La città etrusca di Vulci aveva uno dei porti più importanti del Mediterraneo. Ora si scava per riportarlo alla luce
Nella Maremma laziale, nel territorio di Montalto di Castro, è appena iniziata la campagna archeologica che punta a riscoprire il sito di Regisvilla, città portuale che propiziò la fortuna commerciale di Vulci, portando sulle coste dell’Alto Lazio oggetti e persone da tutto il Mediterraneo. La storia
È una campagna di scavi archeosubacquei quella appena avviata sul litorale laziale a nord di Roma, nel sito di Regisvilla. Nel territorio che oggi è sotto la giurisdizione di Montalto di Castro – siamo nella Maremma laziale, nel Comune più occidentale del Lazio, in provincia di Viterbo – sorgeva in epoca etrusca la potente città-stato di Vulci, costruita su un pianoro tufaceo sulla riva destra del fiume Fiora e conquistata dai Romani nel 280 a.C. (l’insediamento sopravvisse fino all’Alto Medioevo, poi fu progressivamente abbandonato).

L’importanza di Vulci nel sistema etrusco. Dall’antichità al Parco archeologico
Il Parco Naturalistico e Archeologico di Vulci, istituito nel 1999, tutela e racconta questa storia, riscoperta a partire dall’Ottocento: pur “contaminate” dal fervore antiquario dell’epoca – che determinò la dispersione di molti reperti – le prime campagne di scavo nell’area furono determinanti per evidenziare il valore storico, artistico e culturale di Vulci (e quello documentario delle sue ricchissime necropoli). Dal 1994, il Parco ha potuto beneficiare di numerosi interventi di ricerca, conservazione e restauro finalizzati alla creazione di itinerari di visita, che permettono anche di godere di un paesaggio naturale fortunatamente intatto, simile al paesaggio ottocentesco della Maremma laziale, che fu motivo di attrazione per studiosi e viaggiatori del Grand Tour.

La storia del porto di Regisvilla: un ricco scalo tra magazzini e templi
Regisvilla – è Strabone, secondo il quale a Regisvilla avrebbe regnato Maleos, Re dei Pelasgi, prima di partire alla volta di Atene, a riportarne il nome – era il porto fluviale e marittimo di Vulci, infrastruttura strategica per i commerci che tra il VII e il V Secolo a.C. resero Vulci una potenza commerciale con pochi eguali nel Mediterraneo. Per questo si deve immaginare un porto che gli archeologi non esitano a paragonare a ciò che fu il Pireo per Atene, dotato di magazzini, moli e darsene, persino santuari che accoglievano gli stranieri in arrivo via mare. Gli Etruschi utilizzano lo scalo per vendere tutto ciò che producevano, dai metalli al vasellame, al grano. Al contempo in porto attraccavano imbarcazioni dall’Egitto, da Cartagine e da Corinto: certamente Regisvilla contribuì alla diffusione delle ceramiche attiche in Etruria e nella Penisola.

Le indagini archeologiche a Regisvilla: la nuova campagna di scavo
Tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Ottanta il sito fu sottoposto alle prime indagini e tutelato da vincolo archeologico (1985). Mai, però, prima d’ora, era stata avviata una campagna sistematica per riportare alla luce il porto etrusco di Vulci. Operazione adesso resa possibile dal passaggio del sito sotto la gestione del Parco di Vulci (grazie all’acquisizione da parte della Soprintendenza), e partita lo scorso 7 settembre con l’ambizione di ricostruire l’organizzazione dello scalo e a individuare le strutture legate ai traffici con il Mediterraneo: attracchi, banchine, magazzini, aree sacre… Le attività, con la benedizione del Ministero della Cultura, interessano venti ettari di terraferma e le ricerche nel tratto di mare vicino alla costa (a cura del gruppo di archeologia subacquea della Soprintendenza e del Nucleo carabinieri subacquei di Roma), e sono state precedute da indagini geofisiche. La direzione scientifica del progetto è affidata alla Soprintendenza, con Margherita Eichberg e Simona Carosi, insieme alla Fondazione Vulci, presieduta da Laura Allegrini e diretta da Carlo Casi. E gli scavi coinvolgono anche diverse università italiane e straniere, da Roma a Napoli, Londra, Magonza e Friburgo. “Le aspettative sono alte”, spiega Carlo Casi in un’intervista al Messaggero: si punta a recuperare una “città” portuale con tutti i crismi del caso, case, templi, fornaci, strade. Dunque il suo assetto urbanistico: con buona probabilità, Regisvilla doveva estendersi nel suo periodo di massima espansione per circa dieci ettari, accogliendo genti in arrivo da tutto il Mediterraneo in quartieri densamente popolati e aree pubbliche di rappresentanza.
La campagna proseguirà per tutto il mese di settembre – ma la ricerca si protrarrà per anni – con l’obiettivo di consolidare le conoscenze sull’area e portare alla luce nuove evidenze, che nel prossimo futuro potrebbero diventare parte del percorso di visita del Parco di Vulci, sulla terraferma come in mare, con l’ausilio di allestimenti interattivi e digitali.
Livia Montagnoli
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