rendermi praticamente sterile, ma grazie a Dio avevo già fatto centro ben tre volte.

Pino Boresta, Capelli, 1990-93 e 2018-21
Pino Boresta, Capelli, 1990-93 e 2018-21

UNA MOSTRA NO E UNA MOSTRA SÌ

Il primo episodio imbarazzante che ricordo riguardo questi lavori accadde intorno a metà degli Anni Novanta, credo fosse il 1996. Cercavo disperatamente una galleria dove poter esporre e mostrare la mia ricerca. In quel periodo Cesare Pietroiusti era uno degli amici artisti che più frequentavo, e incontravo spesso anche la moglie Carolyn Christov-Bakargiev, che in realtà avevo conosciuto prima di lui. Ed è proprio a lei che domandai se potesse consigliarmi una galleria dove presentare il mio lavoro. Carolyn mi propose di andare da Maria Colao della galleria Primo Piano, e si offerse di avvertirla. Fu così che il giorno che mi presentai al cospetto di Maria Colao, tra le diverse sperimentazioni artistiche che avevo già intrapreso decisi sventuratamente di proporgli proprio una mostra sui Residui Corporei e quindi anche degli sperma essiccati su pezze di cotone, alcuni dei quali portai addirittura a fargli vedere.
La presentazione non riscosse il successo sperato, men che meno quando mi cimentai nella descrizione di come quel tipo di opere fossero state realizzate. Insomma, la scelta si rivelò la peggiore che potessi fare, e francamente non ricordo neanche cosa mi disse; forse qualche cosa del tipo che non era il genere di opere d’arte che gli interessavano, ma fu di pochissime parole, sia lei che il critico Roberto Terrosi, che mi sembra di ricordare fosse presente all’incontro. Con il senno di poi, pensando agli artisti e alla luce delle opere che in genere Maria presentava nella sua galleria, toppai alla grande, anche se, ancora oggi, mi rimane il dubbio sul fatto che sarebbe potuta andare diversamente, perché dopo il mio incontro fece un paio di mostre con opere di artisti la cui ricerca artistica si accostava alla mia. Ma quel giorno andai via nella certezza di aver sbagliato tutto quello che era possibile sbagliare, tanto è vero che si era solidificato nell’aria una sorta di imbarazzo tale che sarebbe stato possibile tagliarlo con un coltello. Per cui non mi rimase altro che arrotolare le mie stoffe con i residui corporei che infilai sotto il braccio, inforcare il manico della mia grande cartellina nera, salutare e andare via a schiena dritta ma a testa bassa. Quando raccontai l’accaduto a Cesare, lui per consolarmi mi propose di fare una mostra a casa sua, ma io chissà per quale motivo rifiutai. Probabilmente ancora troppo scoraggiato dall’accaduto, avevo in mente la galleria come luogo principe e ideale per una mostra.

Martin Von Ostrowski, Hitler, 1994
Martin Von Ostrowski, Hitler, 1994

In seguito, la mia visione in merito si ampliò. Riuscii comunque a esporre il mio progetto di Residui Corporei qualche anno dopo, nel 1998 a Bologna alla galleria Il Graffio di Anteo Radovan. Misi su un’installazione piuttosto minimale dove in bauletti di legno, poggiati su delle mensole, anche esse di legno, esponevo i miei capelli, le mie unghie e i miei peli e residui ombelicali. Ogni bauletto era affiancato da piccole foto che mostravano il taglio e il recupero dei residui corporei. Su una delle pareti della galleria, incorniciata e appesa, vi era anche una pezza con tracce datate del mio sperma, e in basso poggiato sul pavimento un televisore con lo schermo rivolto quasi totalmente verso la parete, ma dalla quale si poteva sbirciare il video dove masturbandomi raccoglievo il mio liquido seminale. Anteo mi raccontò che l’installazione di per sé non generò grossi scandali, ma giusto qualche momento di imbarazzo, come quando venne a visitare la mostra un prete che, accorgendosi del video, chiese a lui spiegazione.
Ecco cosa scrisse nel 1998 Bartolomeo Pietromarchi nel testo critico che accompagnava la mostra: “Attraverso questa operazione veniamo trasformati in voyeuristi non di una singola azione ma di una intera esistenza, posti di fronte ad una cruda rappresentazione documentaria delle azioni e ad uno spoglio feticismo del residuo. Il gesto, come quello della masturbazione ripetuto innumerevoli volte nel video che lo documenta, non ha più il carattere della provocazione fine a sé stessa, cara ad un certo tipo d’avanguardia storica, ma diventa un ‘gesto continuo’ e documentato. Così l’evento perde la sua unicità ed esemplarità per divenire invece soggetto ad un fattore tempo che ha la caratteristica della ripresa diretta e continua in tempo reale e la forma di una pretesa oggettività informativa. Per l’oggettività e la consapevolezza dell’informazione al nostro occhio è permesso penetrare in ogni angolo di una sfera nascosta violandone l’intimità. L’operazione trova riscontro con il diffondersi delle ‘live cameras’ su Internet, una sorta di spioncini sul mondo, che trasmettono 24ore su 24 in diretta a milioni di spettatori immagini di qualche angolo recondito del pianeta e che ha visto recentemente una giovane ragazza inglese accettare un contratto da una televisione privata per farne mettere una nella sua camera da letto. Eliminando completamente la barriera che delimita la sfera privata da quella pubblica”.

Rudolf Schwarzkogler, Azione, 1965
Rudolf Schwarzkogler, Azione, 1965

IL GRANDE FRATELLO

Era il 2000 quando Cristina Plevani e Pietro Taricone, durante la prima edizione del reality show Il Grande Fratello, in diretta televisiva stream, se pure dietro una tenda, consumano il loro primo rapporto sessuale. Fu così superata quella barriera che delimitava la sfera privata dalla sfera pubblica.

IL CORPO DI PINO BORESTA

All’inizio di quest’anno, dopo ben ventitré anni, ho deciso di riproporre questa mia ricerca artistica alla galleria Micro Arti Visive di Paola Valori in una mostra dal titolo Il corpo di Boresta, dove oltre a riproporre l’installazione esposta a Bologna ho allestito molte altre opere creando un percorso piuttosto esaustivo dell’evoluzione di questi lavori per me importanti. Purtroppo, a causa della situazione pandemica, abbiamo dovuto interrompere la mostra anzitempo e rimandarla a tempi e luoghi più consoni, anche se non è detto che questo avverrà mai, ma io ho imparato a scrollarmi di dosso sfortuna e difficoltà, così come fa il cane bagnato per mandar via l’acqua dal pelo. Molto meglio è andata invece la mostra precedente, Boresta a servizio, sempre del ciclo di mostre Il Boresta che non ti aspetti, nella quale abbiamo dato vita, insieme al curatore e alla gallerista, a una serie di performance intitolate Serve! Boresta che hanno avuto molto successo, ma del quale vi parlerò un’altra volta, e come sapete io mantengo sempre le promesse. Vi lascio quindi parafrasando qualcuno che riconoscerete facilmente: “Siate affamati e siate folli, sempre! Con me o senza di me”.

– Pino Boresta

www.pinoboresta.com

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AutorePino Boresta
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Pino Boresta
Pino Boresta nasce Roma e vive a Segni (Roma). Sulla scia di valori dei Situazionisti, di cui condivide impostazioni e finalità, realizza un’arte fatta di coinvolgimenti a tutto tondo, di se stesso e dei fruitori consapevoli o inconsapevoli delle sue opere. L’ambito privilegiato in cui interviene è la città. La ricerca dell'artista romano è fatta di domande, di provocazioni, di gioco, di sollecitazioni e di valorizzazione di dettagli insignificanti. Il suo lavoro cerca di scuotere gli animi e stimolare le riflessioni dalle anonime presenze dell’universo urbano, per renderle meno aliene (o alienate) proprio grazie a una presa di coscienza di chi osserva e decide di partecipare attivamente all’opera, rispondendo al pungolo di Boresta con una frase scritta su un adesivo, su un volantino trovato per caso sui muri delle città, con un’opinione lanciata per e-mail o con la propria fotografia, immagine che si banalizza (o mitizza) in un album di figurine che parla di quotidianità o di mondi circoscritti come quello dell’arte.