Fare arte è un processo di ingrandimento. Intervista all’artista Cristina Pancini
È una pratica altamente sperimentale quella di Cristina Pancini, la protagonista del nuovo appuntamento della rubrica “Dialoghi di Estetica”. In questa intervista ci racconta come l’opera d’arte non sia mai un risultato finito, ma piuttosto qualcosa di perennemente modificabile, ripensabile, ampliabile
Artista, Cristina Pancini (Arezzo, 1977) si muove tra più linguaggi e sperimentazioni, lasciando che la sua poetica si alimenti soprattutto della ricchezza delle collaborazioni. L’osservazione della quotidianità, il presentarsi delle domande, l’apertura di nuovi scenari relazionali, l’individuazione delle urgenze: sono i principali punti di riferimento del suo lavoro.
Tra i suoi luoghi prediletti per cercare risposte ci sono: il Centro Pecci di Prato, la Fondazione Palazzo Strozzi a Firenze, la Biennale Danza a Venezia, i centri diurni riabilitativi, gli ospedali, le RSA e i piccoli paesi. Tra i suoi ultimi progetti si ricordano: Quando sei qui con me (2024-2025), progetto-ricerca dedicato agli amori delle nostre vite, Vergato (BO), in seno a Ruralis Arte Pubblica e Unione dei Comuni dell’Appennino Bolognese; una piccolissima rivoluzione (dal 2022, in corso) progetto educativo artistico insieme ai Dipartimenti educativi del Centro Pecci, del Museo del Tessuto, di Palazzo Pretorio e a circa 1000 adolescenti di Prato; Una bella girata (dal 2021, in corso), progetto dedicato alla storia delle vite di tre anziani abitanti di Vernio in viaggio per il Mondo, in collaborazione con MUmat, Vernio (PO); Ripensami tra 20 anni ripensami (2026-2018), progetto-ricerca itinerante dedicato ai ragazzi, alle ragazze e al futuro, in collaborazione, tra gli altri, con RFL Limbiate (MB), Palazzo Strozzi (FI) e Fondazione Con i Bambini (RM); Condominy (2018-20), progetto speciale e libro dedicato ai ragazzi del Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, in collaborazione con Paola Gaggiotti, casatibuonsante architects e con il sostegno di Fondazione Alta Mane Italia; Un’ora sola ti vorrei, più 23 minuti (2019), progetto dedicato agli incontri e alle persone che vivono nella Casa di Riposo Don Leone Porta, alla Fondazione Il Lazzaretto e alla Casa Museo Boschi di Stefano, Milano.
Pancini sviluppa le sue ricerche anche presso l’Accademia di Belle Arti di Bari dove è docente di Pedagogia e Didattica dell’Arte. Questo dialogo porta in primo piano alcuni dei principali temi della poetica di Cristina Pancini: le esplorazioni, la trasfigurazione dello sconforto, la tenacia operativa, lo scambio con le altre persone, le eredità dell’arte.

Intervista all’artista Cristina Pancini
Il tuo modo di fare arte si basa principalmente sul ricorso alle esplorazioni, ossia su un andamento caratterizzato da quelli che chiamerei “ingrandimenti”: un po’ come se tu ti muovessi andando a cercare qualcosa, ora in un ambito ora in un altro, per poi fermarti e fare una specie di zoomata per comprendere meglio ciò che stai osservando.
Sì, è una descrizione che mi risuona, perché parto spesso per un processo come si parte per un’avventura, eccitata e spaventata, e, forse, arrivo solo alla fine a scoprire qualcosa. Un punto fermo è che le mie esplorazioni iniziano sempre dall’osservazione della realtà. Sembra scontato, ma non lo è per niente, proprio perché è nella prossimità che trovo i temi sui quali porto la mia attenzione e le mie decisioni. Sono soggetti che scelgo perché si mostrano come bisogni oppure si palesano in un primo momento nella forma netta di un problema. Più precisamente, di un dato di sconforto. Ha inizio tutto da lì.
Che cosa intendi con “dato di sconforto”?
È ciò che emerge quando ascolto e mi guardo intorno, lo scoraggiamento sul presente. L’esplorazione diventa allora decisiva perché mi permette di stare nel problema e, al contempo, di cercare un modo per reagire alla frustrazione, ripercorrendo strade già battute o individuandone di nuove. Fermarmi allo sconforto, insomma, non fa per me: piuttosto che a una sua eventuale drammatizzazione sono sicuramente interessata alla sua trasfigurazione. Spesso parto da una domanda a cui non so trovare una risposta e provo ad affrontarla attraverso più esplorazioni che la estendano, la ribaltino e la scardinino; esplorazioni che, nella gran parte dei casi, crescono nell’incontro con persone che diventano preziose alleate.
Perché?
Nell’affrontare un problema (o una domanda) si può fare davvero tanto se si è in molti, se si beneficia di più sguardi e più riflessioni si scoprono anche possibilità inaspettate. All’inizio del mio processo può anche esserci una intuizione, che però raramente basta da sola, proprio perché per me, si tratta subito di cercare gli altri. Quello che può essere un quesito irrisolto, perché troppo grande, potrebbe aver trovato soluzioni attraverso il lavoro di qualcunaltro. Magari si tratta di soluzioni più o meno soddisfacenti, ma quel lavoro è importantissimo proprio perché ha gettato alcune basi sulle quali posso fare affidamento anche io.
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Come lo descriveresti il tuo lavoro?
Ho la necessità di andare in profondità ossia, come proponevi tu prima, di fare una sorta di ingrandimento per avere le idee più chiare. Spesso ho l’impressione che, a un certo punto, il mio diventi un lavoro di logica in cui tutto deve tornare. A un primo lavorio, a quella esile intuizione o al mio interesse per uno specifico problema, aggiungo lo studio e il confronto con altre persone che, alla fine, mi permetteranno di trovare una forma, una visione che tenga tutto insieme. L’ingrandimento e la visione di insieme non ci sarebbero senza questa specie di dialogo collettivo.
Si direbbe che a guidarti sia spesso una sorta di dinamica reattiva.
È così. Un elemento fondamentale per la riuscita di un mio progetto è quello che potrei chiamare “un profondo moto di ribellione”. Come ti dicevo, parto scoraggiata ma, attraverso il mio lavoro, cerco di farmi spazio tra quello che, nella quotidianità, stringe. Le mie sono delle micro-azioni, se vuoi, sempre poco rumorose o poco eclatanti e spesso in luoghi distanti da quelli ufficiali del mondo dell’arte, ma sono anche ambiziose, perché il loro obiettivo è riuscire a scatenare un appetito di vita che sposti, anche se di poco, lo spazio e il tempo in cui viviamo.
Dunque, si potrebbe dire che l’avventura e il continuo esplorare siano determinanti affinché le tue opere siano, in ultima analisi, processi aperti che possono costantemente essere riattivati, modificati o anche sospesi.
È vero, tanti progetti potrei anche rifarli in altro modo, altrove o in altre forme. Anche se poi si tratta comunque di renderli unici, poiché sostanzialmente lo sono, spesso ragiono su eventuali variazioni e proseguimenti. Per esempio, è andata così con La terra è bassa o Ripensami tra 20 anni ripensami. Da qualche anno, a guidarmi è l’apertura all’esperimento e, ammettendo che un progetto non sia per forza un risultato perfetto, lascio che prevalga un sincero interesse per quello che succede. La mia è un tipo di arte molto delicata che richiede di prestare attenzione tanto agli andamenti di quegli ingredienti che hai ben riconosciuto, quanto alle persone che la rendono possibile.
Che rapporto c’è tra la durata di un progetto e il suo eventuale ampliamento?
Ti porto un altro esempio: una piccolissima rivoluzione, un progetto avviato circa quattro anni fa al Centro Pecci, a Palazzo Pretorio e al Museo del Tessuto di Prato, che porta in sé la grande possibilità di essere un lavoro a lungo termine. Allo stato attuale è sviluppabile per altri tre anni. Vale a dire che in tutto questo tempo abbiamo cercato di contrastare la dispersione scolastica attraverso riflessioni e pratiche condivise e co-progettate, ne abbiamo fatto un libro e un gioco: il processo è ancora aperto e certamente modificabile. C’è un’idea che desidero tanto sperimentare e sono convinta che nel momento in cui la concretizzeremo il progetto incontrerà l’apice della sua forza creativa, le relazioni continueranno a rinnovarsi e a crescere in direzione di un profondo senso di potenza comunitaria.
Supponiamo che qualcuno critichi questo tuo modo di lavorare sostenendo che anziché essere artistica la tua sia essenzialmente una pratica educativa e che tu ribadisca il contrario. A porsi è allora un ulteriore quesito: perché fare arte in questo modo?
Per tre ragioni: la convinzione che l’arte amplifichi e scardini e, così, apra a inedite possibilità di azione, la sensazione di forza che se ne ricava e la possibilità di condividere con gli altri il senso di iniziativa che sa dare – soprattutto in contesti dove l’arte fa fatica ad arrivare. Quello che diventa importante è provare a guardarci intorno per smuovere la realtà, attraverso una ricerca attiva, spesso generativa, fatta insieme. Nutro sincero rispetto e profonda stima per le educatrici e gli educatori. Il loro importantissimo lavoro però ha tempi e dinamiche profondamente diversi da quelli di un processo artistico, anche se ammetto vi siano alcuni punti in comune: la tenacia e un certo idealismo di fondo. Voglio dire, spesso è necessario coltivare qualcosa come una ostinazione del tutto incosciente – che ritrovo molto negli adolescenti con i quali lavoro, nella forma originaria di un’energia che è molto idealista, e che con l’età rischia di affievolirsi – ma che quando emerge è dirompente come l’innamoramento e concorre positivamente a conseguire sia il coinvolgimento sia reali cambiamenti nelle vite di chi partecipa.
Tu sei l’attivatrice di questo campo di possibilità creative, un’attitudine che rivela come la pratica artistica possa anche manifestare una inclinazione politica.
È un approccio che ho imparato nel corso del tempo, perché all’inizio c’era la mia idea e poi si procedeva con la sua contrattazione; invece adesso l’idea nasce già ammettendo che l’esperienza sarà condivisa, e io faccio un passo indietro per permettere che ci sia un vero scambio. A volte capita anche di perdere totalmente il controllo, come in Una bella girata. Rispetto al secondo punto, direi che la mia pratica si manifesta come politica nel momento in cui determina una partecipazione attiva che entra a piè pari proprio nella vita. Credo possa essere intesa come un insieme di gesti di “micropolitica a lungo termine”, ed è per questo che secondo me non può essere tanto rumorosa. Perché è un tipo di processo così delicato, se vuoi intimo, che forse la sua potenza starà poi nel ricordo di chi l’ha vissuto e in quello che ci farà sulla base delle proprie esperienze.
Come può essere favorito lo scambio?
Guardando, ascoltando e imparando da chi hai vicino, accogliendo le altre persone senza sopraffarle o respingerle. Prendendosi il tempo che serve a costruire una relazione, provando a dare valore a tutto ciò che non si vede, a tutti quelli che non si vedono ma che ci sono, che hanno una storia che merita di essere vista e ascoltata. Certo, io posso proporre una cornice di senso, però se l’altro non ci si riconosce, è decisivo che io sia flessibile. Anche se, devo dirti, questa dinamica di sospensione si compie raramente, perché quelli che condivido sono temi molto semplici, ma allo stesso tempo comuni ed epocali, che vengono quasi sempre riconosciuti come necessità personali. Da qui si delinea la dinamica dello scambio in chiave di responsabilità condivisa, in quelle che definirei ‘camminate collettive in porosi territori di frontiera’.
Ad alimentare la tua pratica artistica mi sembra sia anche la possibilità di riuscire a lasciare una eredità, qualcosa che puoi prima condividere con i tuoi progetti e poi affidare agli altri incoraggiando la possibilità che possano farla propria.
Il mio modo di lavorare si basa sulla possibilità di coltivare relazioni orizzontali protette e affettuose, come accade nel progetto Quando sei qui con me. Tra quelle che provo ad affrontare, ci sono questioni talmente tanto grandi da farmi tremare le gambe e spingermi a chiedere aiuto alle generazioni che mi hanno preceduta e a quelle più giovani. Io stessa ho ricevuto da più persone un’eredità importantissima, mi hanno indicato cosa evitare o come agire, per questo, nel mio piccolo, cerco di prendermi cura di chi proseguirà il cammino. È un percepire relazionale che non si ferma a me, un dialogo che cerca ostinatamente un’apertura al futuro come potenzialità e speranza.
Davide Dal Sasso
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