Otto acquerelli, le camere d’aria e un corpo che non scompare. Carol Rama torna a Rivoli: la recensione 

Con “Dorina e gli altri”, Marcella Beccaria apre al Castello di Rivoli un progetto triennale dedicato a Carol Rama. Otto acquerelli del 1939-1941 incontrano le gomme degli Anni Settanta. Ma la mostra interessa soprattutto per ciò che lascia irrisolto: il rapporto fra corpo, memoria e materia di un'artista che il Novecento ha riconosciuto molte volte senza riuscire davvero a contenerla

La prima cosa che mi è rimasta della visita di ieri non è lo scandalo di Carol Rama (Torino 1918 – 2015). È quasi il contrario. È la delicatezza. Negli acquerelli il segno è preciso, i colori morbidi, quasi innocenti; poi si comincia a guardare davvero. Corpi esposti, lingue, arti divaricati, sedie a rotelle, erotismo e vulnerabilità stanno dentro quella leggerezza senza bisogno di essere enfatizzati. In I due Pini (Appassionata) (La signora Macor), del 1939, la distanza fra come l’immagine è dipinta e ciò che l’immagine porta con sé diventa difficile da sostenere. Marcella Beccaria lo sintetizza bene quando parla della «dolcezza del tratto che contrasta completamente con la profondità del contenuto». Ma davanti a questi fogli la frase smette presto di essere una descrizione: ci si accorge che Rama aveva già trovato, giovanissima, un modo per rendere inquietante ciò che formalmente non lo sembra.

Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell'installazione, Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano
Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell’installazione, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano

La mostra dedicata a Carol Rama a Torino

È forse da qui che conviene entrare in Carol Rama: Capitolo 1. Dorina e gli altri, primo episodio del progetto pluriennale che il Castello di Rivoli le dedica nella Sala 29. Non dall’artista maledetta, non dalla casa di via Napione, non dalla sequenza ormai quasi rituale di follia, sesso, padre suicida e madre ricoverata. Tutto questo conta, naturalmente. Ma di Carol Rama si è raccontata talmente tanto la vita che a volte l’opera sembra arrivare dopo, chiamata a confermare una biografia già scritta.

Carol Rama prima di Carol Rama

Il merito della sala curata da Beccaria è che non prova a raccontare tutto. Otto lavori su carta datati tra il 1939 e il 1941 vengono messi accanto alle sperimentazioni con camere d’aria iniziate negli Anni Settanta, tra cui Movimento e immobilità di Birman del 1977-78 e, più avanti cronologicamente, Il chiodo di Corrado del 1993. Non è una mini-retrospettiva. E soprattutto non c’è la comoda progressione secondo cui la giovane Rama figurativa diventa, decenni dopo, una Rama finalmente contemporanea perché abbandona il corpo e usa materiali industriali.
L’accostamento ha una ragione molto concreta. Nel 1979, quando alla Galleria Martano furono nuovamente presentati gli acquerelli giovanili rimasti a lungo quasi invisibili, Rama stava lavorando proprio con le gomme. Beccaria definisce l’allestimento “una citazione intenzionale, scientifica, in omaggio alla stessa Carol”. Questo precedente è importante perché sposta il senso della sala: non siamo noi, quasi cinquant’anni dopo, a inventare il dialogo fra due periodi incompatibili. Quel cortocircuito era già avvenuto durante la vita dell’artista.
I due gruppi, però, non si spiegano reciprocamente. È la cosa che mi interessa di più. Negli acquerelli il corpo è esplicito, persino sfacciato. Nelle camere d’aria sembra essere sparito, ma solo per qualche secondo. La gomma cade, si tende, viene bucata, trattenuta, ricucita. Non rappresenta la carne e tuttavia possiede qualcosa della carne. Guardando Movimento e immobilità di Birman dopo quelle figure degli Anni Trenta e Quaranta, l’astrazione di Rama comincia a sembrare molto meno astratta. Il corpo non è stato abbandonato. Ha semplicemente perso la propria anatomia.

Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell'installazione, Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano
Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell’installazione, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano

L’outsider che era già dentro

È a questo punto che la definizione di Carol Rama come outsider comincia a starmi stretta. La sua storia non è quella di un’artista rimasta sconosciuta fino alla tarda riscoperta: Biennale di Venezia già nel 1948, MAC nel 1951, Lea Vergine, musei, gallerie, relazioni con artisti e intellettuali, fino al Leone d’oro alla carriera del 2003. Eppure qualcosa nella sua posizione continua a non tornare.
Beccaria, che l’ha conosciuta personalmente, riflettendo sulle alterne fortune critiche incontrate da Rama dice: “nella sua lunga carriera è come se, ogni volta, Carol fosse sempre stata oggetto di una nuova riscoperta”. Mi sembra una osservazione più precisa di molte ricostruzioni successive. Rama non era fuori dal sistema. Era dentro abbastanza da essere vista, ma mai abbastanza assimilabile da diventare l’espressione esemplare di un movimento. Attraversa l’astrazione, il MAC, la materia, la Torino dell’Arte povera, torna alla figura, ma ogni volta resta una piccola eccedenza che impedisce alla categoria di chiudersi.
E qui la mostra diventa più interessante di una celebrazione. Il Novecento che circonda Rama procede ancora largamente attraverso appartenenze, gruppi, manifesti. Lei cambia invece linguaggio con brusche fratture. Quelle fratture possono sembrare incoerenza solo se pretendiamo che un artista costruisca per tutta la vita una firma riconoscibile. In Rama, al contrario, la continuità sembra stare altrove: nel desiderio, nel corpo, nella malattia, negli oggetti che trattengono memoria e in quella strana capacità di far convivere attrazione e disagio nella stessa immagine.

E se Carol Rama non avesse bisogno di essere salvata dal femminismo?

Anche la lettura femminista, oggi quasi inevitabile, pone un problema simile. Sarebbe assurdo ignorarla: le donne di Rama mostrano il proprio corpo senza la disciplina che molta rappresentazione maschile gli aveva imposto. Non sono corpi pacificati. Hanno bocche, genitali, protesi, desiderio. Ma proprio per questo non serve trasformare Rama retroattivamente in ciò che non ha mai dichiarato di voler essere.
Beccaria ricorda quando, negli Anni Novanta, la coinvolse in Inside the Visible all’ICA di Boston, mostra composta da sole artiste. All’inizio, la reazione di Rama fu tutt’altro che incoraggiante: «Ma che cosa facciamo, un circolo di sole donne?». Beccaria aggiunge che in quel momento il femminismo sembrava un’etichetta ancorata agli Anni Settanta, a cui anche più curatrici volevano sfuggire.
La contraddizione non va risolta scegliendo da che parte stare. Possiamo leggere oggi la sua opera dentro una storia femminista senza fingere che Rama avrebbe necessariamente accettato quella collocazione. Anzi, è proprio la resistenza dell’artista alla nostra necessità di classificarla a rendere quella lettura più interessante. Il rischio, altrimenti, sarebbe molto contemporaneo: liberare Rama dalle vecchie categorie per rinchiuderla immediatamente in quelle che oggi ci fanno sentire più a nostro agio.

Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell'installazione, Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano
Carol Rama. Capitolo 1 – Dorina e gli altri, 2026, veduta dell’installazione, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea Courtesy Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Photo Sebastiano Pellion di Persano

Il personaggio e l’opera

Resta la biografia, inevitabile. Le carte di Appassionata rinviano al “due Pini”, l’ospedale psichiatrico torinese dove fu ricoverata la madre Marta; le camere d’aria intercettano anche il ricordo del padre Amabile, imprenditore nel settore automobilistico e inventore, morto suicida. Sono connessioni reali, non sovrastrutture critiche. Ma trasformare ogni opera in un sintomo della vita di Rama sarebbe un modo per renderla paradossalmente più piccola.
Durante la visita Beccaria dice una cosa che mi sembra centrale: «Tutta l’attenzione dedicata al personaggio ha forse un po’ soverchiato l’artista». È difficile non pensarci. Carol Rama, l’appartamento, Mollino, Man Ray, Picasso, gli episodi osceni, i racconti incredibili. Lei stessa contribuiva volentieri alla costruzione di questa zona ambigua. Beccaria la ricorda come «una grande affabulatrice, adorava raccontare e dare forme diverse alle sue storie». E forse proprio per questo sarebbe un errore cercare continuamente nella sua vita la didascalia mancante delle opere.
Ieri, uscendo dalla sala, quello che continuava a tornarmi in mente non era infatti uno degli aneddoti. Erano quelle gomme viste dopo gli acquerelli. Materiali lontanissimi, quarant’anni di distanza, eppure la sensazione che qualcosa fosse rimasto lì sotto. Non un simbolo da decifrare e neppure una storia personale da ricostruire. Piuttosto una pressione del corpo che continua anche quando il corpo non viene più rappresentato.
È qui che Dorina e gli altri funziona meglio. Non mette ordine in Carol Rama e non prova a sanare le sue contraddizioni. Le lascia abbastanza vicine perché tornino a disturbarsi reciprocamente. Dopo aver visto la sala, definirla outsider, femminista, astratta, figurativa o semplicemente irregolare sembra ancora possibile. Ma sembra anche molto meno importante.

Antonino La Vela

Rivoli // dal 29 ottobre 2026
Carol Rama: Capitolo 1. Dorina e gli altri
CASTELLO DI RIVOLI – Sala 29
Piazzale Mafalda di Savoia, 2
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Antonino La Vela

Antonino La Vela

Antonino La Vela (Marsala, 1971) è artista, scrittore e ricercatore indipendente. Vive e lavora a Torino. La sua ricerca attraversa arte contemporanea, politica, ecologia, genere, identità e tecnologie, con particolare attenzione ai rapporti tra visibilità, potere e responsabilità. Scrive di…

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