La Jack Shainman Gallery di New York riapre lo spazio sulla 20esima Strada con una personale di Andres Serrano. Che nella sua nuova serie di scatti indaga la tortura.

Diventato famoso subito dopo la sua prima serie di fotografie in cui usava liquidi corporei e latte per creare immagini al limite del sacrilego, Andres Serrano (New York, 1950) inaugura la sua nuova mostra a New York quasi dieci anni dopo l’ultima personale da Paola Cooper. Protagonisti questa volta sono strumenti di tortura storici, e riproduzione di metodi di tortura sia del passato sia del presente, per riflettere su come oggi l’intrattenimento non abbia più imiti. Di questo, e di molto altro, abbiamo discusso con lui.

Riguardo all’evoluzione del tuo lavoro, sei partito con una seria di fotografie a tema religioso usando un’estetica che molti hanno definito “controversa”, e tante persone si sono sentite offese quando hai mostrato le opere in Europa. In seguito hai fotografato i senzatetto a New York e quest’ultima serie è sugli strumenti di tortura, e su come la violenza è spesso usata in veste di intrattenimento. Come sei arrivato a questa nuova serie di lavori?
Avevo scattato delle foto sulla tortura per il New York Times nel 2005, quando uscì la storia di Abu Ghraib, poi non ho più toccato l’argomento fino al 2015, quando ho incontrato Andrei Tretyakon, il fondatore dell’organizzazione londinese a/political, una fondazione dedicata al supporto di artisti che producono lavori a tema sociale. Andrei mi chiese se avevo qualche progetto che loro potevano supportare, e ai tempi stavo già pensando di rivisitare la tortura. Glielo proposi e lui accettò, e il suo supporto mi ha aiutato molto poiché avevo in mente un progetto abbastanza complicato, che guardava alla tortura da varie angolazioni.
Ho passato tre mesi viaggiando in Europa fotografando strumenti di tortura, musei della tortura, e ho visitato campi di concentramento e memoriali sull’Olocausto. In seguito ho realizzato la maggior parte dei lavori in un posto chiamato “The Foundry” a Maubourguet, in Francia, che appartiene a uno degli artisti di a/political. The Foundry è anche una residenza per artisti, che ho usato per ricreare scene di torture nella maniera più realistica possibile.

Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017
Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017

La Chiesa ha spesso usato la tortura, soprattutto nel Medioevo: è qualcosa a cui hai pensato mentre realizzavi questa serie?
C’è molto nella mia testa quando lavoro, ma non seguo nessuna particolare linea di pensiero in maniera cosciente. Certo, la Chiesa è stata responsabile dell’Inquisizione Spagnola, ma credo che oggi sia la Chiesa sia Papa Francesco sarebbero i primi ad ammettere che è stato versato molto sangue in nome della Cristianità.

Come hai selezionato gli strumenti per le foto? Eri alla ricerca di qualche funzionalità particolare o era una ricerca estetica?
Ho visitato vari musei della tortura ad Amsterdam, Londra, e a Kent, in Inghilterra. La maggior parte dei musei della tortura espongono strumenti finti, ma a Kent, allo Hever Castle, hanno una collezione di veri strumenti della tortura, e alcuni di questi oggetti sono molto belli dato che risalgono al periodo dal sedicesimo al diciannovesimo secolo. Sono oggetti antichi, ricoperti dalla patina del tempo e dell’età, e questo li rende affascinanti, sono fondamentalmente dei begli oggetti usati per degli scopi terribili. Ho guardato alla tortura da varie prospettive, inclusa quella della tortura come attrazione turistica. I musei della tortura e i campi di concentramento sono grandi attrazioni turistiche.

Che reazione vorresti scatenare nei visitatori della mostra? A cosa vorresti che pensassero?
Non voglio che pensino a nulla in particolare, voglio che vedano lo show e ci riflettano. D’altronde non puoi dire alla gente cosa pensare, faranno comunque di testa loro.

Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017
Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017

C’è anche qualcosa di relativo alla situazione odierna in America in questa nuova serie? Un approccio politico? L’America è in una situazione politica molto delicata al momento.
Certo, sono un artista americano quindi sono il riflesso dell’America, e lo sono anche le mie opere. L’America al momento è una nazione divisa. Il 50% della popolazione vive in povertà, la classe media è in difficoltà, e in molti sentono di dover incolpare qualcuno per questa situazione. Le persone cercano sempre un capro espiatorio. Quando ho fotografato il Ku Klux Klan, loro parlavano di “negri, ebrei e froci” in un modo che mi ha fatto capire come i membri del Klan si sentano sul fondo del barile. Il leader del Klan, lo Stregone Imperiale, mi ha detto: “Sai, ogni negro in questo Paese ha più diritti di un uomo bianco”. Ecco perché hanno bisogno di un capro espiatorio, si sentono sul fondo e hanno bisogno di sapere che c’è qualcuno più sotto di loro.
L’America sta diventando irriconoscibile e anche il mondo non ci guarda più nella stessa maniera. Abbiamo abbandonato il ruolo di autorità morale. Ed è un peccato perché tutti si aspettavano che l’America fosse un leader in questo, mentre spesso sembra stia andando dall’altra parte. Penso che Donald Trump abbia avuto un grande vantaggio perché dopo Obama molte persone volevano di nuovo un uomo bianco alla Casa Bianca.

Quindi nel tuo lavoro c’è un approccio sociale, politico e religioso. Vedi questi approcci come mischiati o pensi siano separati l’uno dall’altro?
Li vedo tutti insieme. Metto la stessa dedizione in ogni immagine, in ogni serie, e solitamente anche l’evoluzione da una serie all’altra è abbastanza lineare. C’è un filo conduttore, tutti i lavori sono connessi dallo stesso artista, lo stesso processo creativo, la stessa consapevolezza. Vedo il mio lavoro come costante.

E c’è una separazione invece tra la tua pratica artistica e il tuo credo religioso?
No, sono la stessa cosa. Io penso come artista e come cristiano. Sento di essere stato creato per creare, è questo il mio destino, e io credo molto nel destino. Ovviamente credo anche in Dio, e sono stato fortunato di poter fare quello che faccio perché Lui mi ha permesso di farlo.

Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017
Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017

Nei tuoi ritratti, soprattutto nella prima serie a tema più strettamente religioso, guardando i tuoi lavori senza conoscere la tua fede ci si fa un’idea molto diversa della tua idea sulla religione. Come mai questa differenza?
Gli artisti lavorano in maniera strana e non è sempre necessario sapere che cosa l’artista ha in mente. L’opera ha il significato che le si dà. Ogni tanto va bene sapere cosa si sta guardando, per questo spesso i titoli dei miei lavori sono descrittivi, ma, riguardo al mio intento, non sono il tipo di artista che sente di doversi spiegare e difendere per le sue opere o il suo credo religioso. Sì, sono cristiano, ma se nessuno me lo chiede non ne parlo. So che ci sono persone che si sentono offese dal mio lavoro, ma io non ho nulla da dire se loro si sentono così.

Come ti sei avvicinato alla fotografia?
Io dico sempre di non essere un fotografo, ma di essere un artista e il motivo è che a 17 anni sono andato alla Scuola d’Arte del Brooklyn Museum e per due anni ho studiato pittura e scultura. Dopo la scuola mi sono reso conto che non sapevo né scolpire né dipingere, inoltre ero giovane e non potevo permettermi uno studio per creare opere d’arte come quadri o sculture. Tutte le opere che ho fatto in quegli anni sono andate perdute perché le avevo sparpagliate in giro.
A quel tempo vivevo con una ragazza che aveva una macchina fotografica così ho iniziato a prendere in prestito la sua macchina e fare fotografie, e lì ho realizzato che potevo continuare la mia pratica artistica tramite la fotografia, senza essere un fotografo. Ho imparato tutto quello che so sull’arte da Marcel Duchamp e Duchamp mi ha insegnato che tutto, inclusa una fotografia, può essere un’opera d’arte, quindi quando guardo le mie fotografie le vedo come opere d’arte. È molto difficile per me fotografare qualcuno, anche qualcuno che conosco da anni, se non sto creando un’opera d’arte.

Quindi le tue foto sono quasi dei dipinti?
Sì, quando ho fatto la serie Bodily Fluids, le opere erano in riferimento alla pittura, erano dipinti. Ho creato dei monocromi con sangue, latte, immagini piatte a colori. Sono immagini di cose reali, ma non c’è piano visivo, relazione spaziale, non c’è un riferimento concreto alla fotografia, non c’è un soggetto, non ci sono persone, sono lavori astratti. In un certo senso sono finti dipinti, ma sono fotografie. In quella serie in particolare ho sentito di fare qualcosa che andava oltre la fotografia, in una maniera quasi anti-fotografica. Riguarda sempre il concetto, e l’immagine e, se possibile, sovvertire concetto e immagine.

Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017
Andres Serrano. Torture. Exhibition view at Jack Shainman Gallery, New York 2017

C’è qualche altro artista a parte Duchamp da cui ti senti ispirato?
Sì, molti. Quand’ero giovane Luis Buñuel, il film maker, e Bob Dylan. In seguito ho trovato una connessione con artisti come Caravaggio, che esplorano la religione in una maniera nuova, diversa, quasi oscura. Le persone dicono che sono un anti-cristiano. Non lo sono, sono un cristiano, lo sono stato per tutta la vita, ma sono anche un artista e gli artisti devono creare cose nuove e usare materiali inusuali. Io ho usato urina, sangue e latte come materiali, come se fosse pittura. Artisti come Joseph Beuys hanno avuto l’idea di usare materiali non ortodossi per fare arte, e ora le persone usano di tutto per fare arte, quindi per me non è mai stato un problema usare liquidi corporei.

Qualche nuovo progetto su cui stai lavorando al momento e che vorresti condividere?
Sì, guardo sempre avanti. Penso sempre al futuro e al presente nello stesso momento. Sono appena tornato dalla Cina, sono stato a Pechino per due settimane. Pechino è molto bella. Raramente si vedono le stelle di notte. Lì ho fatto una nuova serie di lavori che saranno in mostra al Museo Red Brick di Pechino a novembre. È un museo grande e oltre a questa nuova serie metterò in mostra anche altri lavori, incluso Piss Christ. È la mia prima mostra in Cina.
Recentemente ho ricevuto una lettera che diceva che mi faranno Cavaliere nell’Ordine delle Arti e della Letteratura in Francia. In Francia il mio lavoro è molto apprezzato, sono stato sostenuto da Yvon Lambert per più di venticinque anni. Yvon donerà una buona parte della sua collezione alla Francia, e io sono nella collezione. Ho anche una mostra che apre al Petite Palais a Parigi.
Mi piacerebbe molto se Papa Francesco mi permettesse di fare qualcosa per la Chiesa, voglio essere riconosciuto dalla Chiesa come un artista cristiano, e voglio fare qualcosa per la Chiesa come hanno fatto gli artisti religiosi in passato. Sono un artista religioso contemporaneo, anche se il mio lavoro non è completamente basato sulla religione. Spero di avere una retrospettiva a Roma un giorno. Sarebbe molto importante per me, e Papa Francesco è l’unico Papa che potrebbe farlo. Ho avuto molti riconoscimenti in Europa, ed è giunto per me il momento di essere riconosciuto come un artista religioso dalla Chiesa.

Ludovica Capobianco

New York// fino al 4 novembre 2017
Andres Serrano – Torture
JACK SHAINMAN GALLERY
513 west 20th street
www.jackshainman.com

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AutoreAndres Serrano
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