Neovernacolare (VII). Il contesto

Un rapporto sano fra l’opera e il contesto di riferimento è un elemento essenziale per far fronte alla crisi che sta interessando il sistema dell’arte contemporanea.

Andrea Di Marco, Accrocchio, 2011
Andrea Di Marco, Accrocchio, 2011

Ripartendo dalle ragioni per cui l’arte neovernacolare si muove sempre sul filo del rasoio tra élite e popolo. In questo caso, ‘élite’ chiama in causa direttamente il sistema dell’arte. Gli articoli che vengono pubblicati su questa rivista, scritti da galleriste a proposito dello stato attuale delle gallerie, sono estremamente interessanti e istruttivi proprio perché le analisi così lucide provengono da un’esperienza diretta.
Scrive Maria Chiara Valacchi: “Di fatto, oggi le fiere sono lo specchio di questo trend: grandi supermarket dell’arte, spesso anabolizzati da smisurate ambizioni curatoriali (più per volontà di compiacimento che di studio), dove il lavoro degli artisti si acquista come un prodotto: più per il nome che per la visione a lunga gittata. L’evidente disaffezione da parte del pubblico e il costante svuotamento dei progetti presentati negli spazi privati rendono i galleristi sorta di schiavi di un sistema che li induce a continue partecipazioni forzate a rassegne a pagamento, allo scopo di mostrare al cosiddetto “mondo dell’arte” la propria esistenza” (Perché le gallerie sono in crisi? L’opinione di Maria Chiara Valacchi, 21 marzo 2019).  Le fa eco Raffaella De Chirico: “Abbiamo mandato quadri in asta a quattro soldi facendo registrare record negativi ad artisti trattati da noi (dei geni!), ci siamo fatti trattare come degli scolaretti imberbi dai direttori delle fiere, facendoci umiliare a suon di migliaia di euro e facendoci dire cosa fare per essere “in” (migliaia di euro pagati da noi: il teatro di Beckett è meno assurdo). Abbiamo tenuto la gente in stage per mesi, non pagandola, promettendo esperienza e visibilità. Questo sistema è totalmente al collasso. Abbiamo consegnato la vittoria ai nerd del mondo” (Mid size gallery. Parla Raffaella De Chirico, 22 marzo 2019).
Quella descritta è una situazione oggettiva, reale, nella quale per una serie di fattori – economici, certo: ma prima ancora culturali – le opere recedono indefinitamente, e così le ricerche che le sottendono. Contrariamente alla vulgata, negli ultimi anni si assiste a una “evidente disaffezione da parte del pubblico”: il “sistema è totalmente al collasso”. Una parte rilevante delle ragioni di questo collasso risiede molto probabilmente proprio nello scollamento tra le intenzioni dell’opera e quelle di ciò-che-la-circonda. Il contesto cioè, che dovrebbe accoglierla e favorirla, in effetti la respinge, la costringe a essere altro da quello che vorrebbe e potrebbe essere.

Fulvio Di Piazza, Ratspiderbat (2013)
Fulvio Di Piazza, Ratspiderbat (2013)

ARTE NEOVERNACOLARE E CONTESTO

L’arte neovernacolare non è certo la soluzione a questa situazione disastrosa, ma molto semplicemente cerca di mettere a fuoco quello che è un potenziale rapporto sano con il contesto di riferimento. Che, intanto, non è più principalmente il ‘sistema’ ma la ‘vita’, l’esistenza quotidiana. Per fuoriuscire da un recinto occorre innanzitutto muovere una serie di passi, consapevolmente, nella direzione giusta: non basta infatti sognare di uscire, fingere di uscire, rappresentare l’atto dell’uscita. È questo l’errore principale – e macroscopico – di molti progetti legati all’idea di social practice, in cui sostanzialmente è la socialità stessa a trasformarsi in un bene di consumo e la trasformazione della realtà da parte dell’arte diventa una mera illusione: “Partly as a result of the echo chamber this dynamic creates, socially engaged art wants the art world to be a veritable one-stop shop for all manner of social gesture and commentary. Further, it wants sociality to be valuated on the terms of capitalism and popular media. The social is what is being shopped” (Manuel Arturo Abreu, We Need to Talk About Social Practice, “Art Practical”, 9 marzo 2019).
La “trasformazione della realtà” a disposizione dell’arte è qualcosa di più serio e al tempo stesso più piccolo, vale a dire più collocato, situato, concreto: richiede cioè all’opera la disponibilità a immergersi completamente nella realtà, a far parte del suo tessuto (come un qualsiasi altro elemento, relazione, individuo, oggetto), senza chiedere continuamente validazione, assenso o riconoscimento al mondo dell’arte.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

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