Il motivo della kefiah come simbolo di fratellanza. Intervista a Mona Hatoum

L’artista libanese di fama internazionale ha firmato l’ultima serie di tazzine di illy Art Collection, presentata a Londra durante i giorni della fiera d’arte Frieze, di cui il marchio di caffè è global partner. La abbiamo incontrata per farci raccontare delle sue ispirazioni e dei simboli archetipici ricorrenti nella sua produzione.

Portrait of Mona Hatoum, London studio 2018 (Photo by ©Gabby Laurent)

È il 13 ottobre di un assolato mercoledì a Londra, quando si aprono le porte di Frieze che non tarda a riempirsi di folle di artisti, collezionisti, addetti ai lavori e appassionati. È in questo clima che si svolge la presentazione della nuova collezione di tazzine illy, il brand di caffè nato a Trieste negli anni Trenta e diffuso in tutto il mondo, che da anni promuove progetti in collaborazione con grandi artisti internazionali (non tutti sanno che il logo è stato disegnato dall’americano James Rosenquist). L’autrice della nuova illy Art Collection – a cura del direttore artistico Carlo Bach – è Mona Hatoum (Beirut, Libano, 1952), che per la prima volta ha disegnato non solo tazzine e piattini, ma anche barattoli da caffè. “Essendo un blend di 100% Arabica, il caffè illy mi ha fatto pensare a cosa potrebbe essere considerato un oggetto o un simbolo al 100% arabo. Ho pensato alla kefiah, in quanto vi faccio spesso riferimento nella mia opera artistica, sia direttamente che indirettamente”. Il motivo astratto che caratterizza la collezione viene quindi tratto dal tradizionale foulard che è divenuto in Medioriente il simbolo della ribellione e dell’indipendenza: le sue linee vengono ridisegnate con delle foglie di ulivo, assumendo il significato di vicinanza e connessione tra le persone. E quindi, la pace. Il motivo della kefiah, in realtà, sottende a tanti altri celebri lavori dell’artista libanese, riprodotto attraverso geometrie, griglie e reti metalliche. Ne abbiamo parlato con Mona Hatoum.

illy-Art-Collection-firmata-da-Mona-Hatoum-2021
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Il che modo le linee della kefiah sono entrate all’interno della tua produzione artistica?
La kefiah è un simbolo potente della Palestina. Ho usato il suo pattern in vari lavori in precedenza: ricamando tra le trame della sua stoffa lunghi capelli umani (nell’opera Kefiah, 1993) ho potuto femminilizzare e umanizzare questo oggetto. E poi l’ho usato anche per la Biennale di Istanbul del 2011, quando mi è stato chiesto di creare una borsa per la manifestazione: ho usato la simbologia della kefiah aggiungendo la parola “libertà” in arabo: eravamo nel pieno degli scontri durante la Primavera Araba! Le sue linee nel tempo sono diventate gradualmente qualcosa che si muove in modo trasversale al mio lavoro, una passione che è diventata un’ossessione, che parla di confini e barriere.

Quali sono, invece, i tuoi ricordi personali legati a questo simbolo?
Ovviamente, essendo cresciuta in Libano, la kefiah è un oggetto che mi circonda da quando sono nata. E, come sapete, è diventato un simbolo della causa palestinese. Questo è avvenuto dagli anni ’60, quando è stato adottato da studenti, ribelli e membri di altri movimenti antimperialisti. E per questo, è diventato un simbolo di solidarietà tra tutti i movimenti di resistenza, ha quel tipo di vibrazione dentro di sé.

illy-Art-Collection-firmata-da-Mona-Hatoum-2021
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Quali sono gli altri significati legati alla kefiah?
La sua rete simboleggia anche la collettività e viene spesso interpretato con delle mani che si stringono, cosa che trovo molto poetica. Quindi, si tratta di una interconnessione umana. E poi ho inserito nelle tazze anche la foglia di ulivo, che per me è un simbolo di pace. Mi piace l’idea che le persone abbiano questo simbolo all’interno delle loro case. E magari che, mentre sorseggiano il caffè la mattina, il senso di pace e fratellanza possa diffondersi in loro.

Il pattern della kefiah nel tuo lavoro ha anche assunto connotazioni cupe di devastazione, come nel caso di Remains of the Day, l’opera esposta all’interno della collezione permanente in Fondazione Prada, a Milano.
L’opera è composta da mobili che sono stati avvolti nella rete metallica e poi bruciati; anche la rete metallica ha per me un forte rimando alla kefiah. Il risultato è che si possono ancora intuire le forme, degli spettri di quello che sono stati i mobili. Si tratta di un’opera creata in occasione dell’Hiroshima Art Prize nel 2015, quando ho visitato il luogo in cui è stata sganciata la bomba atomica. Una devastazione ancora attuale, che oggi assume le sembianze del cambiamento climatico, che sta creando incendi e disastri per tutto il pianeta.

illy-Art-Collection-firmata-da-Mona-Hatoum-2021
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Ci troviamo in un periodo molto particolare per l’arte e per il mondo in generale, quello di un nuovo inizio dopo oltre un anno di isolamento e lontananza dalla vita sociale. In che modo questo ha impattato sulla tua produzione artistica? Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi prossimi progetti?
Sì, ne ho diversi in vista. Tre di questi si svolgeranno a Berlino a settembre 2021, in tre spazi differenti. Quando ho visitato questi luoghi per la prima volta ho trovato grande ispirazione. Il che è fantastico, perché durante la pandemia ho dovuto gestire tutto il lavoro da sola, a volte pensando che non sarei mai più riuscita a realizzare grandi progetti. Invece, non appena ho ricominciato a viaggiare, ho ritrovato l’entusiasmo, ho in programma anche due mostre a Stoccolma alle quali sto lavorando in questo momento. Stiamo tornando alla normalità.

Quindi possiamo dire che il periodo della pandemia ha coinciso con un momento costruttivo, di creatività.
Quello che ho imparato durante questa esperienza è che si possono trovare modi alternativi per lavorare anche nella solitudine dello studio. Mi sono dedicata agli acquerelli, per esempio, sviluppando ulteriormente nel disegno il motivo della kefiah e della rete.

Ancora attorno a questo simbolo, mi viene da pensare quanto sia curioso il fatto che la kefiah coincida con un simbolo di pace e vicinanza da una parte, di ribellione e rottura dall’altra. Due poli opposti racchiusi all’interno dello stesso motivo geometrico.
Mi piace l’idea di poter creare un lavoro fatto di geometrie che allo stesso tempo rimandino a qualcosa di reale. Oggetti diversi che convivono nella stessa composizione, dando un’idea di ordine illusoria. Opere che a primo impatto sembrano neutrali, finché non ti avvicini e ne comprendi il senso, collegato a un’idea molto pericolosa del mondo.

– Giulia Ronchi

https://www.illy.com/it-it/company/arte/illy-art-collection_tutte-le-tazzine

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Ha collaborato con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne.