Neovernacolare (IV). Il cinismo

Moda e cinismo. I due poli concettuali fra cui si muovono le riflessioni di Christian Caliandro nell’ambito della rubrica sul neovernacolare.

Matteo Rovere, Il primo re (2019)
Matteo Rovere, Il primo re (2019)

Quello che ci ha fregato, e che continua a fregarci, è in definitiva il cinismo. L’attitudine ipersofisticata, l’ansia di dover dimostrare il proprio aggiornamento, l’essere-parte e vicini il più possibile al centro (invece che in periferia), l’essere al corrente… Era questa la “forma di stanchezza annoiata che fa tanto in” di cui parlava David Foster Wallace, e che dal territorio della letteratura postmoderna si è estesa all’arte visiva (o forse è sempre stata lì, ovunque, in tutte le zone culturali negli ultimi decenni).
La moda, sì, la moda è diventata il riferimento fondamentale: quel particolare processo in base al quale si seleziona un contenuto all’interno di un archivio dato (di forme prodotte nel passato), o meglio ancora si assemblano contenuti provenienti dallo stesso archivio, e si decide che questo assemblaggio, questo mix è quello giusto per l’anno in corso. Solo che l’arte funziona in maniera diversa.
E questo voler incastrare tra di loro esigenze e istanze differenti, incommensurabili, alla fine rende instabile e insostenibile il sistema. Oppure, molto più semplicemente, lo ha reso stabile e sostenibile in un altro senso, trasformando dunque l’arte in qualcos’altro. Il che ci riporta dritti alla questione del neovernacolare.
Perché se questa forma vecchia-nuova, arcaica-d’avanguardia è realmente maleducata, spontanea e brutale, allora in questa spontaneità sarà possibile ritrovare l’energia, la convinzione. L’alternativa al cinismo, che è un distacco, una distanza – ironica, ma disperata – rispetto all’opera e alla sua funzione. Si tratta, in fondo, di credere in maniera se volete ingenua e antiquata al fatto molto elementare che l’opera abbia un potere. Che l’arte sia una forma di magia ‒ e che quell’elemento ‘popolare’ che a volte, non tanto spesso ma a volte, riconosciamo in essa sia alla base di questa magia. Popolare in questo contesto vuol dire connesso direttamente e profondamente alle abitudini e alle esigenze e alle vocazioni quotidiane, di vita comune e pratica, degli individui e delle comunità.

Matteo Rovere, Il primo re (2019)
Matteo Rovere, Il primo re (2019)

Come accennato nella scorsa puntata, Goffredo Parise aveva intuito a modo suo questo elemento. Ne L’eleganza è frigida (1982), per esempio, si concentra su un dettaglio apparentemente insignificante che svela e dispiega la natura di un popolo, quello giapponese, e la sua concezione artistica: “Un giorno la sua attenzione si fissò quasi automaticamente su un alberello, uno dei tanti che fiancheggiavano le vie di Tokyo e di cui non conosceva la specie e tanto meno la famiglia. L’alberello era come circondato o cintato da una piccola gabbia di protezione fatta di quattro paletti infissi nel terreno e incrociati ad altri quattro paletti trasversali così da formare una sorta di piramide tronca in mezzo a cui stava l’albero. Nel punto in cui i quattro paletti si incrociavano, a circa un metro da terra, c’era un legaccio che avvolgeva le estremità dei paletti trasversali e questo legaccio era di cordicella vegetale. Questo particolare che si ripeteva assolutamente identico in tutti gli alberelli lungo le strade di Tokyo si impose all’attenzione di Marco perché la cordicella di sostanza vegetale mostrava nell’attorcigliatura quelle irregolarità e asperità delle corde fatte a mano. (…) Questo significava prima di tutto che per quel genere di lavoro non era stata inventata in Occidente una macchina che i giapponesi avrebbero potuto portare nel proprio paese e perfezionare, e in secondo luogo che quel lavoro esigeva di essere fatto a mano e non a macchina. (…) Era un lavoro che si era sempre fatto a mano, che per tradizione esigeva di essere fatto a mano. Ma perché? La sola risposta che Cartesio seppe suggerire a Marco fu questa: per ragioni estetiche. Cioè per ragioni che doveva rispettare al tempo stesso la tradizione, la materia dell’albero, che era vegetale, l’armonia tra materia e materia (il vegetale dell’albero e la cordicella) e l’apporto creativo dell’uomo. Era insomma quanto bastava per fare di quel lavoro di avvolgimento e di quell’asola un’opera d’arte” (in L’eleganza è frigida, Adelphi 2008, pp. 53-56).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).