Neovernacolare (XI). Definizioni

Christian Caliandro continua a interrogarsi sulla natura e sulle caratteristiche dell’arte neovernacolare.

Natascia Abbattista, Sad Party, 2019
Natascia Abbattista, Sad Party, 2019

Il neovernacolare, poi, che cos’è?
È un linguaggio che cerca, in maniera ovviamente provvisoria insufficiente inadeguata, di fuoriuscire da una condizione, da una situazione – da una impasse – che è quella dell’opera attuale (come spesso si è detto in questa serie). L’opera infatti risente di una rigidità, di un’austerità – molto spesso finta, puramente di facciata – che le impedisce di fatto di entrare in connessione non solo con le intenzioni dello spettatore, ma perfino con quelle dell’autore. Questa rigidità ha a che fare certo con le forme, con lo stile, ma più ancora con la disposizione d’animo dell’artista e con il modo perfino in cui “si sente”, si percepisce e si rappresenta in quanto artista: si potrebbe dire, anzi, che essa è tutt’uno con il codice di questa autorappresentazione.
L’artista spesso concepisce e realizza l’opera così come pensa che “gli altri” (collezionisti, galleristi, curatori) si aspettino che essa sia, risponde cioè a quelle che sono delle aspettative, reali o immaginarie: e questa è una condanna, sottile quanto si vuole, indefinita, impalpabile, ma pur sempre una condanna. Perché, così facendo, l’artista e la sua opera si rinchiudono in un cliché (postconcettuale, nostalgico, quello che volete…), nel voler essere come gli altri – o come gli altri che vincono, che ce la fanno, che entrano, che sono arrivati, che fanno parte – e quindi nel tentare di rispondere a delle attese. Ovviamente, questo discorso non riguarda le eccezioni che sempre esistono, così come non si riferisce al solo territorio dell’arte contemporanea ma può essere tranquillamente allargato alla letteratura, alla musica, al cinema (il problema centrale, che è sempre il medesimo, si riflette in ogni area culturale e la riguarda direttamente). E la disposizione d’animo è la seguente: eccomi qui, mi vedete, sono io io io, accettatemi accoglietemi riconoscetemi, sono qui, sono questo qui, sono come voi mi volete, non importa neanche in fondo ciò che penso o ciò che ho da dire perché l’importante è che mi riconosciate e mi applaudite, conta solo questo, l’importante è piacervi.
Ora, se già all’interno di un social network o di un contesto sociale ‘reale’ questo atteggiamento è solo apparentemente senza conseguenze (di fatto, questo atteggiamento è proprio ciò che le interazioni sociali attuali prevedono, auspicano e programmano), in ambito artistico e culturale si rivela come semplicemente disastroso. Dal momento che, com’è naturale, esso è chiaramente ostile all’innovazione, alla ribellione, all’indifferenza nei confronti del mainstream. Conformismo e radicalità non possono andare a braccetto.

Natascia Abbattista, Sad Party_Nat, 2019
Natascia Abbattista, Sad Party_Nat, 2019

UN POSSIBILE ANTIDOTO

Allora, un antidoto possibile sta proprio nell’inseguire una modalità opposta alla continua ricerca della condizione perfetta in cui operare, dietro la quale cioè mettersi al riparo senza rischiare nulla e per presentarsi al meglio – per essere “fighi”. Vale a dire, una modalità tutta concentrata sulla fragilità, sulla precarietà, sull’inadeguatezza, sull’assenza di filtri, sull’esporsi al rischio e al fallimento. L’artista e l’opera non si pongono dunque come obiettivo quello di piacere – al massimo potranno dispiacere, risultare sgradevoli ma in maniera interessante, divertente, intelligente ‒, di essere accettati, riconosciuti, ammessi all’interno di una cerchia (tutti obiettivi, se ci pensiamo, extra-artistici, e anche extra-opera): in realtà, non si pongono alcun obiettivo. Tutto parte ritorna e risiede nell’opera, al suo interno e nel modo in cui funziona, in cui si relaziona all’esterno, con me che la guardo e con gli altri oggetti/cose che la circondano, con il contesto urbano e territoriale di cui fa parte e per il quale è stata progettata per esempio, con il tessuto sociale nel quale si integra e con il quale cerca di fondersi. All’artista e all’opera neovernacolare, anzi, non frega nulla di essere accettati e riconosciuti, ma interessa sopra ogni altra cosa mescolarsi alla vita: “Sono per un’arte che prende le sue forme dalla vita, che si contorce e si estende impossibilmente e accumula e sputa e sgocciola, ed è dolce e stupida come la vita stessa. Sono per l’artista che sparisce e rispunta con un berretto da muratore e dipinge insegne e cartelloni. Sono per l’arte che viene fuori come un pennacchio di fumo e si disperde nel cielo. Sono per l’arte che si riversa dal borsellino di un vecchio quando è urtato da un parafango che passa. Sono per l’arte che esce dalla bocca di un cagnolino e che cade a terra dal quinto piano. Sono per l’arte che il bambino può leccare dopo aver tolto la carta. Sono per un’arte che si fuma come una sigaretta, puzza come un paio di scarpe. Sono per un’arte su cui ci si può mettere a sedere… Sono per l’arte che si accende e si spegne con un giro d’interruttore. Sono per l’arte che si srotola come una cartina, che si può stringere come il braccio della fidanzata, o baciare come l’amato cagnolino. Che si allunga e cigola come una fisarmonica, che si può macchiare con le pietanze come una vecchia tovaglia. Sono per un’arte con cui dare martellate, rammendare, cucire, incollare, limare. Sono per l’arte che ti dice che ora è, e aiuta le vecchie signore ad attraversare la strada. Sono per l’arte delle pompe di benzina bianche e rosse e per le ammiccanti pubblicità dei biscotti. Sono per l’arte del vecchio gesso e del nuovo smalto. Sono per l’arte delle scorie e antracite e uccelli morti. Sono per l’arte dei graffi sull’asfalto. Sono per l’arte che piega le cose, le prende a calci e le rompe e le tira e le fa cadere. Sono per l’arte delle banane spiaccicate sedendoci sopra. Sono per l’arte della biancheria intima e dei taxi. Sono per l’arte dei gelati lasciati cadere sull’asfalto. Sono per l’arte che emettono barlumi e illuminano la notte. Sono per l’arte che cade, sguazza, si dimena, salta, entra ed esce” (Claes Oldenburg).

 

Christian Caliandro

Neovernacolare (I) – Laboratorio Saccardi
Neovernacolare (II) – L’aspetto esteriore
Neovernacolare (III) – Antiribellione
Neovernacolare (IV) – Il cinismo
Neovernacolare (V) – Vita quotidiana e utilità 
Neovernacolare (VI) – Verità universale
Neovernacolare (VII) – Il contesto
Neovernacolare (VIII) – Speranze resistenti
Neovernacolare (IX) –  Affetto e cura
Neovernacolare (X) – La poesia dello scarto

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).