Una riflessione sull’autentico valore della cultura oltre il concetto di utilità

Dall’idea di “cultura utile” sorge un parallelismo con l’ancella dell’autrice inglese, dal momento che entrambe, pur essendo “programmate per uno scopo” rivelano le loro maggiori potenzialità nella capacità di acquisire autonomia e andare oltre lo stesso

Nel suo recente intervento su queste pagine, Stefano Monti sostiene che sia “ormai assodato” il valore della cultura come leva di sviluppo e che il compito delle istituzioni consista nell’integrarla nelle politiche pubbliche. In realtà non abbiamo a disposizione un patrimonio di studi costruito nel tempo che dimostri gli effetti economici e sociali della cultura. Quello che si è costruito è piuttosto un discorso politico che, a diversi livelli istituzionali (UNESCO, Commissione europea, Consiglio d’Europa, governi nazionali e regionali), ha associato la cultura a sviluppo, attrattività, innovazione e benessere. La reiterazione dell’associazione tra cultura e sviluppo nei programmi, nei rapporti e nelle strategie pubbliche l’ha progressivamente stabilizzata. Ciò che appare assodato è soprattutto l’utilità della “cultura utile” così come è stata costruita e naturalizzata da questo discorso.

La “cultura utile” nelle politiche pubbliche è storia del presente

Lo studio delle politiche pubbliche permette di capire perché alcune rappresentazioni acquistino autorevolezza e finiscano per apparire naturali e neutrali.

Il discorso sull’utilità della cultura si è affermato negli ultimi decenni con il New Public Management, quando performance, risultati misurabili e impatto sono diventati criteri centrali per giustificare l’azione pubblica. Così la cultura è stata dichiarata “strategica” quando è riuscita a rendersi leggibile attraverso questi criteri e a presentare i propri effetti in ambiti diversi da quello strettamente culturale.

L’idea, oggi naturalizzata, della cultura come leva di sviluppo è quindi il risultato di una precisa evoluzione delle politiche neoliberiste di riconfigurazione dei meccanismi di funzionamento delle organizzazioni pubbliche. Trattarla come un punto di partenza privo di storia espone al rischio di costruire le politiche successive su una base fragile.

Dalla politica alla prestazione ecco come si è sviluppata l’idea di “Cultura utile”

Negli ultimi trent’anni una parte consistente dell’intervento pubblico locale è stata riorganizzata attraverso esternalizzazioni dei servizi, affidamenti e convenzioni. Nel campo culturale questo processo ha coinvolto servizi educativi, attività curatoriali e organizzative di mostre, musei e beni storico-artistici. Con l’esecuzione di un servizio si trasferiscono anche competenze pratiche; quindi, l’amministrazione pubblica conserva la responsabilità dell’intervento, ma perde il rapporto immediato con la sua esecuzione. Nello stesso tempo, cambiano le competenze richieste al personale pubblico. Acquistano peso le competenze “di mercato”: la costruzione dei bandi, la selezione degli affidatari, la verifica delle prestazioni; mentre, le capacità di elaborare politiche a partire dalla conoscenza diretta dei fenomeni culturali si indebolisce. Questa separazione tra indirizzo ed esecuzione interrompe il circuito attraverso cui l’esperienza poteva modificare le decisioni pubbliche.

Il rischio della delegazione delle attività nel settore culturale

L’amministrazione continua a destinare risorse (poche), stabilire procedure e selezionare progetti culturali, ma la sua azione assume sempre più spesso la forma dell’acquisto e della regolazione di prestazioni realizzate da altri. Governare la cultura tende così a coincidere con un mero governo dei contratti.

Diversamente, crediamo che un’efficace politica culturale richieda la capacità di interpretare i fenomeni, individuare questioni e definire priorità. Quando le competenze necessarie si spostano verso i fornitori, l’amministrazione può stabilire quali risultati richiedere e verificare se siano stati raggiunti, ma dispone di minori possibilità di comprendere ciò che accade durante il processo e di rivedere le decisioni alla luce dell’esperienza.

Il risultato è che le politiche culturali si dissolvono senza essere formalmente cancellate. Le attività rimangono, gli operatori continuano a produrre cultura e i finanziamenti possono anche aumentare. Vengono però meno le condizioni organizzative che consentono al soggetto pubblico di elaborare una propria posizione. La cultura si traduce nella prassi dell’amministrazione come un insieme di prestazioni da commissionare e distribuire tra programmi diversi.

Eteronomie culturali e la mancanza di una visione politica unitaria

Ecco, la dichiarazione della cultura come risorsa strategica si colloca in realtà dentro questa trasformazione, e la sua importanza viene riconosciuta attraverso i risultati perseguiti da altre politiche. La cultura sostiene lo sviluppo economico, rafforza il turismo e contribuisce alla salute, ossia esiste in funzione di obiettivi che possiedono già un proprio linguaggio e propri criteri di misurazione e successo.

L’eteronomia della cultura deriva dalla pluralità dei suoi fini. Ogni politica che la “impiega” le assegna obiettivi e criteri di valutazione propri. La cultura può così essere presente in ogni ambito dell’intervento pubblico, purché dimostri la propria utilità rispetto alle finalità specifiche che vi trova. Alla diffusione trasversale della sua presenza corrisponde la perdita di un luogo da cui formulare fini unici e distintivi.

Strategicità e subordinazione appartengono dunque alla stessa configurazione. Da un lato la cultura viene dichiarata indispensabile perché può essere impiegata in contesti diversi; dall’altro la pluralità delle dipendenze ne accresce la malleabilità. La sua trasversalità finisce per indicare la disponibilità a svolgere una funzione di supporto.

La fine delle politiche culturali non coincide semplicemente con la scomparsa delle attività ma si realizza quando la cultura continua a essere finanziata e utilizzata senza disporre della capacità istituzionale di formulare una posizione propria. Contribuisce con efficacia agli obiettivi altrui senza partecipare pienamente alla loro definizione.

Rendere la cultura governabile attraverso la valutazione dell’impatto economico

La centralità assunta dalla valutazione rafforza questo assetto. Impatto e performance rendono le attività visibili all’amministrazione, comparabili tra loro e traducibili in decisioni di finanziamento. Nel campo culturale la richiesta di dimostrare effetti – meglio se misurabili – raggiunge un’intensità rara in altre politiche, come se il valore di ogni attività culturale dovesse essere costantemente verificato.

La valutazione interviene fin dalla progettazione. Per accedere alle risorse, gli attori dell’azione culturale devono anticipare gli effetti del proprio lavoro, associarli a indicatori e mostrarne la coerenza con gli obiettivi del programma. Il lavoro culturale prende forma nei termini attraverso i quali sarà verificato.

Quando la valutazione prende il posto del giudizio politico e culturale, ciò che può essere riconosciuto si restringe a quanto era già stato dichiarato come prevedibile. La cultura diventa così governabile proprio perché può essere ricondotta a risultati leggibili e controllabili. E i significati inattesi, i conflitti e le domande che mettono in discussione il programma trovano meno spazio.

Il rischio dell’inatteso e il parallelismo tra la culturae “l’ancella” della Atwood

Questa trasformazione della cultura in una risorsa strategica e insieme controllabile trova un’analogia nella figura dell’ancella di Margaret Atwood. Il riconoscimento dell’importanza coincide, in entrambi i casi, con l’assegnazione di una funzione. L’ancella è indispensabile perché garantisce la riproduzione. La cultura viene dichiarata strategica perché contribuisce agli obiettivi che altre politiche perseguono (anche attraverso di essa).

Così è l’importanza della funzione a giustificarne il controllo. Il regime disciplina il corpo, il nome e la parola dell’ancella per impedirle di esistere oltre il compito assegnato. Le politiche pubbliche esercitano invece sulla cultura un controllo diverso, fondato sulla definizione anticipata dei risultati. Finanziamenti, contratti e indicatori stabiliscono ciò che deve produrre e i modi attraverso cui dimostrare di averlo prodotto. E il suo ruolo viene incoraggiato finché rimane entro i risultati previsti e verificabili.

Le possibilità della cultura di andare oltre gli obiettivi prefissati

Una cultura costruita in questi termini potrebbe sembrare ormai interamente “assodata”, catturata dalla propria utilità. Anche questo esito apparentemente conserva però un margine di apertura. È qui che la figura dell’ancella diventa più complessa e offre all’analogia un secondo movimento.

L’ancella conserva memoria, desiderio e capacità di giudizio. Il racconto diventa una reazione all’identità imposta e mantiene aperta la possibilità dell’autonomia. Il sistema può prescrivere una funzione e controllarne l’esercizio, ma non riesce a esaurire ciò che l’ancella continua a (poter) essere.

La capacità di eccedere la funzione assegnata, ecco il valore aggiunto della cultura

Lo stesso vale per la cultura. La sua utilità è stata stabilizzata dal discorso politico fino ad apparire naturale, ma ciò che è diventato assodato attraverso una sequenza di scelte può ancora avere esiti diversi. La presenza della cultura nelle politiche economiche, sociali o territoriali può limitarsi a rafforzarne gli obiettivi e le performance. Ma può anche introdurre altre domande, mostrare ciò che quegli obiettivi escludono e modificarne la direzione.

In questa capacità di eccedere la funzione assegnata, la cultura recupera una propria autonomia. Se l’inatteso rappresenta un rischio per un sistema orientato verso risultati prevedibili e controllabili, per le politiche culturali è invece una possibilità da preservare. Richiede amministrazioni capaci di elaborare indirizzi culturali e di accettare che la cultura possa produrre frizione, spostare gli obiettivi pubblici e generare anche ciò che non era stato richiesto o reso misurabile.

Fabrizio Panozzo

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Fabrizio Panozzo

Fabrizio Panozzo

Fabrizio Panozzo è docente di Politiche culturali e creatività per il management alla Venice School of Management dell'Università Ca' Foscari Venezia. Ha fondato e dirige aiku – arte impresa cultura, laboratorio dedicato all'incontro tra discipline economiche, artistiche e umanistiche. È stato…

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