Neovernacolare (V). Vita quotidiana e utilità

Immersione nel quotidiano, aspetto comunitario e utilità sono gli elementi che contraddistinguono le opere neovernacolari, al centro delle riflessioni di Christian Caliandro.

Rebecca Moccia, Coraggio (2017), opera site specific, Piazza Piemonte, Milano
Rebecca Moccia, Coraggio (2017), opera site specific, Piazza Piemonte, Milano

Riprendendo il dettaglio dell’asola di cordicella vegetale legata a mano attorno agli alberi nella Tokyo de L’eleganza è frigida (1982), Goffredo Parise precisava come quel lavoro rappresentasse in qualche strano modo anche una sorta di opera d’arte modello:
Era insomma quanto bastava per fare di quel lavoro di avvolgimento e di quell’asola un’opera d’arte. E infatti Marco provò di fronte a quella cordicella e a quell’asola la stessa emozione che si prova davanti a un’opera d’arte. Questo arricchì le cognizioni di Marco sull’arte perché gli aprì gli occhi sul fatto che non era affatto indispensabile che un’opera d’arte fosse frutto di un solo autore, né che possedesse una totale e irripetibile originalità e che anzi un’opera d’arte poteva essere collettiva e anonima” (L’eleganza è frigida, Adelphi 2008, p. 56).
E, in effetti, l’asola legata a mano e vista all’inizio degli Anni Ottanta in Giappone è anche – così come l’interno del trullo di Alberobello descritto da Tommaso Fiore a metà Anni Venti – un modello di opera neovernacolare. Il linguaggio neovernacolare non si basa infatti sulla reiterazione e manipolazione di un codice che è sostanzialmente estraneo alla vita di tutti i giorni, riferito unicamente alla storia dell’arte degli ultimi decenni, ai suoi sottogeneri e alle sue rielaborazioni; ma piuttosto si riferisce direttamente alle esigenze profonde della realtà quotidiana, allo spazio di esistenza – fino quasi a rendersi indistinguibile da un oggetto di uso comune. In quel ‘quasi’, molto probabilmente, risiede l’opera: che non possiede, appunto, una “totale e irripetibile originalità”, ma che può essere invece benissimo “collettiva e anonima”.
Con queste sue caratteristiche, è in grado dunque di colmare le distanze e le incomprensioni e i fraintendimenti, di afferrare la realtà (per il semplice motivo che ne fa parte integrante fin dall’inizio, ne è parte indiscutibilmente – non deve ritornare, o raggiungere, o tradurre).
È un po’ quello che dice Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé (1928), quando distingue in merito alla scrittura tra gli alti obiettivi e la natura profonda dell’osservazione: “Per quanto frughi nella mia mente, non riesco a trovare alcun sentimento nobile, per quel che riguarda il fatto di essere compagni e pari, oppure d’indirizzare il mondo verso scopi più elevati. Mi sento invece di dire, brevemente e prosaicamente, che è molto più importante essere se stessi che non tutto il resto. Non sognate di influire sugli altri, vi direi, se sapessi farlo con parole più eccitanti. Pensate alle cose come sono in sé” (Una stanza tutta per sé, Feltrinelli 2019, p. 150).
Questo sentimento, quest’anima interna della realtà (“le cose come sono in sé”) è forse il punto che il neovernacolare riesce a cogliere meglio proprio perché non lo cerca consapevolmente, ma lo percepisce in maniera quasi inconsapevole.

Casa a mare, Parasole auto (2015)
Casa a mare, Parasole auto (2015)

LA DIMENSIONE COMUNITARIA

E l’aspetto centrale, quello che sul serio distingue l’opera neovernacolare rispetto alle altre opere che vernacolari non sono – che cioè non si identificano con un idioma domestico, intimo ma usano piuttosto un linguaggio spettacolare e altamente codificato – è la dimensione comunitaria. Il fatto cioè che la comunità non sia un termine a cui riferirsi semplicemente in maniera retorica, perché si fa così o perché così va di moda, ma che al contrario la comunità sia l’unico mondo di riferimento possibile per questo tipo di opera; il terreno necessario in cui può sbocciare e crescere, il contesto a cui essa si rivolge perché serve effettivamente a qualcosa.
Ecco, l’opera neovernacolare è – sempre in un suo strano, all’inizio incomprensibile modo – utile, utile alla vita individuale e collettiva delle persone, svolge un servizio indefinibile pur rimanendo pervicacemente e ostinatamente opera. Migliora lo stato delle cose facendocele sentire “come sono in sé”, rendendolo dunque “tutto misura e proporzione, agio, tranquillità” (secondo le parole di Fiore): è questa una possibile traccia di distinzione, e un inizio di definizione. “Eppure Marco era convinto che sia la scelta e l’essiccatura di quel materiale vegetale che costruiva la funicella, sia la torcitura, sia il modo di avvolgerla intorno ai paletti, sia i punti scelti per essere avvolti, sia le proporzioni tra una distanza e l’altra e sia infine la forma e l’esecuzione dell’asola formavano senza alcun dubbio, nel loro insieme, un’opera d’arte, qualche cosa cioè che lo commuoveva misteriosamente nel profondo” (L’eleganza è frigida, cit., pp. 56-57).

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).

1 COMMENT

  1. Interessante come sempre, ma servirebbe approfondire meglio, spostandosi dal piano teorico a quello delle opere che (e come) incarnerebbero questo spirito neovernacolare,

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